venerdì 15 marzo 2013

Reddito di cittadinanza

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A due settimane dal voto Ilvo Diamanti ha commentato i dati dell’Istituto di Ricerca ‘Demos & Pi’ sui risultati delle ultime elezioni in relazione a otto diverse categorie sociali.* La sua analisi, considerati gli spostamenti fra il 2008 e il 2013, porta a interessanti conclusioni:
- il centrodestra perde consensi fra imprenditori, lavoratori autonomi, operai attivi, disoccupati e in-occupati;
- il centrosinistra perde consensi fra impiegati, liberi professionisti e intellettuali;
- la base persa da ognuna delle due coalizioni non si è rivolta all’altra, ma ha scelto il M5S;
- i due principali partiti prendono voti principalmente fra le categorie non produttive, ‘quelle che guardano la tv’: il pdl fra le casalinghe e il pd fra i pensionati;
- si attenua il radicamento territoriale dei partiti: il pd perde consensi nell’Italia centrale; il pdl nel nord, nel sud e nelle isole; la Lega, nonostante il successo personale di Maroni, perde voti nel nord;
- il M5S si presenta come un partito interclassista, che prende voti da tutte le categorie e in tutto il territorio nazionale.
I flussi elettorali fra il 2008 e il 2013, evidenziati in varie tabelle della Demos&Pi, mi sembrano abbastanza chiari e credibili. A me interessa però scendere più nel dettaglio su una questione particolare e cioè sull’influenza che una proposta, agitata da Grillo nella fase finale della campagna elettorale, può aver esercitato sui risultati delle ultime elezioni: quella del ‘reddito di cittadinanza’, espressione con la quale egli nei suoi comizi sembra in effetti intendere un ‘reddito minimo garantito’ per chi perde il posto di lavoro e per i giovani in cerca di una prima occupazione.

Fra i disoccupati ed i giovani in-occupati Grillo prende il 42,7%, quasi quanto le altre due coalizioni messe assieme, mentre fra i pensionati il rapporto si capovolge e si ferma all’11,5%, contro il 71,7% delle due maggiori coalizioni.
Già a settembre del 2010 denunciai sul mio blog i pericoli di questa istigazione alla frattura generazionale, contestando una affermazione di Grillo “L’Italia è spaccata in due: non tra Nord e Sud, tra Sinistra e Destra, ma tra giovani e vecchi. I giovani non hanno nulla perché i vecchi hanno tutto”.** Se infatti è vero che in Italia, diversamente dalle altre nazioni europee, il welfare è rappresentato dalla solidarietà a livello familiare più che da una normativa statale, questa specifica analisi di Grillo forse meriterebbe… un Vaffa.
Tuttavia, a oltre due anni di distanza, devo dire che la sua ultima proposta sul reddito di cittadinanza – condivisa dal PD, ma con toni sommessi e con le sue tipiche ambiguità - risulta essere oggi la più seria fra quelle messe in campo per far fronte alla grave crisi economica che attraversa l’Occidente. Un sussidio, che garantisca condizioni minime di vita anche a chi non ha la possibilità di lavoro, non è solo un principio di civiltà radicato nella cultura cristiana e negli ideali socialisti, ma una risposta concreta alle ripercussioni che la rivoluzione informatica e la globalizzazione dei mercati hanno avuto sull’economia e sulla società.
Non bisogna illudersi sulla transitorietà della crisi economica di questi anni, essa continuerà ancora per qualche decennio, e cioè fino a quando il costo del lavoro nei Paesi in via di sviluppo non avrà raggiunto gli stessi livelli dei Paesi europei e statunitensi. Finché le imprese avranno convenienza a spostarsi dove il lavoro costa meno e nessuno glielo impedirà, la disoccupazione e l’inoccupazione sono destinate a crescere.
Seguendo il trend economico degli ultimi venti anni, il numero di lavoratori attivi nei paesi sviluppati tenderà perciò a ridursi in modo considerevole, mentre crescerà quello dei lavoratori esclusi dal processo produttivo e, per motivi demografici, quello dei pensionati.

La prima risposta al problema della divaricazione del rapporto fra popolazione attiva e popolazione complessiva è venuta dai politici neoliberisti, i quali desiderano che tutta la ricchezza vada a chi è inserito nel processo produttivo e nulla a chi ne resta escluso. Tanto gli imprenditori quanto i lavoratori hanno accettato di sostenere il welfare state finché si trattava di aiutare un numero limitato di consumatori improduttivi, ma, quando il rapporto ha oltrepassato una certa soglia , essi hanno vissuto il contributo alla comunità come una ingiustizia, teorizzando cinicamente l’inevitabilità della emarginazione e dell’indigenza di larghe fasce di popolazione.
Adesso però il rapporto tende ad allargarsi oltre misura e si potrebbe progressivamente arrivare ad avere un lavoratore ogni due consumatori, e in futuro probabilmente a 1/3 e poi a 1/4. E’ l’effetto della tecnologia: basta pensare che fino a quarant’anni fa in banca il calcolo degli interessi per ogni singolo conto corrente si faceva ancora con la matita e la calcolatrice, mentre oggi i software informatici a disposizione risolvono tutto automaticamente, riducendo la necessità di lavoro umano.
Orbene, quando arriveremo ad avere un solo lavoratore attivo ogni 4 abitanti e si negherà un reddito di cittadinanza agli altri tre, è prevedibile una ribellione di questi ultimi, che nella migliore delle ipotesi finirà per influenzare gli orientamenti politici. E’ ciò che oggi già sta accadendo fra i giovani alla disperata ricerca di occupazione, ed è ciò che accadrà fra gli anziani quando, anche per lo scontro generazionale evocato e fomentato da Grillo, essi avranno pensioni del tutto inadeguate per le loro esigenze vitali. Un reddito minimo garantito a tutti rappresenta dunque l’unico modo civile di risolvere i problemi creati dalle trasformazioni dei sistemi produttivi e dalla libera circolazione di merci, capitali e lavoratori.

Bisognerà però anche affrontare il problema del ‘quantum’. Se oggi il salario medio netto di un lavoratore è di 1.000 euro e la stessa somma dovesse essere pagata dalla collettività a chi per motivi soggettivi o oggettivi resta inattivo, non ci sarebbe più alcuna spinta a cercare lavoro. Teniamo anche presente che l’elevato tenore di vita di cui si è goduto in Italia dagli anni Settanta in poi, ha abituato le nuove generazioni a una certa mollezza nei costumi e che comunque, se si può avere un dato reddito anche non lavorando, anche fra gli adulti pochi saranno quelli che sceglieranno di sacrificarsi per esso. Un amico residente in Svizzera, dove i sussidi per le categorie disagiate sono presenti, mi raccontava di un suo conoscente che ha volontariamente lasciato il lavoro per dedicarsi ad attività… più piacevoli.
Penso che un sussidio di 500 euro mensili consentirebbe di far fronte ai bisogni primari e che il suo costo per il bilancio dello Stato sarebbe pesante ma in fondo sostenibile. Ipotizzando per ora, in base alle stime ufficiali, circa 3 milioni di potenziali beneficiari, il costo complessivo sarebbe di 18 miliardi annui, su un totale della spesa pubblica di oltre 800 miliardi, cioè il 2,25%. Dove attingere queste risorse?
Nell’articolo del 26 luglio 2012 dal titolo “Il macigno del debito pubblico” *** ho riportato i dati sintetici di uno studio della Banca d’Italia, dal quale risulta che la ‘ricchezza delle famiglie italiane’ ammonta a 8.638 mld di euro. Poiché il 45% di tale ricchezza, pari a 3.887 mld, appartiene al 10% della popolazione, basterebbe introdurre una patrimoniale progressiva dallo 0,1 allo 0,8% annuo per far pagare alle famiglie super agiate che nuotano nell’abbondanza e negli sprechi - e non all’intera generazione degli anziani, come suggerito implicitamente due anni fa da Grillo – quanto necessario per raggiungere una economia sostenibile e per evitare pericolose tensioni sociali e politiche.
Gli altri Paesi dell’Unione Europea non dovrebbero avere nulla da obiettare, perché un reddito minimo garantito esiste già in Francia, Germania, Inghilterra, Austria, Norvegia, Olanda e Lussemburgo. Mancano giusto l’Italia, la Spagna e la Grecia. Sarà un caso?

Note
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