martedì 28 giugno 2016

“Stanno tutti bene” di Giuseppe Tornatore, con Marcello Mastroianni, 1990

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Scena seconda

Scena prima. Matteo Scuro (Marcello Mastroianni), settant’anni circa, ex impiegato dell’ufficio anagrafe del comune siciliano di Castelvetrano, dà inizio al film con un breve monologo - per lui un dialogo - rivolto alla moglie, o meglio alla sua foto, che sta di fronte al tavolo su cui sta cenando. Da solo.

“Angela, lo vuoi sapere perché sono contento, eh? Avanti, fammi questa domanda.
Come? Mi prendono per pazzo? No, no, a Matteo Scuro nessuno lo prende per pazzo, puoi stare tranquilla. Io lo dico a tutti di farmi le domande, perché non ho paura di rispondere, qualunque sia la domanda. Noi ci chiamiamo Scuro, ma… non abbiamo niente da nascondere, tutto alla luce del sole. E allora, avanti, fammi la domanda.
Perché sono contento, eh? E te lo dico io perché sono contento. Perché sento nell’aria il profumo della zagara, che viene dalla campagna. Senti, senti pure tu? E quando la zagara è nell’aria, significa che poco ci vuole, e arriva l’estate.
Che c’entra l’estate? Eh, c’entra, c’entra. Ho affittato cinque… cinque… come li chiamano? Aiutami. E’ una parola russa… bungalow. Cinque bungalow al nuovo stabilimento balneare. Così facciamo una bella sorpresa ai ragazzi, quando vengono a passare le ferie. Chi lo sa, forse questa volta ci riusciamo a metterli tutti attorno a un tavolo come ai vecchi tempi. 
Ti piace? Sei contenta? Mi pare di sentire pure le cicale. Zitti, zitti, zitti. Cicale sono! Buon segno.”

Scena seconda. L’estate è passata, e nessuno dei figli è andato a trovarlo. Matteo Scuro va sulla scogliera, dove il gestore del lido sta facendo smantellare i bungalow, e dall’alto lo chiama a gran voce

- Lopiparooo! (Lopiparo risale il costone) Signor Lopiparo, ci restituisco le chiavi.
- Mi dispiace, don Matteo. Soldi buttati al vento.
- Che ci volete fare. Le sorprese sono così: c’è quando riescono, e quando non riescono.
- Che ci putimo fare, don Matteo? Padre mio!
- Grazie, tante belle cose.
- Arrivederci, don Matteo. Arrivederci.
(Matteo ritorna sui suoi passi e, urlando, richiama il signor Lopiparo, che intanto è ridisceso lontano, nella parte bassa della scogliera)
- Lopiparooo! Lei, lo vuole sapere perché non sono venutiiii?
- Mahhh?
- Me lo do-man-di, me lo do-man-di, per-ché non so-no ve-nu-ti.
- Perchè non sono venutiii?
- Il lavoro. Troppo lavorooo.
- Meglio cosiiii! Allora aspettiamo che arrivi la prossima estateeee.
- Lei si, caro Lopiparo. Io, nooo!

Scena terza. Mentre sta preparando le valige per andare a trovare i figli, in continente, Matteo si rivolge di nuovo alla foto della moglie.

“Domanda: Possono, un padre e una madre, stare in pace, se hanno i figli lontani, e li vedono ad ogni morte di papa? Ma possono, un padre e una madre, stare in pace, se non sanno manco dove immaginarseli, questi figli? Se non hanno mai visto la casa dove vivono, il letto dove dormono, il palazzo dove vanno a lavorare, il bar dove vanno a prendere il caffè? Risposta: No, cento volte no!
(Sistemando le camicie nella valigia) Non scordare le mutande lunghe. E la cravatta di cashmere, che mi hai regalato tu. E le gocce per la pressione, che… non si sa mai. E non mi fare il muso, poi ti racconto tutto. Ti porto pure le fotografie.”

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Il film forse è già quasi tutto in queste premesse. Resta da chiarire solo perché i figli durante l’estate non sono venuti. Matteo giustamente ha creduto in quello che gli dicevano, ma la verità che verrà progressivamente a scoprire nelle tappe del lungo viaggio dalla Sicilia a Torino, non è il “troppo lavoro”; è altra, diversa, e romperà progressivamente le sue illusioni.
Di Alvaro egli sa che lavora a Napoli nel settore amministrativo dell’Università; di Canio, sa che vive a Roma, che è sposato, che ha un bambino e che è destinato a una brillante carriera politica; di Tosca, che è nubile e lavora a Firenze nel campo dell’alta moda; di Guglielmo, che si fa onore in un’orchestra di Milano; di Norma, che occupa un posto dirigenziale in un’azienda telefonica.
Le bugie, per non essere scoperte, non devono mai allontanarsi troppo dalla realtà, e così i figli hanno sempre detto a Matteo qualcosa di vero, mescolato a qualcosa di non vero o di… non detto.
Alvaro a Napoli non è rintracciabile; tutti cercheranno di far credere a Matteo che egli sia in vacanza, ma, alla fine della storia, devono confessare che è morto tragicamente. Canio non è un politico, ma il portaborse di un parlamentare, per il quale fra l’altro scrive i discorsi che questi poi pronuncerà in assemblea. Tosca lavora sì nel campo della moda, ma è una delle tante ragazze che fanno le fotomodelle per biancheria intima, e qualcosa fa supporre che occasionalmente accetti anche di ‘far compagnia’ a persone facoltose dell’ambiente di lavoro; è ancora nubile, ma ha un bambino. Guglielmo fa veramente parte di un’orchestra, ma con un ruolo diverso da quello che aveva lasciato intendere: dà qualche colpo alla grancassa ogni cinque o dieci minuti; è sposato ed ha un figlio adolescente che da poco ha messo incinta una sua coetanea. Norma ha lasciato il marito e nell’azienda telefonica non dirige nulla: è un’operatrice che riceve e trascrive i telegrammi. Volendo riassumere, tutti hanno un impiego modesto e situazioni familiari fallimentari.

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Colgo nella diaspora dei figli una piccola ingenuità sociologica: le famiglie meridionali emigrate al nord tendono in genere a raggrupparsi nella stessa città (come in “Rocco e i suoi fratelli”) o almeno in città vicine. Qui forse l’idea delle cinque città importanti è stata suggerita, in un film destinato anche all’estero, dall’opportunità di far vedere il nostro… bel paese. Ma, a parte gli scorci bellissimi della costa settentrionale della Sicilia nella prima parte del viaggio, delle varie città che il treno infila una dopo l’altra, si vedono solo i posti più simbolici, quelli che tutti gli Italiani già conoscono: Montecitorio, Basilica di Santa Croce, una puntatina fuori programma alla spiaggia di Rimini e al suo parco delle miniature e, infine, La Scala e la Mole Antonelliana; fa eccezione Napoli, con i suoi uffici caotici e i suoi vicoletti anonimi e trascurati.

Ma il film “Stanno tutti bene” si riscatta ampiamente da queste piccole e un po’strane ingenuità per via di un Mastroianni ormai maturo, che al disincanto degli anni Sessanta fa subentrare una tenerezza infinita, e per il modo in cui Tornatore, in un’intelaiatura realistica, riesce ad inserire momenti surreali di alto livello artistico.
Mi riferisco al fatto che, nei rispettivi incontri coi figli, Matteo non li vede per come sono, ormai adulti, ma per come erano da bambini; e mi riferisco poi agli incubi che, via via che egli intuisce o scopre la realtà, turbano il suo sonno: una strana, gigantesca piovra che scende sulla spiaggia e rapisce i suoi bambini; e poi sua madre che lo partorisce sdraiata sui grossi mucchi di sale marino di una salina.

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Ma andiamo alla parte conclusiva della storia di Matteo, perché in questa si colgono dei risvolti importanti. Quando a Torino, ultima tappa del suo viaggio, Matteo è indotto ad origliare una agitata discussione notturna fra Norma e suo marito e capisce che, per evitargli un’altra delusione, non hanno piacere che lui si trattenga ancora da loro, egli sguscia via di casa senza neppure avvertire.
E’ notte fonda, e si ritrova sperduto in una periferia buia e nebbiosa; i binari della ferrovia sono vicini, ma non si vedono passare treni né automobili; non capisce in che punto si trova né cosa fare esattamente. Si ferma, stanco, sul bordo di una grande strada, si siede accanto alla sua valigia e, mentre aspetta non si sa cosa, sente la voce straniera di qualcuno che lo invita a passare la notte in uno scatolone libero, uno dei tanti che di volta in volta ospitano gli immigrati senza dimora. Dopo un attimo di perplessità, si accuccia nello scatolone indicatogli. Dalla nebbia gli sembra di vedere arrivare Norma e, nell’allucinazione, le parla:

- Norma, cosa è successo con tuo marito?
- Non sono innamorata di lui. Noi non andiamo d’accordo, però non abbiamo divorziato. Tu sei troppo attaccato al matrimonio, e soffriresti. Divorzieremo dopo, tanto non ho ancora incontrato una persona che mi capisce. Vivo da sola, con mio figlio.
(Arrivano lentamente dal buio gli altri quattro figli, anche loro piccoli come Norma, che rispondono a turno alle sue domande)
- Pure voi mi avete imbrogliato. Ma perché?
- La verità? E’ che non volevamo darti dispiacere, ora che sei vecchio, ammalato e ti resta poco.
- Tosca, quel bambino è tuo, vero?
- Sì, avevo paura a dirtelo, perché non so chi è il padre. Non sapevo come l’avresti presa. Ci sono tante altre cose che non ti abbiamo mai detto.
- Ma perché?
- Perché tu volevi che fossimo sempre più bravi. E gridavi, gridavi. Te lo sei scordato che ci picchiavi?
- Ma io, io, lo facevo per il vostro bene; perché crescevate forti. Alvaro, dove sei? Ma quanto devo aspettare per rivederti? Nella testa ci ho un pensiero brutto. Io ti vedo in un posto dove finisce la gente disonesta.
- Eh, ma anche se fosse: è pieno di innocenti. Ma non posso dirtelo dove sono.
- Di te, a casa, mi è rimasta solo la fionda. La brucio. (I bambini ridono) Ora che volete che faccia?
- Fai finta di niente papà. Fai finta di niente. E’ meglio per tutti.
- Ma cosa ci racconto a vostra madre?
- (in coro) Bohhhh!

E’ stata un’allucinazione, ma Matteo da quella ha imparato alcune cose importanti.
Durante il viaggio di ritorno, in treno ha un malore e viene ricoverato in ospedale, dove adesso vengono veramente tutti. Qui, chiama vicino a sé il nipotino adolescente di Milano e nell’orecchio gli sussurra “Tu e la tua ragazza, il bambino, tenetevelo. […] E poi un’altra cosa: non educatelo a diventare qualcuno, insegnategli a diventare uno qualsiasi”. Quasi la stessa autocritica a cui arriva Willy Loman in “Morte di un commesso viaggiatore”. (http://ilsemedellutopia.blogspot.it/2015/09/arthur-miller-e-la-storia-di-un.html)
Arrivato a Castelvetrano, Matteo va in cimitero a parlare alla moglie, morta da quattro anni:
“Adesso che sono tornato, fammi per favore questa domanda: “Com’è andata?”.(Pausa) Angela, ma che fai? Hai paura, a chiedermelo? E io… ti rispondo lo stesso. 
E’ stato un viaggio importante. Mi dispiace che non posso farti vedere le fotografie. Ho camminato assai. Ho scoperto tante cose. Per esempio, che la nostra terra non è bella di per sé, come dicono tutti. E’ bella perché, standoci dentro, le cose lontane sembrano migliori. 
Come? I nostri figli? I nostri figli stanno tutti bene.”

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“La nostra terra non è bella di per sé, come dicono tutti. E’ bella perché, standoci dentro, le cose lontane sembrano migliori.”
L’ultima frase di Matteo, messa nel momento conclusivo e più emozionante del film, può anche passare inosservata, e invece è frutto di una riflessione che forse merita qualche tentativo di approfondimento.
Qui la qualità della bellezza assume due diversi significati: uno puramente estetico e un altro relativo alla qualità del vivere. E’ il secondo significato, quello che porta alla conclusione, forse non limpida come un sillogismo, ma abbastanza congruente con la sua premessa.
Se si abita in un posto, pensando che - non in cielo dopo la morte, ma solo a poche centinaia di chilometri - ci sia una specie di paradiso, si vive sempre con la speranza di poterlo raggiungerlo, quando e se lo si vuole, senza grandi difficoltà e di poterci vivere felicemente.
Chi invece in quel paradiso sognato ha trovato, se non l’inferno, qualcosa che tutto sommato è peggiore della terra in cui vive, perde questa speranza. E la sua terra diventa a questo punto... meno bella.
Non so se ho interpretato nel modo giusto il concetto che Tornatore mette, in chiusura, nel copione. A me sembra l’interpretazione più probabile.

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Da segnalare, oltre quella di Mastroianni, la particolare interpretazione di Salvatore Cascio, l’enfant prodige di Nuovo cinema Paradiso, e di Michèle Morgan (nel ruolo di una anziana ma ancora bella e affascinante signora, che Matteo incontra casualmente in treno e con la quale ha un breve, tenero, casto flirt).

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Stanno tutti bene è un film drammatico del 1990. È stato presentato al 43º Festival di Cannes, ottenendo il Premio Ocic della Critica Ecumenica Internazionale e il Nastro d’argento del SNGCI (Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani) per il miglior soggetto originale.
Nel 2009 ne è stato realizzato un remake statunitense, Everybody’s Fine, e la parte che fu di Mastroianni venne affidata a Robert De Niro.
Il film è attualmente disponibile in versione integrale su YouTube
https://www.youtube.com/watch?v=vF5dPeqexiY