venerdì 31 dicembre 2010

Appunti di vita scolastica. Il sermone della... palude

Nella sezione Antologia del sito Itineraricataldolesi ho inserito alcune pagine letterarie che prediligevo e fra esse ho incluso “Chiudiamo le scuole”, un articolo scritto da Giovanni Papini nel lontano 1914. Una scelta fatta non perché prendevo alla lettera l’invito del nostro originale scrittore, ma perché in quell’articolo si denunciava un certo tipo di organizzazione scolastica: una specie di prigione destinata agli anni migliori dei giovani, protèsi invece per natura in tutt’altra direzione, la libertà.

Forse in altre scuole è andata diversamente, ma in quella in cui io ho lavorato è andata sempre in un certo modo. Nella riunione del primo settembre l’argomento principe, roba da non crederci, concerneva inevitabilmente il problema della “pipì”. Quella degli alunni, naturalmente. A furia di sentire anno dopo anno il solito discorsetto, avevo ovviamente finito per mandarlo a memoria e, già nell’atrio, ogni volta, prima della seduta del collegio, ormai prevedevo con tutta sicurezza di cosa si sarebbe parlato in almeno due delle tre ore, in cui colleghe compunte e colleghi sussiegosi avrebbero ascoltato il sermone della... palude.
Ogni anno tutti i presidi alternatisi nella scuola si ponevano seriosamente il quesito di quante volte in un giorno l'alunno avesse il diritto di frequentare la toilette. E analizzavano poi le varie sfaccettature del problema: la sagacia con cui noi insegnanti avremmo dovuto intuire se la richiesta era ben motivata; il rischio che i giovani si chiudessero nella stanzetta e, di fronte al water, invece di soddisfare i naturali bisogni, fumassero una sigaretta; la incontestabile necessità di impedire ciò, privando la porta di un qualunque sistema di chiusura. Bando alle inibizioni, per gli alunni e le alunne!
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L’argomento “pipì”, a dire il vero, non era l’unico in quelle riunioni. A un certo punto si cominciava a discutere anche di pizzette e panini. Negli scalmanati anni Settanta, verso le undici del mattino, alla scampanellata della ricreazione, i nostri giovanotti si precipitavano giù nel cortile. Dietro le “sbarre” c’era qualcuno che, con inventiva quasi napoletana (la Calabria Citeriore è sempre stata culturalmente un’appendice della capitale partenopea), aveva trovato il modo di sbarcare il lunario: confezionava due ceste di panini e pizzette, che distribuiva a modico prezzo ai giovani affamati. E quei giovani crescevano bene, allora. Li incontro ormai con i loro primi capelli bianchi, mi parlano delle loro attività lavorative e ricordano con nostalgia le lezioni e i momenti di “libertà”, concessi o rubacchiati.
Negli anni Ottanta, ahimè, venne però un dubbio: e se in quelle ceste c’era anche qualche spinello? Era quello il dubbio ufficiale, quello latente sorgeva invece dal problema di autorizzare alla vendita uno fra i tanti raccomandati, senza inimicarsi gli autori di altre segnalazioni. Comunque sia, da allora niente più pizzette e panini.
Per tanti anni a venire, il primo settembre, c’era sempre qualcuno che timidamente sosteneva il diritto, negato, dei ragazzi allo spuntino. E puntualmente il capo di turno, che durante la mattina, seduto sulla sua poltrona imbottita, consumava sei caffè e due cornetti, diceva: “Questo ormai non si discute più. Tutti sappiamo quanti pericoli ci sono!”. E nei suoi occhi ammiccanti traspariva la parola “droga”.
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Volevo chiudere il 2010 - anno disastroso in Italia per l’economia e le turbolenze sociali - con un articoletto che bilanciasse gli altri che lo precedono, un post leggero e divertente. E invece m’accorgo di essere cascato nel tragicomico. Come definirlo altrimenti? Come definire una discussione che si ripete per lunghi decenni con la regolarità di una funzione religiosa e i cui esiti sono scontati in partenza? Come definirla, se il suo oggetto è una cosa tanto misteriosa come la determinazione del numero di minzioni a cui ha diritto un giovane in una mattina?
Si dirà che porre un limite è anche un fatto educativo. Non dicono forse gli psicologi che una delle fasi più importanti, nell’evoluzione di un bimbo di un anno, è segnata dalla capacità del trattenere? Ma è altrettanto logico - mi chiedo - che una signorina di sedici anni debba sapersi “contenere” per la quarta e quinta ora di lezione, mentre insegue teoremi e versi, solo perché è già uscita dalla classe nella seconda ora? I signori presidi, e con loro i colleghi di maggiore acume, a questo sapevano dare una risposta sicura.
Io purtroppo, dopo tanti anni, rimango ancora con mortificanti incertezze, e per questo lascio in bella evidenza la provocazione di Papini. Mi sembra che ci stia molto bene, in mezzo a due seriosi passi di Platone e qualche allegro raccontino, nella mia piccola antologia. Perché, se è vero che la scuola non va chiusa, è anche vero che essa non deve, per eccesso di prudenza, essere recintata come un istituto di detenzione, e tantomeno che gli alunni debbano sentirsi trattati come “detenuti”.
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martedì 7 dicembre 2010

Fascio e Biscione

Chi ha già visitato il mio blog avrà notato che non vado quasi mai sulla notizia, ripresa magari dalle grandi testate giornalistiche. Da ragazzo, nei primi anni ’60, periodicamente compravo “Rinascita”, dove non trovavo trafiletti o cronache ma riflessioni articolate: forse questa ne è la ragione.
Quello attuale è però un momento particolare, forse un punto di snodo della storia italiana del dopoguerra, e sento di dover intervenire. Probabilmente, dopo Casini anche Fini voterà contro il berlusconismo, inteso come movimento politico che inizia e finisce con un leader, per ritornare nell’alveo di una politica corretta, nella sostanza oltre che nei modi.
Se il 14 dicembre il governo sarà sfiduciato, si avvieranno le consultazione per l’affidamento di un nuovo incarico. Naturalmente, per i reciproci veti incrociati, né Fini né Casini potranno guidare un nuovo esecutivo e bisognerà trovare un tecnico equidistante fra tutte le parti che lo sosterranno. Prima che ciò accada, bisognerà però convergere su un sistema elettorale con cui andare a nuove elezioni perché, se su questo non ci sarà un’intesa, le elezioni di primavera si faranno ancora con il premio di maggioranza e PDL e Lega potranno vincere nuovamente; questa volta con qualcosa di simile a un “patto di acciaio”, pericoloso quanto quello del 1939.

Se il PD si aggrappasse ad un sistema maggioritario, all’inglese o alla francese, l’accordo sarebbe quasi impossibile, perché i centristi - e tale anche Fini dev’essere a questo punto considerato - non troverebbero lo spazio politico in cui collocarsi autonomamente. Non resta dunque che la strada di un proporzionale alla tedesca, con sbarramento per quei piccoli partiti personali che spesso condizionano ogni possibile governo sulla base delle poltrone ottenibili.
Col proporzionale, in base al trend degli attuali sondaggi, dovremmo avere un PDL al 27%, un PD al 24%, la Lega al 12%, Fini, Casini, Di Pietro e Vendola intorno al 7%, e poi alcuni partiti più piccoli, destinati a trovare un’intesa con i sette partiti maggiori, per non restare senza rappresentanza. Per governare, tanto la destra quanto la sinistra dovrebbero avere l’appoggio dei centristi, e con ciò si ritornerebbe alla vituperata Prima Repubblica. La quale però garantiva la democrazia, la libertà di stampa, un certo equilibrio nel controllo dei media e, non ultima, la rappresentanza politica ad una sinistra vera, che ancora oggi potrebbe contare, sommando Vendola e la Federazione della sinistra, su circa il 10% dei seggi.

E’ poi così deleterio che, con i centristi a fare da ago della bilancia, si ritorni alla politica delle negoziazioni?
Io francamente ho maggiore timore di un padrone decisionista, che non ha bisogno dialogare con nessuno. Ho timore tanto degli sbilanciamenti, già concretamente sperimentati con Berlusconi e Bossi, quanto dei possibili sbilanciamenti dell’eminenza grigia del PD, Massimo D’Alema.
E’ l’arroganza da lui dimostrata nel ’99 a farmelo temere, è la sua tendenza ad essere più realista del re, più berlusconiano di Berlusconi: fu lui a mandare nel Kossovo gli aerei da guerra, e sempre lui a trattare gli insegnanti come straccetti, lui che più della Gelmini ha un curriculum universitario molto discutibile.
Da un lato il condizionamento dei centristi mitigherebbe le intemperanze caratteriali di Berlusconi e i torbidi scivoloni di D’Alema, dall’altro la presenza di una sinistra al 10% impedirebbe al PD di spostare completamente il suo asse politico dall’originario egualitarismo a uno sconsiderato liberismo.

Tutto questo dovrà pur accadere, se non si vuole mantenere in vita il premio di maggioranza, il meccanismo che permise a Mussolini di governare dal ‘23 al ’43, di cui cercò di avvantaggiarsi la DC nel 1953 per espropriare i comunisti dei loro voti e ripreso da Berlusconi nel 2005 per dare libero sfogo alla sua voglia di comando, alla sua necessità di controllo dell’economia e della magistratura, alla sua… licenziosità. *
La politica è anche mediazione, e bisogna lasciare che, col proporzionale, una parte dell’elettorato moderato vada a Casini e Fini, se non si vuole che esso resti tutto in mano al PDL. E bisogna lasciare che una parte dell’elettorato di sinistra vada a Vendola, se non si vuole che esso resti prigioniero di D’Alema e della Bindi. Perciò si impone il ritorno a un proporzionale che garantisca la rappresentanza a tutti, un maggiore ricambio al vertice, una penalizzazione del leaderismo e una maggiore aderenza ai principi della Carta Costituzionale.

* Quella del premio di maggioranza non è l’unica legge fascista ad essere stata sapientemente rispolverata dal nostro “duce mediatico”. L’ha fatto anche con una legge che proteggeva dal fisco i grandi capitali nel momento della loro trasmissione agli eredi, e lo ha fatto con lo stesso tempismo del Duce.
Mussolini si insediò a Palazzo Chigi a ottobre del ’22 e abolì ogni tassa sulle successioni e donazioni ai familiari a luglio del ’23; Berlusconi vi si insediò a maggio del 2001 e abolì la tassa a ottobre dello stesso anno. Ma la legge era già stata presentata nel mese giugno, tanto essa era importante, per lui e per le forze economiche che egli rappresenta.
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mercoledì 24 novembre 2010

Berlinguer-Gelmini. Il filo nero

Non volevo più parlare di scuola: ad essa avevo dedicato praticamente tutta la vita, dai 3 ai 22 anni dietro i banchi e dai 22 ai 57 dietro la cattedra. Adesso, passati altri cinque anni, gli statistici dicono che me ne resterebbero ancora diciotto, ma io non ne sono più tanto sicuro, perché già molti coetanei sono andati via, di là.
Dal '99 al 2005, prima di andare in pensione, avevo combattuto come l’ultimo giapponese per evitare che questa istituzione toccasse il livello più basso del progressivo degrado a cui avevo assistito. Ho lasciato traccia di questa battaglia in un breve saggio e in una serie di articoli, tutti reperibili sul sito dell’Unicobas e qualcuno su quello della Gilda degli Insegnanti o di Scribd, ed ero fermamente intenzionato a non ritornare sull’argomento, per la delusione e il disgusto che avevano accompagnato il mio addio a quei gradini della scuola, che negli ultimi anni avevo finito per percepire come “duro calle”.

Ma ora, sia pur per un giorno, ci ritorno, ci devo ritornare, perché siamo all’ultimo atto della sua distruzione. Come un nodo scorsoio, si chiude il cerchio: da Riccardo Misasi (1970-72), lungo una sfilza di ministri democristiani abituati ad assecondare la “primarizzazione” di tutte le scuole (1973-98), si arriva al mortificatore massimo degli insegnanti Luigi Berliguer (1998-2000) e poi alle due donne cui egli lascerà il testimone, prima la Moratti (2001-2006) e poi Mariastella Gelmini (2008-2010).

Ricordo i tempi in cui le direttive di Riccardo Misasi invitavano gli insegnanti a derogare dai loro precisi doveri istituzionali, promuovendo tutti gli alunni a prescindere dal loro impegno. E ricordo poi i tempi più recenti in cui Luigi Berlinguer - cugino di Enrico, incredibile! - iniziò, con una serie di piccoli provvedimenti, premeditati in funzione di un unico disegno, a rompere il comune spirito degli insegnanti, per assoggettarli come servi della gleba ai feudi, assegnati con dubbie procedure concorsuali ai dirigenti scolastici, spesso amici dei dirigenti dei vari partiti e dei vari sindacati.

Se la “riduzione culturale” degli alunni era stata perpetrata da un ministro democristiano condizionato dalla sinistra, all’umiliazione degli insegnanti penserà un ministro diessino, fuorviato da una malintesa idea di meritocrazia. Un’idea mutuata dall’inossidabile Silvio, il quale, prendendo ad esempio la sua stessa vita, sostiene di essere diventato l’uomo più ricco in quanto il più intelligente e più operoso: l’equivalenza è per lui quasi matematica.

Una volta fatto il cambio della guardia al governo nel 2001 da Amato a Berlusconi, e passato il testimone della P.I. da Luigi Berlinguer alla Moratti e poi alla Gelmini, come potevano, queste ultime due contrapporsi al predecessore? Per farlo avrebbero dovuto smentire le loro stesse idee. L’amico Luigi aveva loro consegnato su un vassoio d’argento tutti gli ingredienti per il loro piatto preferito: dare ai titolari di ogni feudo scolastico il potere di determinare il posizionamento economico e sociale degli insegnanti e, con questo, rendere tutti costoro dei sudditi silenziosi e timorosi.

Con questo sistema era chiaro che gli ultimi sarebbero diventati i primi e i primi gli ultimi. Quegli insegnanti, che avevano poco da fare con la loro disciplina o avevano poca voglia di dedicarsi alla didattica sono stati i primi a giurare fedeltà al feudatario. Mentre tutti quelli che troppo si erano inorgogliti per un’interpretazione zelante del loro ruolo, e per tale orgoglio si erano tenuti lontani dal “castello”, se non si auto-emarginavano venivano emarginati.

Perché i provvedimenti attuali della signora Gelmini sono da considerare l’ultimo, conclusivo, atto di distruzione della scuola italiana? In via sperimentale, in alcune scuole essi assegnano ad una Commissione il potere di premiare gli insegnanti “migliori” con un aumento di stipendio di circa il dieci per cento.
Questa commissione è formata dal Preside, - continuo a chiamarlo così anziché col nuovo nome di Dirigente Scolastico, perché i suoi titoli culturali non sono superiori a quelli degli insegnanti e perciò era giusto che, come prima, “presiedesse” gli organi collegiali anziché “dirigere” i suoi pari - da due docenti eletti dai colleghi e dal Presidente del Consiglio di Istituto. La procedura: coloro che ritengono di essere più bravi degli altri (in genere sono i peggiori, perché è il ramoscello senza frutti quello che sempre svetta verso l’alto) redigono un elenco dei propri meriti (diciamo un documento di auto-elogio) e lo presentano a questa commissione, la quale poi valuta anche in base alle proprie conoscenze e ai giudizi espressi dagli alunni e dai genitori.
Vediamo più da vicino la natura di questa Commissione di valutazione e la procedura con cui alunni e genitori daranno il loro contributo nella valutazione degli insegnanti.


La Commissione. Il fatto che di essa facciano parte anche due insegnanti eletti dai colleghi e il Presidente del Consiglio di Istituto, che è un genitore, non danno alcuna garanzia di imparzialità. Chi ha vissuto il passaggio dalla scuola vecchio tipo a quella dell’autonomia (1999), sa che ormai tutte le elezioni sono pilotate dai dirigenti, che esse sono una farsa. Già oggi il dirigente può concedere favori economici mediante il fondo di istituto, l’assegnazione delle classi, la concessione di permessi, la chiusura di un occhio (o due) sulla pigrizia e sulle piccole disattenzioni; spesso ne ricevono in cambio collaborazione per lavori che essi non vogliono o non sono in grado di svolgere e questo cementa più che mai le alleanze che si instaurano; tutto ciò dà loro un potere fortissimo e ormai consolidato. A chiunque si ribelli non è concesso nessun privilegio e nessuna attenuante, anzi può accadere ciò che da anni accade al maestro Fontani di Siena, oggi coraggioso promotore del Comitato Nazionale Antimobbing. Ad una situazione simile ho purtroppo assistito personalmente negli ultimi anni di insegnamento: una collega competente e laboriosa, emarginata da tutti i cortigiani solo per essersi battuta per il rispetto delle regole.
In un tale clima, chiedere, premere, costringere a votare per gli insegnanti a lui graditi, è, per il capo, facile come bere un bicchiere d’acqua.
Fra il ’74 e il 2005 ho potuto inoltre constatare che, nella maggior parte dei casi, i rappresentanti dei genitori sono persone che si candidano con un unico obiettivo: rendere più agevole il corso degli studi ai propri figli. Per fare ciò, appoggiano sempre, moralmente e col voto, l’operato del dirigente, il quale poi ricambierà i favori segnalando il ragazzo agli insegnanti della sua corte.
In conclusione, i soggetti, che decideranno quali insegnanti dovranno essere dichiarati “i migliori” e gratificati con una mensilità in più rispetto agli altri, saranno solo degli yesman pronti all’ubbidienza verso il volere del capo.

La procedura. La commissione deve tener conto del giudizio degli alunni e dei genitori. Ma quali alunni e quali genitori? Tutti o solo una parte? Se si tratta solo di una parte, chi li sceglie?
Se bisognerà sentire il parere di tutti, occorreranno le votazioni, per le quali saranno necessarie le schede elettorali, le urne e la propaganda, se no che votazioni sono? Bisognerà poi anche stabilire quanti voti ogni alunno può esprimere. Se ha dieci insegnanti e il voto è uno solo, automaticamente dovrà bocciare gli altri nove anche se li ritiene bravi; se i voti sono due, ne dovrà bocciare otto; se invece i voti sono nove, ne dovrà bocciare uno solo, e la scelta sarà molto semplice: l’insegnante che lo ha ritenuto insufficiente per tutto l’anno, presumendo, il presuntuoso, che egli non avesse studiato.
E già perché a scuola, ma non solo a scuola, vige la legge del taglione e di conseguenza i prof. che danno a tutti bei voti, saranno a loro volta votati, mentre i prof. che vogliono essere troppo zelanti saranno castigati, e vendetta è fatta.
Ma a chi può sembrare, questa, una giusta selezione secondo i meriti? A me sembra esattamente il contrario!
Ma a valutare saranno anche i genitori, dice la nostra ministra sperimentatrice. E chi può credere che i criteri usati dai genitori siano diversi da quelli dei loro figli?

Insomma un bel pasticcio, Sig.ra Gelmini. Ma, nonostante questo, lei ce la può fare, perché il clima le è favorevole. Ho visitato i siti dei nostri “maggiori” sindacati: tutti contenti per aver ottenuto gli scatti di anzianità prima negati. Tutti contenti del fatto che questi scatti di anzianità saranno pagati con il denaro tolto ai precari e ai supplenti. Che, d’ora in avanti, i lacchè abbiano uno stipendio in più e possano guardare dall’alto in basso, secondo precise gerarchie di (de)merito, gli spiriti indipendenti e ribelli, beh questo passerà in secondo piano. Passerà inosservato.
Anche politicamente la signora avrà la strada spianata: fra una destra liberista e una sinistra liberal, chi le si potrà opporre? Anche il PD, grato e fedele al suo ex ministro, è già andato a ingrossare le file della maggioranza meritocratica, che va quindi da Ignazio Benito Maria La Russa a Pier Luigi Bersani, passando per Pier Ferdinando Casini. Dunque Preside, alunni e genitori diano i voti ai prof. e le graduatorie così compilate, istituto per istituto, vengano esposte in bacheca, in modo che si veda bene chi vale e chi no, chi comanda e chi ubbidisce, chi sale agli onori e chi viene messo alla berlina, chi avrà uno stipendio in più e chi rimarrà al palo.
Ma forse poi, però, gli insegnanti che rimarranno esclusi da questo tipo di premiazione si chiederanno con quale autorità potranno affrontare una scolaresca già difficile da gestire, se si presenteranno anche con il marchio di insegnante di grado inferiore, e vorranno qualcuno che rappresenti le loro angosce e la loro rabbia. La scuola ha le sue tradizioni e sono tradizioni di pari dignità e di rispetto reciproco.
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martedì 16 novembre 2010

Disoccupazione: che fare? Un contributo

Ho già accennato al problema della disoccupazione giovanile nei post “Peter Pan” e “Le responsabilità dei vecchi”, e l’ho fatto però finora prevalentemente nell’ottica delle responsabilità individuali. Tuttavia le dimensioni assunte attualmente dal fenomeno fanno di esso anche un fatto socialmente rilevante, ed è perciò giusto affrontarlo anche sotto l’aspetto della politica economica.

Le difficoltà di inserimento nel mondo del lavoro sono presenti, dove in misura maggiore e dove in misura minore, in tutti i paesi occidentali. La libera circolazione delle merci e dei capitali ha posto a confronto il prezzo del lavoro e delle merci in Europa con quello, più basso, dei paesi emergenti. Ne è conseguito un progressivo spostamento della produzione industriale verso i paesi asiatici, che ha prodotto nella nostra società una riduzione dell’occupazione, sia per alcuni lavoratori anziani (disoccupati) che per tantissimi giovani in cerca di primo impiego (inoccupati).
Nella vecchia Europa, in conseguenza di ciò, si è venuta a creare una profonda spaccatura fra tre categorie:
1) industriali e commercianti che, sfruttando le opportunità offerte dal mercato internazionale, hanno notevolmente incrementato i loro redditi;
2) lavoratori dipendenti attivi che, pur subendo una riduzione del potere di acquisto, mantengono un livello di vita che, almeno per ora, consente di far fronte alle esigenze quotidiane;
3) lavoratori dipendenti licenziati e giovani in cerca di prima occupazione, che vivono oggi ai margini della società e, per un futuro abbastanza prossimo, corrono il rischio di scivolare nelle attività illecite o verso forme di protesta violenta.

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Sull’analisi della situazione c’è grosso modo un certo accordo. Mancano però i rimedi, e comunque quelli finora timidamente proposti non hanno dato risultati apprezzabili, perché confidano in una teoria priva di fondamenti. Si presuppone che, abbandonando i settori produttivi a basso valore aggiunto a favore dei paesi emergenti e puntando su quelli ad elevata tecnologia, i paesi europei possano ritrovare un soddisfacente equilibrio. Questo presupposto è purtroppo errato perché nei paesi emergenti, come già accadde in Europa nel dopoguerra, allo sviluppo economico si accompagna anche una generale crescita culturale e in particolare una crescita delle competenze nei settori tecnologici. Questo fa sì che, finché ci sarà libero scambio, la torta da dividere in Europa avrà sempre le stesse dimensioni o addirittura andrà a rimpicciolirsi.
Ma esistono terapie d’urto, capaci di fronteggiare questa grave crisi del Vecchio Continente?

La prima possibilità è quella di tentare di correggere il corso della storia degli ultimi venti anni, nel senso di mantenere un’area di libero scambio in ambito europeo e reintrodurre però alcuni vincoli negli scambi con i paesi in via di sviluppo. A livello politico questa sembra un’idea perdente, perché ad essa si oppongono le imprese esportatrici e quelle che hanno approfittato della de-localizzazione della produzione per ridurre i costi; si oppongono i consumatori che trovano sul mercato merci a prezzi più convenienti; si oppongono, infine, i partiti e i sindacati di riferimento dei lavoratori, per motivi di solidarietà con i paesi emergenti. Questi ultimi sbagliano, perché i mercati dell’est (Cina, India e Indocina) hanno ormai raggiunto un livello produttivo capace di autoalimentarsi ed hanno un potenziale mercato interno costituito da miliardi di consumatori. In fondo il boom economico europeo degli anni Cinquanta e Sessanta si è realizzato tutto nell’ambito del mercato interno: perché non dovrebbe verificarsi la stessa cosa nei paesi dell’est?

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Se la ricetta delle barriere doganali dovesse continuare a risultare una carta politicamente perdente, allora, volenti o nolenti, per fronteggiare il problema occupazionale, non resta che ricorrere a una redistribuzione del reddito, purtroppo dolorosa per quasi tutte le componenti del sistema produttivo.
La prima categoria che dovrebbe contribuire sarebbe quella degli imprenditori: il fatto che in Italia essi partecipino al gettito fiscale solo in misura del 5% significa che c’è una vastissima evasione.
E’ vero che finora nessuno è riuscito a farla emergere e tutti i governi hanno fatto fiasco. Tuttavia è da rilevare come tutti abbiano agito ignorando una regola fondamentale dell’economia aziendale, e cioè che “il reddito è la doppia risultanza del confronto fra costi e ricavi e del confronto fra capitale iniziale e finale”. Finora l’accertamento è stato fatto solo e sempre col primo criterio, che, attraverso il sistematico occultamento dei ricavi e la manipolazione contabile dei costi, consente alle imprese di comprimere in misura consistente il reddito assoggettabile ad imposta.
Intrecciando però i dati contabili sul reddito delle imprese con le variazioni del “patrimonio familiare” degli imprenditori, non dovrebbe essere troppo difficile rilevare le incongruenze più macroscopiche. Quando in una famiglia si acquistano immobili o titoli per un importo cospicuo, è necessario che si verifichi una di queste condizioni:
- che vi sia il corrispondente beneficio di un’eredità o di una donazione;
- che il reddito annuo dichiarato sia tale da consentire una adeguata capacità di risparmio;
- che ci sia stata l’accensione di un mutuo o comunque l’apertura di una linea di credito.
Se non si verifica nessuna di queste tre condizioni, vuol dire che c’è evasione oppure che l’incremento patrimoniale è frutto di attività illecite.

La seconda categoria che dovrebbe accettare un sacrificio sarebbe quella dei lavoratori che oggi hanno la fortuna (!) di avere un’occupazione. Per essi si dovrebbe, a livello legislativo, imporre una riduzione dell’orario di lavoro e, purtroppo, una corrispondentemente riduzione del salario. Se per 20 milioni di lavoratori attivi l’orario di lavoro si riducesse di un 5%, le imprese, per mantenere invariato il livello produttivo, dovrebbero assumere circa un milioni di giovani.
Naturalmente, se un tale sacrificio fosse imposto tramite provvedimento legislativo ai lavoratori occupati, per un principio di equità un qualche sacrificio dovrebbe essere sopportato anche dai pensionati.

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E’ ovvio che, oltre a tutto ciò, andrebbero curate anche alcune piaghe endemiche, specifiche del sistema italiano: le false pensioni di invalidità, l’assenteismo e i casi di doppio lavoro. 1) Per le pensioni di invalidità occorre una normativa rigorosa sulle procedure di concessione e sulle verifiche da parte del personale medico. Inutile parlare impropriamente di ammortizzatori sociali: i riconoscimenti di invalidità pilotati da rapporti politici o amicali vanno combattuti mediante pene e sanzioni disciplinari con forti capacità di dissuasione. 2) Per l’assenteismo la ricetta è più semplice: il 50% della paga giornaliera dovrebbe essere costituito da un’indennità di presenza; nei giorni di assenza, niente certificato medico e visite fiscali: basta il salario dimezzato. 3) In quanto al doppio lavoro, soprattutto nella Pubblica Amministrazione esso crea problemi organizzativi e di efficienza e, in ogni caso, costituisce la più palese ingiustizia nei confronti dei giovani che, ancora a trent’anni, non ne hanno nessuno. A ciò si aggiungono gli effetti iniqui di una pratica diffusa nell’amministrazione pubblica (enti locali, magistratura, aziende sanitarie ecc.): quella di affidare lavori esterni (perizie, difesa d’ufficio, consulenze, revisione dei bilanci, opere pubbliche ecc.) ai vecchi professionisti che già vantano una buona fetta del mercato privato, anziché a quelli giovani, i quali vedono così occuparsi tutti gli spazi di lavoro.
Un’altra grossa anomalia è costituita dai posti creati ad hoc in epoca democristiana: ho visto uffici pubblici in cui erano sufficienti cinque dipendenti, a cui se ne aggiungevano però altri cinque pagati per non fare nulla. E’ zavorra economica ereditata dai tempi delle vacche grasse, ma è difficile porvi rimedio mettendo sulla strada i cinque in esubero, soprattutto se devono mantenere una famiglia. Quella degli impiegati “pagati per reggere i muri” è comunque una razza in via di estinzione, della quale non resta che incaricare il tempo.

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In sintesi. Gli introiti per la lotta all’evasione, basata sull’analisi degli incrementi patrimoniali, ed i risparmi per la lotta alle false invalidità e all’assenteismo potrebbero mettere lo Stato in condizione di finanziare la ricerca e di ridisegnare completamente la mappa delle infrastrutture nazionali, le cui carenze sono, in alcune zone, la principale causa dell’insufficiente sviluppo economico. La riduzione dell’orario settimanale di lavoro, il divieto di doppio lavoro e un più frequente affidamento di incarichi professionali ai giovani s’incaricherebbero d’altra parte, come già detto, di immettere nel sistema produttivo una ormai gigantesca ed esplosiva massa di inoccupati, parcheggiati troppo a lungo nelle famiglie e cinicamente privati di proiezioni temporali.
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giovedì 21 ottobre 2010

Film da rivedere: Le mani sulla città, 1963

Napoli, 1963. Eduardo Nottola, spregiudicato costruttore edile e consigliere comunale della sua città, costringe il sindaco e gli assessori del suo partito a modificare il piano regolatore in modo tale che il terreno agricolo, da poco acquistato a prezzi bassissimi, cambi destinazione in terreno edificabile. Il comune, col denaro concesso dal governo centrale, costruirà le strade e porterà luce, acqua, fogne e gas dove lui poi costruirà moderni palazzi. Cosa offre in cambio ai suoi amici? Voti e denaro.
E’ uno schema molto semplice che ancora oggi funziona, proprio così come funzionava negli anni del boom edilizio del dopoguerra. Una delle tante forme di collusione fra potere economico e potere politico, forse la più redditizia.
Naturalmente, se dagli affari loschi c’è qualcuno che ne trae vantaggio, ci sarà anche qualcuno che ne verrà danneggiato. Nel caso specifico, gli altri proprietari di terreni, forse più idonei ma sui quali non si potrà più costruire, ed i cittadini in generale, come conseguenza di scelte urbanistiche che spesso violentano il territorio ed il tessuto urbano, consegnato dalla storia alla città, e che peggiorano la qualità della vita dei suoi abitanti.

Il fatto che, nei cinquanta anni che seguono l’uscita del film di Francesco Rosi, tutte le città italiane di medie e grandi dimensioni abbiano visto sorgere e crescere, oltre il perimetro del centro storico, tanti quartieri in cui è prevalso il criterio economico, ma antiestetico ed antifunzionale, della verticalizzazione degli edifici, dimostra che poche sono le possibilità di opporre resistenza alla speculazione edilizia.
In Le mani sulla città si vede un consigliere dell’opposizione fronteggiare coraggiosamente il gruppo di potere facente capo all’imprenditore, ma dal 1975 in Italia, nelle amministrazioni locali, si sono alternati governi tanto di destra quanto di sinistra, e ciò nonostante la tendenza a sfruttare il suolo con grandi “formicai” non è cambiata.
Pochi sono gli uomini la cui onestà non abbia un prezzo: c’è chi si vende per mille euro, chi per diecimila, chi per centomila e chi cede solo a cifre maggiori – dipende dalle condizioni materiali e culturali - ma la maggior parte di essi, non nascondiamocelo, sono sempre potenzialmente in vendita. Perché il denaro è un passepartout per il potere, per il benessere, per il prestigio sociale e persino per la vita amorosa, altrimenti non si spiegherebbe come sciami di belle ventenni si concedano tanto facilmente ad alcuni magnati che potrebbero tranquillamente essere loro nonni.

Fatta questa amara considerazione, e non senza precisare che esistono anche uomini che per i loro ideali e la loro lealtà hanno dato anche la vita, dobbiamo allora convenire che la lotta contro i palazzinari è persa in partenza?
I costruttori disonesti, i politici corrotti, i molti urbanisti e faccendieri subalterni agli uni e gli altri sono centinaia di migliaia, mentre i cittadini sono milioni. Con una buona informazione capillare, oggi aiutata dalla rete internet, è possibile scoprire i tanti altarini prima protetti dalla connivenza di tv e giornali. La giustizia e le carceri esistono ancora, si tratta solo di riuscire a mandarci i nuovi re del mattone e i loro vassalli. Insieme a mafiosi, grandi evasori, trafficanti di droga e sesso.

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Nel ’63 già da tempo si imponeva la pellicola a colori, ma i grandi registi (Fellini, Antonioni, Visconti) rimasero ancora per un po’ affezionati al bianco e nero, che sarebbe più giusto chiamare, come oggi si fa nei programmi informatici, “scala di grigi”. E’ in questi chiari e scuri, privi di colore, che prende forma la straordinaria interpretazione di Rod Steiger, che dà alla cattiveria e all’egoismo un viso teso e cinico. Due anni dopo, in L’uomo del banco dei pegni, con altrettanta efficacia lo stesso attore darà invece il proprio volto alla sofferenza di un ebreo scampato ai lager nazisti, che, rimpiangendo il proprio passato, non riesce più ad aver cura della sua vita interiore.

Il film, oggi suggerito, dura un’ora e tre quarti e non bisogna scoraggiarsi per i pochi minuti dedicati ai titoli di testa e ad una convulsa seduta del Consiglio comunale: a chi supera queste due prove offrirà un quadro molto fedele di quanto accadeva nell’edilizia mezzo secolo fa, che non è poi molto diverso da quello che accade oggi.
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venerdì 15 ottobre 2010

Librisulcomodino


Fino a una certa età si studia poggiando il libro sulla scrivania, magari con il foglietto degli appunti a fianco. Dopo i vent’anni le giornate vengono assorbite dal lavoro e dalle faccende familiari e, dopo i sessanta, la schiena non regge a lungo nell’incurvarsi e le letterine stampate ballano davanti agli occhi. E’ quello il momento in cui o leggi comodamente in poltrona o metti il libro sul comodino: lo prendi in mano il pomeriggio, prima della pennichella, o la sera, prima della tirata notturna.
Tengo sul comodino dei libri fissi e dei libri che si passano il testimone. Uno dei libri fissi è la Bibbia: la prima copia la comprai a quattordici anni, proprio quando decisi stupidamente di “fare” l’ateo: strana coincidenza. Non la leggo tutte le sere, non la leggo sistematicamente, non ne leggo tutte le parti; ho un tipo di lettura “mordi e fuggi”; rifuggo dai Libri Storici, mentre sono affascinato da quelli Sapienziali e dal Vangelo; torno di frequente sulle poche pagine della Lettera di Giacomo. Mi arrampico su qualche ramo del libro divino, quando resto sconfortato dall’agire umano, nel quale includo i libri umani.
Lo so che non l’ha dettato Dio, come dicono, ma ha un suo fascino. Non tutto è chiaro, ma fa parte del gioco. Solo rimprovero ai tanti cultori che si sono affannati a tradurre: perché appigliarsi a una incomprensibile traduzione letterale? Mettete il punto dove è necessario e nelle costruzioni sintattiche abbiate pietà per il lettore. Vorrei conoscere il tedesco per vedere se Lutero è stato un po’ più lungimirante, ma… ormai è tardi per imparare. Comunque, va bene anche così.

Fra i libri che si passano il testimone, ce n’è uno che “corre” spesso: i tre romanzi di Kafka in unico volume. La frequenza con cui riposa sul comodino forse è dovuta allo stesso motivo della lunga permanenza della Bibbia: è oscuro, entro certi limiti puoi vederci quello che vuoi. C’è però, col primo in classifica, una differenza importante: le parole giuste in ogni frase, le virgole che spezzano nel modo giusto anche i periodi più contorti. Non vorrei essere blasfemo, lo dico un po’ scherzosamente: almeno per la forma, nella trilogia Il processo-Il castello-America, Dio sembra essere intervenuto con maggiore attenzione.
Naturalmente, più è oscuro il racconto, maggiori sono le possibilità di interpretazioni. Su Kafka ho letto la monografia di uno dei più illustri critici, Pietro Citati, ma, nonostante le numerose e qualificate fonti a cui scrupolosamente egli attinge per il suo saggio, non ne condivido l’interpretazione religiosa o mistica dello scrittore praghese; sarà per alcuni aspetti del lavoro che ho svolto fra i venti e i sessanta anni, ma vedo in Kafka soprattutto la denuncia più suggestiva degli infernali meccanismi della burocrazia. Forse in ciò sono stato condizionato anche dalla lettura della tesi di un mio caro e stimatissimo amico, dalla quale ho ricavato la stessa chiave di lettura.
Dopo aver letto i romanzi e i racconti vorrei dare un'occhiata ai suoi Diari, ma l’unica edizione per me disponibile via internet viene a costare quasi 60 euro e non so se il gioco vale la candela: ho letto che sono un po’ noiosi, e poi… tengo famiglia!

Dei libri che sostano una volta e poi restano dormienti negli scaffali, dirò in seguito, di volta in volta. Adesso, smentendomi in parte su quanto detto all’inizio, confesso che alcune pagine le leggo anche sul computer. A parte alcuni autori, sconosciuti al pubblico ma meritevoli di essere pubblicati su carta più di tante firme famose, trovo su internet anche delle belle librerie elettroniche. Ultimamente mi sono imbattuto nel sito http://www.archive.org/ ; è in lingua inglese, ma ci sono anche testi in italiano, che hanno formato e colori veramente gradevoli. Naturalmente se ne può leggere solo qualche paginetta ogni tanto, però, per me che abito in un centro dove non c’è grande scelta, questo è il modo più rapido di trovare a volte ciò che cerco. Per esempio, di Giovanni Papini - autore messo in secondo piano per certe tendenze ideologiche, che neppure io condivido, ma che scriveva bene e col cuore - ho trovato diverse opere difficilmente reperibili, oltre una decina. Uno degli ultimi libri in sosta per qualche giorno sul comodino è stato il suo Sant’Agostino: chi meglio di un convertito poteva scrivere di una conversione?
Al prossimo libro “di passaggio”.
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giovedì 30 settembre 2010

Guardie e ladri. I limiti delle scienze umane

Da quando è stato riconosciuto il diritto alla proprietà dei beni, c’è sempre stato qualcuno che ha cercato di sottrarne ad altri il possesso e l’utilizzo e, da parte sua, naturalmente il proprietario si è sempre attrezzato per contrastare il pericolo di furto. All’inizio la difesa era individuale e col tempo è stata affidata agli specialisti, le guardie. Ma, nonostante questa evoluzione, i furti hanno continuato a verificarsi e le contrapposte figure del ladro e della guardia ancora si perpetuano; anzi le loro tecniche si sono progressivamente affinate.

Il “gioco” di guardie e ladri è, in qualche modo, paradigma di un altro gioco, quello tra il filosofo e il ricercatore sociale, da un lato, e l’uomo, oggetto delle loro speculazioni teoriche e delle loro indagini concrete, dall’altro. Anche qui c’è un soggetto che insegue e un altro che tenta di sfuggirgli, e anche qui vi sono diversi livelli di raffinatezza.
Il tentativo dello studioso a volte è inizialmente visto dall’indagato come un fatto positivo: “Se lui capisce come io sono, forse potrà aiutarmi a risolvere i miei problemi”, pensa. C’è però sempre un momento in cui il soggetto indagato tende a sottrarsi all’indagine, quasi avvertendo in essa un pericolo piuttosto che un aiuto. Gli etnologi, già nel primo Novecento, avevano messo in rilievo il fatto che la presenza di un osservatore, in una tribù , modificava il comportamento dei suoi membri, ed anche oggi, quando qualcuno cerca di registrare la voce o filmare le azioni di altri, notiamo come questi finiscano in qualche modo quasi per recitare secondo un copione diverso da quello consueto.

Questa reazione di cautela e di più o meno volontaria mistificazione rende i risultati della ricerca sempre provvisori. Il ricercatore non riuscirà mai a mettere definitivamente nella sua gabbia di conoscenze l’attore umano: le sue conclusioni sono sempre delle conquiste precarie, perché il soggetto osservato poi a sua volta osserva e riesce a modificare i propri comportamenti. Tornando allo schema del furto, è come se il ladro una volta acchiappato tentasse sempre di evadere e la guardia, aprendo la porta della cella, con stupore vi trovasse dentro un detenuto molto diverso da quello prima arrestato, quasi irriconoscibile.

Un compagno di studi universitari, in una riunione, a proposito delle possibilità e dei limiti delle scienze umane disse: “Una volta capito ciò che spinge un gruppo di persone a comportarsi in un determinato modo, siete poi capaci, voi studiosi, di prevedere il loro comportamento futuro?”. Intendeva con questo dire che il filosofo, lo psicologo e il sociologo possono ben comprendere il comportamento umano ma, a causa della capacità dell’uomo di rielaborare le situazioni e di inventarsi risposte sempre nuove, difficilmente possono anticiparlo.

Gli economisti – i quali diversamente dagli altri ricercatori prima citati indirizzano i loro sforzi in un campo molto più delimitato dell’agire umano – riescono, ad esempio, a spiegarci quotidianamente ex post le cause e gli scopi di certe decisioni, ma, quando si tratta di fare delle previsioni, succede che le sbaglino abbastanza di frequente. Prova ne sia che pochi fra di loro sono in grado di trarre un vantaggio economico dalle proprie conoscenze in materia e che quei pochi ci riescono solo scrivendo e parlando, e mai compiendo concrete operazioni speculative sul mercato. Immaginiamo a quali maggiori difficoltà va incontro chi aspira a comprendere, prevedere, e talvolta forse presume anche di controllare, i più complessi meccanismi della psiche individuale e delle dinamiche sociali.
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martedì 21 settembre 2010

Le responsabilità dei vecchi


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Sono iscritto al blog di Beppe Grillo ed ogni giorno mi arriva una e-mail con le righe introduttive del suo ultimo articolo. Mi sono iscritto perché nutro grande simpatia per Beppe: ricordo di aver registrato, e poi rivisto diverse volte, i suoi lunghi monologhi di circa vent’anni fa in tv, in cui con satira intelligente fustigava la società consumistica.
Oggi Grillo lo si vede poco, lo hanno escluso dalla tv, da tutte le tv, neppure la nuova La7 gli concede spazi, e le parole non sono più accompagnate dalla sua straordinaria mimica e da quella voce che sottolinea i momenti clou dei suoi ragionamenti con un caustico falsetto.
Dobbiamo dunque accontentarci di leggere le sue nude parole sul blog. Ma non è questo il problema, perché leggendo è difficile non immaginare i suoi occhi rotondi sgranati e le inconfondibili modulazioni della sua voce. Il problema è un altro: è diventato il rappresentante politico del tre per cento degli Italiani e, per questo suo nuovo ruolo, dobbiamo stare attenti non solo alle sue critiche ma anche alle sue proposte.

Ho dato un’occhiata al programma del “Movimento 5 Stelle”: ha il merito di non essere così ambiguo come quello dei partiti di governo e di opposizione, ci sono proposte precise. Non dice genericamente, ad esempio, che si batte per la giustizia, ma specifica quali leggi sulla giustizia farebbe approvare se ne avesse il potere. Scorrendo però il lungo elenco di proposte, sembra mancare, e questo è il rovescio della medaglia della concretezza, una visione generale dei problemi a cui ricondurre ogni fatto particolare. Questo comporta il pericolo di grossi errori.

Uno di questi errori l’ho rilevato nell’articolo del 16 settembre dal titolo “Non è un paese per giovani”. Avendo figli, nipoti ed ex alunni in età di lavoro e, come tutti i giovani italiani, con problemi di inoccupazione e precarietà, sono andato subito a leggerlo e, ahimè, a un certo punto ne sono rimasto sconcertato. Riporto la frase incriminata con cui Grillo conclude l’articolo: “L'Italia è spaccata in due, non tra Nord e Sud, tra Sinistra e Destra, ma tra giovani e vecchi. I giovani non hanno nulla perché i vecchi hanno tutto.”
Dunque per Grillo le distinzioni politiche fra destra e sinistra non esistono più. Perché lo dice? Perché lui ha di mira solo il principio dell’”onestà” e, dato che ci sono politici disonesti a destra come a manca, il classico confronto fra partiti operaisti e partiti degli imprenditori è superato!
Stando alle sue precise parole, non c’è poi spaccatura fra nord e sud: l’Italia è uniforme, forse sempre per via della disonestà. Dunque la differenza nel reddito medio pro-capite fra un bresciano e un agrigentino dal punto di vista sociale è irrilevante.
Per lui il problema è solo generazionale: i vecchi hanno tutto e i giovani nulla!
Messa in questi termini estremi, la sua analisi mi sembra un tantino grossolana.

Il problema generazionale è stato posto per primo dagli economisti della Confindustria e sostenuto pervicacemente dalla destra ultraliberista del nostro Cavaliere (che tanto cavaliere poi non è, visto come tratta le giovani donne italiane, veline o escort - eufemistico anglicismo per indicare le prostitute di classe - e le serie e mature donne straniere come Angela Merkel, a cui fa cucù da dietro la colonna e che fa attendere a lungo all’aeroporto, perché… lui deve concludere una telefonata al cellulare).
Ma non deviamo dall’argomento centrale: sostituire lo scontro politico fra destra e sinistra e quello territoriale fra nord e sud è stato un abile stratagemma degli industriali e degli ultraliberisti: “Se mettiamo i figli contro i padri, né gli uni né gli altri manterranno più le loro identità politiche e territoriali”. Questa è la filosofia di fondo: trasformare il “conflitto sociale” in “conflitto generazionale”, lo stesso meccanismo utilizzato dai dittatori, per trasformare il dissenso interno in scontro, prima culturale e poi militare, con fantomatici nemici esterni.
Certo Grillo non riprende queste argomentazioni con le stesse finalità di Tremonti, dei prof. della Cattolica e del nostro Cavaliere, che attraversa le strade con la berlina blu, solca i mari con lo yacht e cavalca le nuvole con i jet. Grillo lo fa in buona fede. Ma ciò non toglie che, in questa occasione, cada in grave errore.

In una ricerca di dei proff. Rosina e Balduzzi, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, tempo fa è stato analizzato il problema del debito pubblico italiano. Le loro conclusioni sono queste: lo Stato italiano, spendendo troppo per pensioni, sanità e scuola, ha contratto un debito che impedisce ora di aiutare i giovani. I figli insomma soffrono la disoccupazione perché i loro padri hanno preso tutto in passato. Alla stessa conclusione, chissà per quali vie, arriva Grillo. Allora è meglio ragionarci sopra con una certa serietà.

Il primo punto da rilevare è questo: lo Stato italiano si è fortemente indebitato negli anni Ottanta. Quello è stato il periodo, il decennio di Craxi, in cui il debito è passato dal 60 al 120% del Pil.
Ora bisogna considerare che i genitori dei ragazzi oggi in età di lavoro, cioè di 25-30 anni, sono persone che hanno cominciato a lavorare a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta, e non negli anni Ottanta, quando cioè la spesa pubblica è improvvisamente esplosa a causa degli affari illeciti dei partiti politici.

Secondo punto. Questi genitori oggi dividono la pensione coi loro figli e, quando “migreranno” in cielo, non lasceranno ai figli solo il debito pubblico, ma anche i crediti che vantano verso lo stato per la sottoscrizione di quel debito, perchè questo debito è coperto da finanziamenti interni al 95% e solo in minima parte da sottoscrittori stranieri (1). Diciamolo in modo più semplice: chi lascia al figlio il peso di un debito pubblico di trentacinquemila euro (così è stato calcolato) e contemporaneamente al momento del decesso lascia titoli di stato di importo pari o superiore, non mi pare possa essere considerato un pessimo genitore. Se poi oltre ai titoli di stato lascia in eredità un appartamento, acquistato magari col mutuo, non sembra si possa parlare di vecchi egoisti che hanno preso tutto e non lasciano nulla.

Resta il problema della disoccupazione intellettuale: studiano, questi giovani, per quindici anni e più e poi non trovano occupazione. Ma Grillo dovrebbe sapere che in questo devastante fenomeno i “vecchi” non c’entrano. C’entra invece la disoccupazione strutturale causata da due fatti in cui, non essi, ma l’evoluzione del sistema economico voluto dagli industriali ha precise responsabilità: 1) le nuove tecnologie che inevitabilmente sostituiscono il lavoro con le macchine (vecchio problema denunciato da Robert Owen già nell’Ottocento, ma che oggi assume proporzioni notevolmente più consistenti); 2) la globalizzazione dei mercati, per cui gli imprenditori italiani spostano le fabbriche in Croazia, Romania, Cina, India ecc., o fruiscono in loco della manodopera degli immigrati, ai quali, proprio per tenerne bassi i costi e soggiogarli col ricatto dell’espulsione, si rende lungo e difficile l’ottenimento del permesso di soggiorno.

Terzo punto. La disoccupazione in Italia c’è sempre stata: nella prima metà del Novecento milioni di Italiani sono andati a lavorare in Argentina e negli Stati Uniti e, negli anni Cinquanta e Sessanta, altri milioni di Italiani del sud sono andati in Germania, Belgio, Svizzera, Francia o nell’Italia settentrionale.
La differenza fra quelle emigrazioni e le attuali sta nel fatto che prima emigrava la manodopera generica mentre oggi devono emigrare ragazzi che sono stati coccolati in famiglia ed hanno studiato con la speranza di un futuro migliore di quello che la società, così com’è organizzata, può offrire. Se oggi un ragazzo deve partire per gli Stati Uniti o la Norvegia, non bastano pochi spiccioli per i primi giorni: occorre prenotare un aereo e un Hotel. Cosa facevano invece gli emigranti cinquant’anni fa? Un amico o un parente che già si trovava all’estero per lavoro, li ospitava nella sua casa, talvolta una baracca, che condivideva con altri connazionali; insieme mangiavano un piatto di spaghetti e, finchè non arrivava il lavoro, portavano gli stessi vestiti con cui erano arrivati.
Oggi il neolaureato in filosofia o in economia o in biologia, per motivi più che comprensibili questo non è disposto a farlo. Come pure, giustamente, non è disposto a fare un lavoro qualunque, cosa che in fondo non vogliono neppure i genitori che si sono sacrificati a lungo per mantenerlo agli studi.

Insomma, caro Beppe, il problema non è così semplice come tu l’hai posto. E’ cambiata la struttura della società e sono cambiati i valori su cui essa si reggeva. E con tutto ciò i “vecchi” genitori non c’entrano: soprattutto non lo si può imputare ad una generazione che tanto ha cercato di fare per una società più equa e solidale. Che poi, fra di loro, ce ne siano stati tanti che, a parziale conferma della teoria della circolazione delle élites di Pareto, ci abbiano marciato e si siano ritrovati fra gli intellettuali più accreditati o gli imprenditori più ricchi o i politici più scaltri, di questo non si può dare colpa ai molti che hanno invece lavorato sodo, imparando a dire signorsì ai capi, e tirato la cinghia per pagare il mutuo ed i jeans griffati, nell’illusione di un futuro radioso di cui via via s’è persa ogni concreta possibilità ed ormai anche ogni speranza.

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Visto che ci siamo, approfitto di questa specie di “lettera aperta” al caro Beppe, per porre due domande sul suo blog: Ti arrivano migliaia di commenti al giorno. Come fai a leggerli tutti? Secondo me non ne leggi neppure uno. E in questo caso operi come la TV: trasmetti idee ma non ne ricevi.
Seconda domanda: Ti sei accorto che molti di questi commenti non hanno nessuna pertinenza con il tuo articolo del giorno e si limitano a ripetere sempre le stesse cose? Cose sacrosante, perbacco, ma che nulla aggiungono e nulla sottraggono alle tesi esposte nei tuoi articoli.
Da che pulpito viene questa predica? Da un nostalgico del PCI di Enrico Berlinguer, quello dell’austerity e del socialismo dal volto umano, un uomo che dovremmo più spesso ricordare e apprezzare per l’intelligenza politica, la saggezza e lo stile di vita.

Nota (1)
Almeno fino al 2001 il debito pubblico italiano era finanziato quasi interamente da fonti interne (v. Maura Francese e Angelo Pace:“Il debito pubblico italiano dall’Unità a oggi. Una ricostruzione della serie storica”, pag. 21, fig 5 - Banca d’Italia 2008.

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domenica 29 agosto 2010

Film da rivedere: Rocco e i suoi fratelli, 1960

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Negli anni Sessanta, in treno, ne ho viste tante di famiglie simili alla famiglia Parondi, protagonista del film di Visconti. Donne forti e di costumi castigati e giovanotti spaesati ma con gli occhi sognanti, lanciati verso un nord, italiano o europeo, alla ricerca di un lavoro più dignitoso e desiderosi di rapporti sociali meno rigidi. Le ho viste, queste famiglie, scendere dal treno e salire in autobus, chiedendo al bigliettaio come fare per giungere a un certo indirizzo, e meravigliarsi delle mille luci delle vetrine. Speranze e meraviglia spesso destinate a disfarsi nel giro di pochi anni, per chiedersi poi se quel viaggio era stato di salvezza o di insospettata condanna a cose peggiori di quelle lasciate alle spalle.

Il percorso della famiglia Parondi a Milano non sarà lineare: cinque fratelli e una madre, tutti uniti dal sangue e da una comune matrice culturale, ma ognuno col proprio carattere e ognuno, a un certo punto, per il suo sentiero. Vincenzo vuole una vita tranquilla, senza lode né infamia; Simone si scopre ambizioso e sregolato; Rocco è, come un Cristo, pronto ad ogni generosità e privo di qualunque risentimento; Ciro coglie nell’esperienza cittadina la superiorità delle norme civili rispetto a quelle dettate dalle tradizioni; Luca, ancora adolescente, nel dipanarsi delle storie dei fratelli più grandi rimarrà solo spettatore e testimone.

Quando quattro dei fratelli, guidati dalla coraggiosa (o incosciente?) madre, giungono a Milano, si verifica il primo scontro culturale. Vincenzo, il primogenito, che già da alcuni anni vive in città, festeggia il suo fidanzamento a casa della ragazza insieme a tutti i parenti di lei. Vuole farsi una propria famiglia, sganciata da quella d’origine, mentre sua madre trova doveroso, e lo impone, che lui prima aiuti i suoi fratelli. Ne nascono una lite furibonda fra le suocere e la rottura del fidanzamento.

Il secondo motivo di scontro si ha con la conoscenza di Nadia, introdotta nella modesta abitazione dei Parondi perché inseguita da qualcuno. I figli si limitano ad ammirare la sua fascinosa bellezza e i suoi atteggiamenti spregiudicati, mentre la madre ha subito intuito che si tratta di una prostituta. Nadia è scappata in sottoveste, ma parla e si muove con strana disinvoltura, scruta i giovanotti con curiosità, annusa ed è annusata, va a curiosare fra le foto attaccate al muro e, quando vede Vincenzo coi guantoni, dice di conoscere una persona importante nell’ambiente del pugilato.
A salire sul ring però non sarà più Vincenzo ma Simone, che in palestra viene subito notato e promosso da un impresario gay, per la sua bravura e per il suo aspetto fisico. Alla fine del primo incontro vinto per knockout, ad aspettarlo fuori dal palazzetto ritrova Nadia, della quale si innamorerà pazzamente. Ma lui non saprà gestire il rapporto: per vincolare più saldamente a sé l’affascinante prostituta, spende molto di più di quanto guadagna, salta gli allenamenti, fuma e beve, tutte cose che gli faranno perdere la fiducia dell’allenatore e pregiudicheranno la sua carriera sportiva.

E veniamo al terzo motivo di scontro culturale. Nadia per un po’ ha approfittato della prodigalità di Simone e goduto della sua galanteria, ma, quando si accorge che per mantenere un certo livello di vita lui ricorre anche agli imbrogli e al furto, finisce per disprezzarlo. Le diverse e contrapposte visioni della vita presto indurranno Nadia a rompere il rapporto; una rottura che Simone, passionale ed eccessivo in ogni cosa, non tollererà e che lo porterà a una incontrollata gelosia, al fallimento professionale, all’abuso di alcol e quindi all’abbrutimento nell’aspetto e nei costumi. La sua storia avrà termine, come vedremo, nel modo più drammatico: con l’uccisione di Nadia e con il carcere.

Mentre gli altri fratelli, pur rappresentando nel film delle figure emblematiche, restano in ombra, parallelamente alla storia di Simone si svolge quella di Rocco. Prima in amore e poi sul ring.
Ignaro dei sentimenti che nel fratello ancora persistono a due anni dalla fine della relazione, anche lui si innamora di Nadia, ma è attirato dalla sua segreta fragilità più che dalla sua conturbante bellezza. Mai un amore è stato raccontato dal cinema con tanta tenerezza: i volti, prestati ai personaggi da Alain Delon e Annie Girardot, e lo struggente tema musicale che sottolinea puntualmente i loro incontri segreti, smuovono i sentimenti dello spettatore più incallito.
Fra i due c’è una intesa perfetta, ma anche per loro viene il momento dello scontro culturale. Quando Simone, informato da un amico impietoso, scopre la relazione del fratello con Nadia e la violenta sotto i suoi occhi con l’aiuto di un branco di amici, Rocco fa stoltamente prevalere il familismo sull’amore e, lasciandola, sacrifica se stesso e la ragazza per la salvezza del fratello. Questa scelta dolorosa rientra nei suoi schemi, ma sfugge completamente alla mentalità della ragazza, che, persa ormai l’unica residua speranza di cambiare vita, si vendicherà punendo Simone. Lo rifiuterà e lo metterà alla berlina di fronte a tutti gli amici, ferendone sistematicamente la passione e l’orgoglio.

Storie parallele fra i due fratelli anche nel lavoro. Anche Rocco finisce sul ring, e con grande successo, ma accetta la boxe solo come soluzione per i problemi economici del fratello, che sempre più va verso il degrado: per denaro infatti egli è disposto persino a concedersi all’impresario gay ma, sbeffeggiato da questo, reagisce violentemente e per ritorsione viene denunciato di furto. Il denaro di Rocco servirà anche per far ritirare la denuncia.
Tutti i sacrifici di Rocco non basteranno però a salvare Simone. Lo stesso amico diabolico che anni prima lo aveva spinto a usare violenza sessuale su Nadia e a massacrare di botte il fratello, gli indica adesso il posto dove Nadia, ritornata alla prostituzione, incontra i clienti. Sarà lì che Simone la colpirà ripetutamente e selvaggiamente, mentre lei ancora una volta gli si rifiuta, e muore aprendo le braccia, come in croce.
Le due diverse scene dello stupro e dell’accoltellamento di Nadia sono state causa di censura per la crudezza con cui sono riprese e per l’indugiare in esse: se ne vedono infatti i particolari con un realismo sconosciuto in quel periodo in Italia, e forse nel mondo. E’ sempre inaccettabile ogni tentativo di censura, e in particolare in un’opera d’arte, ma forse, in quelle scene, il regista avrebbe potuto usare una mano più lieve.

Rocco e i suoi fratelli è un film drammatico e ciò risulta chiaramente dalla breve narrazione che precede e dalla classificazione che ne fanno i critici accreditati. Esso è però, in senso lato, da considerare anche un film storico, perché la Milano degli anni Sessanta, ed i meridionali che lì affluivano lungo le rotaie come interminabili file di formiche, non restano sullo sfondo, ma sono anch’essi protagonisti importanti. E’ una Milano che offre tante opportunità, ma di cui bisogna capire i meccanismi e nella quale occorre sapersi adattare. Una Milano abbagliante di grandi promesse, che lentamente cede però il passo alle ombre di desolanti periferie e di squallidi tipi umani: Nadia, che non trova uno spiraglio spirituale se non quello offertole dal più generoso dei fratelli lucani; l’impresario gay, che promuove sul campo solo i giovani prestanti e disponibili e che approfitta di un piccolo furto per chiedere un risarcimento spropositato; il falso amico di Simone, che contribuisce a seminare odio e violenza e cinicamente poi ne gode.
E i meridionali immigrati? Anche per loro non c’è un destino comune: c’è chi, come Ciro e Vincenzo, accetta la nuova cultura e si integra perfettamente; chi, come Rocco, pur rispettoso della società che l’accoglie, pensa sempre con nostalgia alla lontana terra d’origine; chi, come Simone e la vecchia madre, vorrebbe trarre dal nuovo ambiente tutti i vantaggi offerti e rifiutare gli obblighi che ne conseguono. Saranno questi ultimi i più disperati, vittime di un fenomeno collettivo, l’emigrazione, oltre che delle loro personali ambizioni.

Questa era l’Italia del 1960, cioè di cinquant’anni fa, così come l’ho conosciuta e così come emerge dal film. Da allora molte cose sono cambiate. Come col suo linguaggio scarno Ciro preconizzava nel film - e più elegantemente Pasolini constatava sulla stampa quindici anni dopo - il processo di “omologazione antropologica” è andato sempre più avanti. Nonostante il persistere di economie diverse.
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In foto: Simone (Renato Salvatori) e Rocco (Alain Delon) all'arrivo in città
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sabato 7 agosto 2010

Università (3): correlazione fra reddito e istruzione


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Ieri, riguardando la tabella sui flussi fra le varie regioni, mi è venuta la curiosità di raffrontare il numero di studenti universitari residenti in ogni regione (col. 3) col numero di abitanti (col. 2). Ne è emerso un dato, che avevo ipotizzato varie volte, ma di cui non ero finora certo: al sud si studia più che al nord.
Ho pensato allora di vedere più precisamente quale fosse la correlazione fra reddito (col. 1) e percentuale degli studenti iscritti all’università (col. 4), e ne è venuta fuori la tabella posta qui in alto, dalla quale mi sembra che emergano dei dati interessanti.

Nelle regioni in cui il reddito pro-capite è superiore a quello medio nazionale (in rosso nella prima colonna), i giovani iscritti all’università sono percentualmente inferiori alla media nazionale del 2,75%; nelle regioni con reddito pro-capite inferiore a quello medio nazionale, gli studenti universitari sono invece più numerosi (in rosso nella quarta colonna).

Succede a volte che la verità venga a galla per caso. Pur senza l’intenzione di indagare in questa direzione, è balzata agli occhi una precisa correlazione sociologica fra reddito e propensione agli studi accademici, che ribalta lo stereotipo secondo il quale la ricchezza favorisce la cultura.

In Lombardia, dove c’è un reddito pro-capite di 31.618 euro, solo due abitanti su cento frequentano l’università, mentre in Calabria, dove il reddito pro-capite è meno della metà (euro 15.641), ogni cento abitanti ci sono quasi quattro studenti universitari, circa il doppio di quelli lombardi. E questo è solo l’esempio più vistoso: dalla tabella si può facilmente constatare come la percentuale degli studenti cresca, progressivamente e con regolarità, al decrescere del reddito. A questo andamento lineare fa eccezione solo il Lazio.

Note:
I dati relativi al reddito pro-capite sono dell’Istat e si riferiscono all’anno 2005 (fonte Wikipedia).
Per la Regione Trentino A. Adige disponiamo separatamente del reddito delle due province, mentre per quanto riguarda il rapporto percentuale fra studenti universitari e abitanti (fonte Miur) disponiamo di un unico valore sintetico.
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giovedì 5 agosto 2010

Università(2): flussi migratori fra le regioni



Nel precedente articolo sull’università ho cercato di mettere in evidenza gli svantaggi economici (e, qui ora aggiungo, anche organizzativi e psicologici) degli studenti che, per frequentare le lezioni, si iscrivono all’università in una regione diversa da quella in cui essi risiedono con la propria famiglia.
Quanti sono? Difficile stabilirlo con esattezza (dovremmo sapere dalle singole università il luogo di provenienza degli studenti iscritti), però con l’aiuto di alcuni dati ufficiali possiamo almeno desumere quali sono i flussi fra le varie regioni italiane e fare delle interessanti considerazioni.

Per fare ciò ho riunito in un’unica tabella i dati forniti separatamente dal sito del miur. In essa la prima colonna indica il numero di studenti universitari “residenti” in una certa regione (a prescindere dal fatto che essi studino nella stessa regione o in un’altra), mentre la seconda indica gli studenti “iscritti” negli atenei di una certa regione (a prescindere dalla loro provenienza geografica). Lo scarto fra studenti residenti e iscritti è indicativo di come vanno le cose in ogni regione.
Ad esempio, cosa significa che gli "iscritti" negli atenei lombardi sono più numerosi dei “residenti”? Significa che il flusso in entrata è maggiore di quello in uscita: abbiamo una prevalenza di “immigrati” rispetto agli “emigrati”. Esattamente il contrario di quello che avviene per la regione Puglia, dove il probabile afflusso dalla Basilicata e dalla Calabria è inferiore al deflusso verso il Lazio e altre regioni del centro e del nord.

Studiare questi flussi nei dettagli è difficile quasi come studiare quelli fra i vari partiti politici dopo ogni tornata elettorale. Tuttavia, da un breve sguardo alla tabella, alcuni dati sui movimenti complessivi saltano agli occhi con sufficiente chiarezza e immediatezza:

1) Fra le regioni del nord, eccezion fatta per la Lombardia, i movimenti sono molto modesti, sull’ordine di centinaia o poche migliaia di studenti. In queste regioni evidentemente la presenza di numerosi atenei con una certa tradizione e i facili collegamenti stradali e ferroviari fanno sì che gli spostamenti siano tendenzialmente limitati all’ambito regionale. Le lunghe distanze, d’altro canto, limitano le loro capacità attrattive nei confronti del Sud e delle isole: gli immigrati si fermano perciò a 23.389.

2) Gli atenei dell’Italia centrale sono i più gettonati: dall’Emilia al Lazio e all’Abruzzo ci sono 128.060 studenti “immigrati”. Essi esercitano un forte richiamo sui giovani del Sud e delle isole, regioni dalle quali infatti nel 2009 sono partiti 147.826 studenti, una popolazione quasi pari a quella di una città come Parma.

3) Se consideriamo il saldo positivo del centro e del nord e quello negativo del sud e delle isole (ma non i 3.623 universitari di cui mancano i dati: ultima riga della tabella), i conti tornano: 128.060 + 23.389 – 3.623 = 147.826.

Analizziamo adesso il risvolto economico di tale fenomeno.
Ogni anno 147.826 famiglie del sud e delle isole inviano il denaro occorrente per le tasse universitarie, l’alloggio e le bollette, i pasti, gli autobus, le telefonate, bar, cinema, benzina per l’auto o il motorino, qualche capo di abbigliamento ecc. ecc. Naturalmente ci sono ragazzi che per tutto ciò se la cavano anche con 600-700 euro mensili, e ci sono poi quelli provenienti da famiglie più agiate e accondiscendenti che arrivano a spendere 1.200 euro mensili o più. Facciamo dunque conto che, in media, ci vogliano 1.000 euro al mese e cioè 12.000 euro all’anno.

Ora, per meglio calcolare il costo economico delle famiglie, facciamo una precisazione sul numero degli studenti “emigrati”. Possiamo supporre che fra questi 147.826 ragazzi ce ne sia un dieci per cento, che fruisca ogni anno dell’alloggio e della mensa o di un assegno in denaro con cui coprire parzialmente le spese, e che un altro dieci per cento si aiuti con lavori sporadici o part-time. C’è dunque un venti per cento che non è completamente a carico dei genitori, ma solo in parte.
Sul totale degli studenti ce ne sarebbero, seguendo queste ipotesi, circa 118.261 che spendono 12.000 euro l’anno e circa 29.564, assegnatari di borse di studio o studenti-lavoratori, che richiedono alla famiglia uno sforzo inferiore, diciamo la metà.
Facciamo adesso un po’ di conticini: (118.261 x 12.000) + (29.564 x 6.000) = euro 1.596.516.000. Quasi unmiliardoseicentomilioni di euro ogni anno viene dunque trasferito dal sud verso l’Italia centrale e il nord con vaglia, bonifici, bancomat ecc.

Denaro ben speso? Non so. Alle industrie occorrono operai, preferibilmente con un livello culturale abbastanza basso da limitarne le possibili pretese (gli imprenditori predicano tanto contro gli immigrati ma sono quelli, i lavoratori da essi preferiti). Gli enti pubblici bloccano il turnover. Le libere professioni passano di padre in figlio o da zio a nipote, portandosi dietro la clientela e il nome. Cosa resta per i neolaureati?
A destra come a sinistra c’è grande retorica sul valore dell’istruzione, ma, in pratica, sembra che questa società non abbia bisogno di intellettuali: sono inutili e pericolosi. C’è solo da chiedersi se, a lungo andare, siano più pericolosi dentro i circuiti lavorativi, oppure fuori di essi.
Comunque, sarebbe almeno auspicabile che, d’ora in avanti, le famiglie cercassero di limitare questi flussi di studenti. Forse col denaro speso nelle proprie regioni si creerebbe qualche posto di lavoro in più.
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mercoledì 28 luglio 2010

Università(1): reddito, merito e residenza

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Il Corriere online dell’11 luglio dava notizia del fatto che il governo tedesco ha deciso di dare sostegno economico agli studenti universitari unicamente secondo il principio del merito e non anche delle condizioni economiche familiari. La notizia mi ha riportato alla mente due episodi.

Primo. Nel 1976 – ero al sesto anno di insegnamento e al secondo nella scuola dove avrei lavorato ancora per altri ventinove anni – mi venne dato l’incarico di formare le graduatorie per l’assegnazione dei buoni libro. Dovetti analizzare circa duecento domande, assegnando un punteggio in base al reddito e un altro in base al numero dei familiari a carico; se ben ricordo, non si faceva alcun cenno ai voti ottenuti dagli alunni. Da giovane insegnante mi trasformai in zelante burocrate e, per i dati sul reddito, dovetti esaminare le copie dei modelli presentati al fisco. Risultato: poiché commercianti, artigiani e imprenditori agricoli dichiaravano redditi bassissimi, furono queste categorie a fare la parte del leone. A impiegati e operai, niente buoni libro.


Secondo. Siamo nel 1998. Un ragazzo è al secondo anno di università e nell’anno precedente ha dato i primi esami con ottimi risultati. Telefona in segreteria per sapere se ha ottenuto l’assegno di studio in base a un mix fra merito e coefficiente reddituale e si sente rispondere che per i voti ne avrebbe avuto diritto, ma era stato poi escluso per il reddito. Ma come, i suoi genitori, due impiegati, senza altre proprietà se non quella del modesto appartamento in cui abitavano e con due figli all’università, erano da considerare “benestanti”?

Morale delle due favolette: il principio della solidarietà è sacrosanto, però in Italia non funziona.
Funzionerà allora quello del solo merito, come proposto in Germania dal governo conservatore? Ribaltando il giudizio precedente direi che, come unico criterio, quello del merito non è accettabile, perché dare cinque o seimila euro a chi, pur se bravissimo, ha già tanto denaro, non è moralmente corretto. Tuttavia, se tale criterio non è giusto, ha almeno il pregio di basarsi su dati meno manipolabili di quello del reddito: anche all’università ci saranno i raccomandati, ma voglio credere che un accademico si lasci corrompere meno facilmente e frequentemente di quanto non accada per altre categorie.
Visti i grossi difetti di entrambi i criteri esaminati, ne esiste qualcun altro che sia, nel contempo, giusto e seriamente applicabile? Per dare una risposta, partiamo dal ragionamento su quanto costi alle famiglie mantenere un figlio agli studi.

In Italia ci sono grosso modo cinquanta città che sono anche sedi universitarie, e non tutte con tutte le facoltà, e non tutte ben organizzate e con un valido corpo docente (molte sono di recentissima istituzione, e la storia anche in questo caso conta molto!).
Per gli studenti che già risiedono in queste città il costo degli studi è rappresentato unicamente dalle tasse e dall’acquisto dei libri. Per quelli che abitano in centri dai quali queste sedi universitarie sono facilmente raggiungibili con i mezzi pubblici o con l’auto, c’è il costo aggiuntivo del trasporto. Infine, per quelli che abitano nei centri dai quali non è possibile spostarsi quotidianamente – per la lontananza o la mancanza di rapidi collegamenti – ai precedenti costi si sommano quelli dell’alloggio, dei pasti fuori casa, lavanderia, telefono ecc. Per questi ultimi il costo complessivo è almeno il quadruplo rispetto a quello delle prime due categorie.

Quanti sono questi ragazzi, che per studiare devono fittarsi una stanza e farsi da mangiare o andare in una modesta tavola calda? Da alcune tabelle, pubblicate sul sito del miur, si possono ricavare elementi quasi certi in relazione ai flussi da una regione all’altra – argomento su cui mi riservo di indagare più minuziosamente in seguito – ma è difficile poi avere i dati relativi agli spostamenti all’interno della stessa regione. Credo comunque che questi “emigranti della cultura” siano in numero ragguardevole: ci sono intere città, e non solo in Italia, che su questo fenomeno fondano buona parte della loro economia. Basti pensare a Padova, Pavia, Bologna, Pisa, Siena, Perugia, Urbino, Salerno, ed ora anche Lecce e Cosenza, dove statisticamente si riscontra la presenza di uno studente universitario ogni quattro o cinque abitanti! Per altre città l’apporto economico dei fuori sede è forse meno determinante, ma per nulla irrilevante.

Bene, cosa ne direbbero i nostri politici, tanto quelli al governo quanto quelli dell’opposizione, di dare - in omaggio al principio di solidarietà - un aiutino prima di tutto a questi ragazzi che partono con uno “svantaggio consistente e dimostrabile”, sempre a patto che - in omaggio al principio del merito - ogni anno essi dimostrino anche di essere in regola con gli esami? A me sembra una buona idea. Si può discutere di questo, anziché dei capelli di Berlusconi? Mettiamo da parte le questioni di lana caprina.
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venerdì 23 luglio 2010

Questo è mio fratello

Il fatto che la massoneria in via ordinaria coopti nel suo seno le categorie sociali più privilegiate sotto il profilo della professione e del reddito, fa di essa una organizzazione settaria e antidemocratica. Ciò rende poco coerente l'affiliazione ad essa da parte di intellettuali che nel contempo svolgono attività politica in quei partiti che rappresentano tutte le categorie sociali.
Mi viene piuttosto difficile pensare che la stessa persona che un certo giorno partecipa all’assemblea di un partito politico, dove si dibattono i problemi della città e dello Stato, possa il giorno seguente chiudersi segretamente in un locale insieme ad altre persone, indossando strani abiti e paramenti, per fare qualcosa che rassomiglia fortemente alla celebrazione di riti medioevali di dubbio gusto.

Non ho avuto notizia di queste associazioni fino al clamoroso caso della Loggia P2 e - ritenendo poi, erroneamente, che la condanna della struttura e degli scopi di quest'ultima costituisse ormai un solido baluardo contro la sua ingerenza negli affari pubblici - non ho più dedicato attenzione al fenomeno. Ne sentii riparlare dopo circa dieci anni, quando qualche giornale svelò che personaggi, che occupavano alte cariche istituzionali dello Stato, erano stati membri di quella particolare associazione segreta, e si seppe inoltre che alcuni noti personaggi erano vicini alla massoneria regolare. All'inizio fui incredulo, ma le voci erano diffuse e concordi e, secondo qualcuno, la cosa trovava parziale conferma negli elenchi di cui era venuto in possesso il procuratore Agostino Cordova, che - come il Capitano Bellodi nel libro di Sciascia "Il giorno della civetta" - per l'eccessivo zelo fu presto trasferito dalla sua sede in modo che non potesse più nuocere.

Conscio della mia ignoranza sul fenomeno, durante le vacanze chiesi al mio amico Antonio R., uomo in cui la saggezza fa a gara con l'intelligenza, cosa ne pensasse. La risposta fu lapidaria, e mi fece capire perché, per tanti secoli, la religione cristiana si fosse opposta alla massoneria.
“Vede quella signora che ora sta attraversando la strada? Quella, è mia sorella. – disse - E vede quell'uomo che sta entrando in quel negozio? Quello, è mio fratello. Io, i miei fratelli, non li cerco fra le persone iscritte in un elenco”. E, trasformando il suo consueto sorriso aperto in una smorfia quasi di disgusto, sillabò la parola “e-len-co”.

Qualche anno fa, indagando sul web, fra i tanti articoli in cui si enunciano i bei principi illuministici e patriottici a cui le logge dichiarano di ispirarsi, trovai una breve indagine, fatta nel '92 dall’Eurispes nell'ambito dell'annuale Rapporto Italia, dal titolo "Capitolo II, Legalità/Illegalità, Scheda 19, La massoneria in cifre". Lo studio veniva pubblicato oltre che dall'Eurispes dallo stesso sito del Grande Oriente, ma di esso oggi rimane traccia solo in un libero forum alla pagina
http://www.exibart.com/forum/leggimsg.arte~iddescrizione~68657~pagina~19~filter~
e dovrebbe comunque essere reperibile, previa iscrizione, sul sito dell'Eurispes.

La scheda citata offre dei dati numerici interessanti, tratti dall'inchiesta del procuratore Cordova (numero delle logge, incidenza degli iscritti su 100.000 abitanti, distribuzione geografica e professione), ma a questi premette interessanti considerazioni sulla natura e gli scopi della massoneria in generale e di quella "deviata" in particolare (Cordova nel corso di un'indagine parlamentare dichiarò, fra l'altro, che non è sempre facile distinguere fra massoneria deviata e logge regolari).

Ecco quanto affermato dagli studiosi dell'Eurispes circa la massoneria in generale:

- "Solitamente coloro che si iscrivono alla massoneria sono professionisti affermati o persone che comunque godono di status socioeconomico alto e medio-alto".
-"Cordova lamenta la parzialità degli elenchi sequestrati in quanto (...) numerosi libero muratori sarebbero stati affiliati all'orecchio del maestro; in altri termini, la loro appartenenza alla massoneria non risulterebbe da alcun documento".
- "Le relazioni che si stabiliscono all'interno delle logge prevedono la presenza di un capo e di una gerarchia che non tiene conto delle attività professionali dei singoli libero muratori. Ciò può creare pericolose interferenze nel momento in cui, ad esempio, il magistrato massone si trova a dover giudicare l'imprenditore suo maestro".

Sulla massoneria "deviata" l'Eurispes è ovviamente ancora più severa:

-"La massoneria deviata si pone spesso al centro di intrecci tra politica, mafia, magistratura, imprenditoria¬”
-"La massoneria deviata storicamente si è contraddistinta per due caratteristiche: primo, per la grande capacità di sviluppare profitti grazie all'elaborazione di fitte interrelazioni clientelari e affaristiche. Secondo, per la capacità di canalizzare il complesso di tali relazioni (...) entro un progetto unico e finalizzato, non di rado, a influire sulle dinamiche politico-istituzionali".

Il 6 febbraio 2004 in un articolo rintracciabile sul sito "Carmilla", alla pagina http://www.carmillaonline.com/archives/2004/02/000606.html si legge una interessantissima considerazione:

"Una cosa va chiarita: l'adesione ad una loggia massonica non è reato (lo era nel caso della P2, strutturata come segreta, oggetto di innumerevoli inchieste, i cui affiliati sono stati coinvolti in vicende di eversione, stragi, tentati colpi di Stato, depistaggi). Al di là di questa fondamentale precisazione, é assodato che buona parte degli italiani che non contano niente (... ) si chiedano quale sia il motivo che spinge un individuo ad aderire ad una loggia massonica, se non la speranza di assicurarsi favori che non sarebbero ottenibili per vie legali o con l'ausilio del solo sudore della fronte."

Si dirà che queste sono considerazioni inattuali: il rapporto Eurispes è del 1992, l'articolo di Carmilla è del 2004 e le indagini di Cordova ovviamente non sono approdate a nulla. Ma nel 2007 il pm John Woodcock avvia un’indagine su una loggia massonica deviata e il giornalista Ferruccio Pinotti, nel libro "Fratelli d'Italia", in copertina si chiede: “Quanto conta la massoneria?”. In quarta di copertina risponde con la citazione degli atti dell'inchiesta del pm De Magistris: “Gli intrecci affaristici tra politica, imprenditori, massoneria e poteri occulti rappresentano, ormai, un sistema collaudato (... ) Emerge da esso la spartizione del denaro pubblico, il finanziamento ai partiti, il ruolo di lobby e poteri occulti deviati”.
Ma anche De Magistris, come Cordova, è stato subito rimosso dalla sua sede.
Ed ecco oggi spuntare la loggia P3.
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(Nella foto: "Le bon samaritain" di Francois-Leon Sicard - Parigi)
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lunedì 28 giugno 2010

Sul Po, dai mulini alle armi

Quando su google si inizia a digitare un nome, già alle prime lettere il motore di ricerca ne suggerisce alcuni fra quelli più noti. Ad esempio, non appena componete le lettere“umbe”, google lo trasformerà subito in “Umberto” e a fianco appariranno in ordine i cognomi di Saba, Bossi, Eco, Galimberti e Veronesi. Fatto salvo il poeta, vedere questi ultimi tre essere preceduti da Bossi, lì per lì m’ha fatto un po’ senso, ma subito mi sono dato una ragione del fatto che quest’ultimo fosse più “cliccato”: chi non prova una certa curiosità a saperne qualcosa di più, di quanto non emerga oggi sui media, sul profilo del politico? Al momento dell’exploit della Lega, i giornali avevano fatto trapelare qualcosa sul suo passato ma, con l’incalzare degli eventi, l’occhio della stampa si rivolse maggiormente al quotidiano, e alle sue imprevedibili sortite. Di quelle prime indagini biografiche, ricordo qualche accenno a una sua precedente iscrizione al partito comunista e poi un curriculum degli studi, per il quale neppure il figlio-trota ha motivo di provare invidia.

Non disponendo in casa di una sua biografia (di Berlusconi ce ne sono tante, di suo invece c’è poco o nulla) e rinunciando, per ovvi motivi, alla consultazione della vecchia Treccani ereditata dalla suocera, proseguo dunque la mia ricerca su google, accontentandomi di quanto dice Wikipedia. Bene, dall’enciclopedia “volatile” risulta che oggi egli ha sessantotto anni (gliene davo di più!) e su di essa trovo anche conferma di quanto ricordavo circa la sua prima militanza politica e gli studi. Si aggiunge poi che a 34 anni si sposa mentre è ancora iscritto alla Facoltà di Medicina. Quando di anni ne ha 38, la moglie, la prima, gli dà però un ultimatum: un lavoro fisso è necessario per portare avanti la famiglia. Ma dopo tre anni si vede costretta a chiedere il divorzio: al marito, ormai quarantunenne, per la laurea mancano ancora 11 esami!

Ma proprio in quell’anno il nostro moderno Brancaleone scopre le sue nuove radici etniche, si dà arie di moralizzatore della vita pubblica, ritrova nel proselitismo quell’occupazione stabile verso la quale la moglie lo aveva inutilmente spinto, e in Italia trasforma il conflitto sociale in conflitto territoriale. “Melàno” dice storcendo la sua larga bocca, per ridicolizzare i suoi primi nemici, gli immigrati provenienti dalla “terronia”. E su questa scia trova in fretta i primi seguaci: evidentemente la cultura non serve molto per far politica, visto che l’unico suo titolo di studio è ancora quello di perito tecnico, ottenuto nella scuola per corrispondenza RadioElettra.

A 43 anni conosce poi Manuela Marrone, che sposa, però, solo quando di anni ne avrà 53. Cosa abbia indotto questa maestrina siciliana a sposare, oltre che lui, anche la passione antimeridionale del marito, è cosa che sul momento lascia alquanto perplessi; ma una spiegazione sociologica è possibile: un ribaltamento di status che la sottrarrà stabilmente alla subalternità subìta e la farà salire sul “carroccio”. E lei non è l’unica a farlo fra i terroni del nord: avranno tutti avuto la loro bella convenienza!

Questo è il personaggio che precede, su google, i proff. Eco, Galimberti e Veronesi, e che dice di poter disporre di dieci milioni di uomini pronti ad imbracciare il fucile ad un suo cenno. La prima cosa che mi si affaccia alla mente è l’ingratitudine di quest’uomo: nel 2004, dopo due mesi di coma, il Padreterno lo tira su per i capelli, e subito dopo lui parla di fucili. Il secondo pensiero riguarda un enigma: come farà a trasformare tre milioni di voti in dieci milioni di fucili? Le tre regioni in cui la Lega è presente contano 19 milioni di abitanti. Tolte le donne, che probabilmente e saggiamente preferiscono continuare a fare il risotto, tolti vecchi e ragazzi, che solo Hitler nel mondo occidentale mandò a combattere, e tolto infine quel 75% di persone che, la Lega, neppure la vota - è ancora possibile, mi chiedo, trovare dieci milioni di persone disposte a imbracciare il fucile? Al massimo si potrebbe trovarne due milioni e dare ad ognuno di esse cinque fucili, ma ciò comporterebbe uno spreco troppo deprecabile per uno che antepone l’economia a tutto il resto. E chi li imbraccerebbe poi questi fucili? Non lui, mi pare, data l’età e le condizioni psico-fisiche. Chi altri allora, se non i giovani padani? Felici, lui pensa, lasceranno in massa le fabbriche e le aziende familiari, diranno addio alla moto e alle discoteche, daranno un bacio alla morosa e alla mamma e s’inerpicheranno su per l’Appennino tosco-emiliano, per sparare. Cosa c’è di più esaltante per un signor perito, quasi settantenne, del vedere il sangue delle camicie rosse e delle camicie verdi bagnare le dolci colline toscane e i lembi della fertile pianura padana?



Forse sono troppo pessimista, ma io temo che, se si continuerà a fare orecchio da mercante, o a dire che si tratta solo di scherzi e malintesi, le scene qui paventate possano anche diventare realtà. Perché se Bossi veramente disponesse di tanti fucili, anche gli altri potrebbero armarsi. Forse lo farebbero i nipotini di quelli che nel 1915 dalle città e dalle campagne di Palermo, Bari, Napoli, Roma e Firenze risalirono su per le Alpi per sparare contro gli Austriaci. Ma a sparare forse sarebbero anche i bolognesi e i genovesi, che poco hanno da spartire, per tradizioni e cultura, con la Lega. E a questo punto, forse, Austriaci e Tedeschi, aiutati dalle teorie leghiste, si ricorderebbero che in Alto Adige si è sempre parlato il tedesco e che il principio di autodeterminazione vale anche per loro. E forse gli Sloveni potrebbero pensare che sulle Alpi carniche e giulie qualche cocuzzolo potrebbe far comodo anche a loro. Ci saranno fucili anche a nord del nord e ad est dell’est? Insomma tante cose potrebbero essere rimesse in discussione, finchè non spuntasse un nuovo Metternich o non si tornasse a fare due chiacchiere a Yalta. Peccato che le letture del sig. Bossi si siano fermate ai manuali di Scuola RadioElettra ed ai riti celtici: una buona infarinatura di storia patria avrebbe evitato a tutti noi alcuni pericoli, e a lui tante, ma tante, figuracce.
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mercoledì 2 giugno 2010

Grecia, la piccola madre


Da cosa si giudica oggi un uomo? Dai vestiti, la casa, la macchina, la facilità con cui può spendere. E da cosa si giudica oggi uno Stato? Dal debito pubblico e dal Pil. Solo e sempre, il denaro.
E’ per questo che la madre della civiltà mediterranea è oggi considerata solo un piccolo Stato. Che l’Europa dei “grandi” ha a malapena ammesso nell’Unione, e comunque è sempre pronta ad allontanare come si farebbe con un vecchio barbone che ha cercato di fregarvi cinquanta centesimi.
La storia ormai non conta più, si sbriciola in giorni, mesi ed anni, e lo sguardo non si allunga più ai secoli e ai millenni. E così la Grecia è oggi solo un paese di dieci milioni di abitanti, con poche industrie e poche strade. Il fatto che ci abbia insegnato l’abc del ragionamento e dei canoni estetici, non è più nella memoria collettiva e, se anche vi fosse, non varrebbe a nulla perché, quando l’unico valore che guida l’azione è l’arricchimento, non esiste più il sentimento della gratitudine, capace di legare il presente al passato.
E’, ormai, la Grecia, simile a una piccola madre che ha generato, allattato, insegnato a stare in piedi e a correre, fatto capire la realtà con le favole e i discorsi e indicato la via della virtù. Ma, adesso, vecchia, povera, malandata, incapace di tenere il passo dei più giovani, viene rimproverata, derisa e minacciata di essere cacciata via.
Io ne provo vergogna. E lei, signora Merkel?
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lunedì 17 maggio 2010

Film da rivedere: Un uomo da marciapiede, usa, 1969

Ad una signora russa, venuta in Italia per fare la badante, che vedo quasi tutti i giorni a casa di mia madre e con cui s’è creato un simpatico rapporto di amicizia, spesso mi capita di puntualizzare, su sua richiesta, il significato di alcune parole o modi di dire italiani. Un giorno le spiegavo che, quando una persona si ritrova di colpo in un paese ricco o un ambiente agiato, usiamo l’espressione “Ha trovato l’America”. E lei mi ha detto: “Anche noi diciamo così”. E’ dunque opinione abbastanza diffusa in tutto il mondo che negli States si viva bene: il paese dell’abbondanza e delle pari opportunità, dove gli “ascensori sociali” sono sempre ben oliati e continuamente in funzione. Ma, questo, corrisponde poi pienamente alla verità?

Io non ho ormai né tanta voglia né la possibilità di fare viaggi molto lunghi, perciò, con tutti i limiti che ciò comporta, sono portato a conoscere il mondo attraverso le notizie e alcune forme d’arte: soprattutto la letteratura e il cinema. E, a dire il vero, attraverso queste fonti ho avuto l’impressione che negli Stati Uniti non si viva poi così bene come comunemente si crede.
A un amico che aveva il mito degli States ho proposto poco tempo fa di guardare un film americano che nel ‘70 ottenne tre Oscar (miglior film, migliore regia, migliore sceneggiatura), un Nastro d’Argento (migliore regia), due David di Donatello (migliore film straniero, migliore attore straniero per D. Hoffman) e che nel ‘94 fu scelto per la preservazione nel National Film Registry: Un uomo da marciapiede.
E’ la storia di un giovane texano che lascia il lavoro in un ristorante per fare fortuna a New York, perché è convinto che lì le ricche signore siano disposte a pagare profumatamente le sue prestazioni amorose.
La New York reale non si dimostrerà però come quella che lui immaginava: la gente non cammina per le strade, ma corre senza prestare attenzione a chi gli sta intorno; quartieri degradati fanno da contraltare ai grattacieli; gente emarginata fa fatica persino a sfamarsi; persone apparentemente benestanti si ritrovano spesso con pochi dollari in tasca; un italo-americano, che vive nell’indigenza e che, gravemente malato, non può permettersi le cure mediche, muore durante un lungo viaggio verso quella Florida che sia pur vagamente gli ricorda il suo paese d’origine.

Sono trascorsi quarant’anni dalla produzione di quel film e certamente molte cose sono cambiate: i neri non sono più cacciati dagli autobus ed uno di essi è diventato Presidente degli Stati Uniti. Credo però che ancora oggi persistano vaste fasce di povertà e che, rispetto a quell’epoca, il cambiamento più significativo in campo sociale sia di segno negativo: oggi la precarietà colpisce, oltre che i lavoratori, anche i dirigenti d’azienda. Retribuiti in genere con stipendi favolosi, comprano ville e auto molto costose e si abituano ad un livello di consumi altissimo, ma quando l’azienda è in difficoltà vengono licenziati nell’arco di un giorno e, non potendo più far fronte agli impegni finanziari presi, cadono in uno stato di povertà estrema.
Nel suo complesso si tratta pur sempre di una società ricca e dinamica: record di brevetti, industrie efficienti, università che attirano i migliori cervelli da tutto il mondo. Però non è proprio l’Eden di cui si favoleggia. I ricchi sono molto ricchi, i poveri sono molto poveri …e facilmente licenziabili.

Un uomo da marciapiede è un film di denuncia sociale la cui visione è consigliabile per gli ottimi interpreti, l’ambientazione, la colonna sonora, il ritmo incalzante delle immagini, il tratteggio psicologico del protagonista ottenuto anche attraverso suggestivi flashback, il crudo realismo di certe situazioni. Naturalmente bisogna guardarlo senza essere troppo prevenuti sull’anno di produzione: bisogna tener presente che i film di buona fattura, col passare del tempo, possono persino risultare migliori. Sicuramente c’è comunque molto da imparare.


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