mercoledì 12 novembre 2014

Filosofi italiani: Pasquale Galluppi

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Per leggeri i nomi contenuti nelle caselle di testo, cliccare sull'immagine e poi avvicinarsi con lo zoom

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Il 10 aprile 2010 scrivevo su questo blog che: “Se la scoperta delle Americhe (fattore storico)* e il maestoso fluire delle acque del Monviso, arricchite a destra e a manca da altri mille corsi d’acqua grandi e piccoli (fattore geografico), dall’ ‘800 hanno dato ai padani il primato del Pil, essi non sono tuttavia riusciti a dar loro anche il primato della cultura.”
Scrivevo queste cose quando la Lega Nord era guidata da un cialtrone che parlava il dialetto solo perché non conosceva altrettanto bene la lingua nazionale, e se la prendeva con gli Italiani del Sud per creare una famelica cricca di politici al Nord. C’era dunque in me un certo risentimento, che in quell’epoca ha alimentato abbondantemente gli accenti polemici di alcuni miei post.
Tuttavia, come si sa, mentre le parole ‘volano’, ciò che si scrive ‘resta’, ed ognuno pertanto è tenuto, senza scappatoie, a dar conto di ciò che ha in precedenza affermato. Nel post del 2010 dicevo fra l’altro che di artisti, al di sotto del Passo della Futa - quello che, sull’Appennino tosco-emiliano, per un verso divide e per altro verso collega la Padania al resto dell’Italia - non se ne potevano contare molti. Per vari motivi ho trascurato in seguito di dimostrare questa affermazione relativa a letterati, pittori, musicisti, registi teatrali e cinematografici ecc., ma qualche giorno fa mi è capitato di leggere le prime pagine del corposo lavoro di un meridionale, Pasquale Galluppi, e ciò mi ha spinto a fare la conta di cui parlavo in un’altra categoria di personaggi che, per usare le parole della nostra Costituzione, hanno “illustrato la Patria per altissimi meriti”: i filosofi.
Questa conta è rappresentata qui sopra, graficamente, in una cartina dell’Italia sulla quale ho incasellato i nomi dei filosofi ai quali gli egregi Abbagnano e Garin, nei loro Manuali ben noti ai liceali italiani, hanno ritenuto di dover dedicare almeno una pagina, trascurando quindi gli autori che in genere vengono menzionati solo per dovere di cronaca.

Resta ora da spiegare perché questa mappatura geografica dei filosofi italiani prenda le mosse dal mio corregionale calabrese di Tropea, Pasquale Galluppi. Fra alcuni libri ereditati da mia moglie ho trovato, qualche giorno fa, una delle primissime edizioni dei suoi Elementi di Filosofia**, in volume unico, stampato a Firenze nel lontano 1832 e suddiviso in cinque parti:
1) Logica pura;*** 2) Psicologia; 3) Ideologia; 4) Logica mista; 5) Filosofia morale 
Ho letto le prime quaranta pagine della “Logica pura” e ne sono rimasto affascinato non tanto per quello che dice, ma ‘per come lo dice’. Pochi sono i libri di filosofia di facile lettura: se ci si vuole capire qualcosa, oltre ad avere una decente cultura di base, in genere bisogna prendere carta e penna e segnare con la massima attenzione ogni passaggio; e neppure questo garantisce che, alla fine, il discorso resti chiaro in mente.
Fra gli ‘antichi’ la profondità spesso si coniugava con la leggerezza dell’esposizione (i Dialoghi di Platone, l’Etica di Aristotele, i Dialoghi e le Epistole di Seneca) ma, quando si arriva alla filosofia moderna (snobbando, a torto o a ragione, le disquisizioni medioevali sulla natura di Dio e il sesso degli angeli), non c’è più lettura gradevole ma solo possibilità di studio faticoso. E se questo vale per i testi dei filosofi, vale paradossalmente molto di più per chi cerca di spiegare la filosofia altrui: i critici sono quasi sempre… criptici.
Pasquale Galluppi, almeno nelle poche pagine finora lette, mi sembra che a tutto questo faccia eccezione; scrive come se parlasse. Di lui mi piace poi l’importanza data alla Logica, perché credo che questa sia l’oggetto d’indagine sul quale la filosofia ha ottenuto i risultati più sicuri, mentre il resto è ormai nelle mani delle scienze naturali ed umane e in quelle della tecnologia. Anche in queste scienze però occorre sempre saper distinguere il vero dal falso, per la qual cosa occorrono delle regole logiche. Galluppi, basandosi principalmente sugli studi di Aristotele e Kant, riordina queste regole e ce le ricorda con rigore e semplicità.

Note
*     A. Fanfani, Storia economica, Utet 1965, pagg. 446-451
**  “Il merito maggiore di Galluppi risiede nell'avere, con gli "Elementi di filosofia" ma, soprattutto, con le "Lettere filosofiche", introdotto nel nostro paese lo studio e la conoscenza della nuova filosofia europea, soprattutto quella kantiana: le "Lettere filosofiche" furono a ragion veduta definite il primo saggio in Italia di una storia della filosofia moderna, mentre gli "Elementi di filosofia" ebbero una larghissima diffusione nelle scuole.” (www.filosofico.net/galluppi.htm )
***  Il testo degli “Elementi di Logica Pura” è disponibile in un’edizione del 1821 sul sito www.archive.org alla pagina
https://archive.org/details/bub_gb_OyMi42nwF3UC 
Se ne può effettuare il download cliccando sul formato pdf, che è quello che garantisce la massima fedeltà al testo originale

lunedì 6 ottobre 2014

“L’idiota” di Fëdor Dostoevskij

   


   Verso le nove del mattino d'una giornata di sgelo, sul finir di novembre, il treno della ferrovia Pietroburgo-Varsavia si avvicinava a tutto vapore a Pietroburgo. Il tempo era così umido e nebbioso, che a stento si era fatto giorno; difficile era distinguere qualche cosa dai finestrini della carrozza a dieci passi di distanza, a destra come a sinistra della linea. Dei viaggiatori, alcuni tornavano dall'estero; ma soprattutto erano affollati gli scompartimenti di terza classe, e tutti di gente minuta e d'affari che non veniva da molto lontano. Tutti, come succede, erano stanchi, infreddoliti, con gli occhi assonnati e il viso giallognolo, intonato al color della nebbia.

   In una delle vetture di terza classe, fin dall'alba, si erano trovati di fronte, presso lo stesso finestrino, due viaggiatori: giovani entrambi, quasi sprovvisti di bagaglio e vestiti senza eleganza, tutti e due abbastanza notevoli per la loro fisonomia, e tutti e due presi finalmente dal desiderio di mettersi a discorrere insieme. L'uno (Rogozin) era di media statura, sui ventisette anni, ricciuto e quasi nero di capelli, con occhi grigi, piccini, ma pieni di fuoco. […] Vestito di panni pesanti, con un'ampia pelliccia di agnello foderata, non aveva preso freddo durante la notte, mentre il suo vicino (il principe Myskin) era stato costretto a sopportare sulla schiena intirizzita tutta la dolcezza dell'umida notte russa di novembre, alla quale evidentemente non era preparato.
   Aveva addosso un mantello senza maniche abbastanza ampio e spesso, con un gran cappuccio, proprio come lo portano d'inverno molti viandanti in certi lontani paesi stranieri, in Svizzera, per esempio, o nell'Italia Settentrionale, senza tuttavia dover percorrere distanze come quella da Eydtkuhnen a Pietroburgo. Ma quel che faceva al caso ed era sufficientissimo in Italia si era mostrato non del tutto indicato in Russia. […] Il viso del giovane, del resto, era simpatico, fine ed asciutto, ma smorto, anzi in quel momento illividito dal freddo. Nelle mani gli ballonzolava un magro involtino di vecchio e stinto foulard, che conteneva forse tutto il suo bagaglio. Nei piedi aveva scarpe dalle suole spesse, con ghette; e tutto questo non aveva l'aria russa.

   Il suo vicino dai capelli neri e dalla pelliccia di agnello foderata osservò tutto ciò, anche perché non aveva nulla da fare, e alla fine, con quel sorrisetto indelicato in cui si esprime a volte in modo cosi sbadato e poco riguardoso l'umana compiacenza dinanzi alle sfortune del prossimo, domandò:
- Patite il freddo?
E scosse le spalle.
- Molto, - rispose il vicino con gran prontezza, - e questa, notate, è una giornata di sgelo. E se gelasse? Non pensavo davvero che da noi fosse cosi freddo. Non c'ero più abituato.
- Venite dall'estero?
- Si, dalla Svizzera.
- Caspita! Allora, già!...
Il giovane dai capelli neri fece un fischio e si mise a rider forte.
   Si avviò una conversazione. La premura del giovane biondo dal mantello svizzero di rispondere a tutte le domande del suo bruno vicino era meravigliosa e scevra di qualsiasi sospetto che talune di esse fossero troppo disinvolte, fuor di luogo e oziose. Rispondendo, disse fra l'altro che in realtà per lungo tempo, più di quattr'anni, non era stato in Russia e che era stato mandato all'estero per malattia, una strana malattia nervosa, una specie di mal caduco o di ballo di San Vito, con tremiti e convulsioni. Nell'ascoltarlo, il bruno sorrise più volte; soprattutto si mise a ridere quando, alla sua domanda: « Ebbene, vi hanno guarito? », il biondo rispose: « No, non mi hanno guarito ».
- Eh, eh! Avrete speso chi sa quanto denaro per niente, e noi qui abbiam fede in loro, - osservò sarcasticamente il bruno.
- Proprio davvero! - disse, mischiandosi nella conversazione, un signore malvestito seduto lì accanto, qualche cosa come un impiegato fossilizzato nel lavoro di cancelleria, sui quarant’anni, di complessione robusta, col naso rosso e la faccia piena di pustole.- Proprio davvero, non fanno che succhiare tutte le forze russe per nulla!
- Oh, nel mio caso come v'ingannate! - replicò quello che era andato a curarsi in Svizzera, con voce sommessa e conciliativa. - Certo, io non posso discutere, perché non so tutto, ma il mio medico mi ha dato ancora denaro suo, dell'ultimo che aveva, per venir qua, e già mi aveva mantenuto là a sue spese per quasi due anni.
- Come? non c'era nessuno che pagasse? - domandò il bruno.
- No: il signor Pavlisčev, che mi manteneva laggiù, mori due anni fa; io poi scrissi qua, alla moglie del generale Epančìn, mia lontana parente, ma non ebbi risposta. E cosi, eccomi venuto.
- Venuto dove?
- Volete dire, dove mi fermerò?... Non so ancora bene... cosi...
- Non avete ancora deciso?
E i due ascoltatori scoppiarono di nuovo a ridere.
- E questo fagottino, suppongo, contiene tutti i vostri averi? - domandò il bruno.
- Son pronto a scommettere che è cosi, - saltò su a dire, tutto allegro, l'impiegato dal naso rosso, - e che altra roba nel bagagliaio non ce n'ha, anche se la povertà non è peccato, cosa che pure non si può fare a meno di osservare.

   E anche questo era vero: il giovane biondo lo riconobbe subito, con rara prontezza.
- Il vostro fagottino ha però una certa importanza, - seguitò l'impiegato, dopo che i due ebbero sghignazzato a sazietà (è da notarsi che alla fine anche il possessore del fagottino, guardandoli, aveva cominciato a ridere, cosa che accrebbe ancora la loro gaiezza), - e sebbene si possa scommettere che non contiene dei rotoli di monete d'oro straniere, napoleoni e luigi, e nemmeno fiorini olandesi, come si può arguire non fosse che dalle ghette che fasciano le vostre scarpe di marca estera, tuttavia... se al vostro fagottino si aggiunge per soprammercato una parente come sarebbe, verbigrazia, la generalessa Epančinà, anche il fagottino viene ad assumere un'importanza alquanto diversa, ma solo nel caso, s'intende, che la generalessa Epančinà sia vostra parente davvero e che voi non v'inganniate, per distrazione... cosa perfettamente umana, be', non foss'altro... per eccesso di fantasia.
- Oh, avete indovinato ancora una volta, — prese a dire il giovane biondo, - perché è quasi vero che m'inganno, cioè è quasi come se non fosse mia parente, tanto che io allora non mi meravigliai per nulla che non mi avesse risposto laggiù. Me l'aspettavo.
- Avete sprecato i soldi dell'affrancatura. Uhm!... almeno siete semplice e sincero, e questo è lodevole. Ehm!... quanto al generale Epančìn, lo conosciamo, precisamente perché è un uomo notissimo; e anche il defunto signor Pavlisčev, che vi manteneva in Svizzera, lo conoscevamo pure, dato che si tratti di Nikolàj Andréevič Pavlisčev, perché eran due cugini. L'altro vive tuttora in Crimea, ma Nikolàj Andréevič, il defunto, era persona stimata e ricca di aderenze, e a suo tempo aveva posseduto quattromila anime...
- Proprio cosi, si chiamava Nikolàj Andréevič Pavlisčev, - e, dopo avere risposto, il giovane osservò fissamente e con curiosità il signore onnisciente.

   Questi signori onniscienti s'incontrano a volte, anzi abbastanza spesso, in una certa classe sociale. Essi sanno tutto, e l'irrequieta curiosità del loro spirito e le loro capacità si tendono irresistibilmente in questa sola direzione: in mancanza, certo, di più importanti interessi e opinioni morali, come direbbe un pensatore contemporaneo. Con le parole « sanno tutto », del resto, bisogna intendere un campo abbastanza ristretto; dov'è impiegato il tale, con chi è in relazione, quanto possiede, dov'è stato governatore, chi ha sposato, che dote ha presa, chi gli è cugino, chi biscugino, ecc. ecc., e tutte cose del genere. Per lo più questi onniscienti se ne vanno in giro coi gomiti strappati e hanno diciassette rubli di stipendio al mese. Le persone di cui sanno vita e miracoli, certo, non immaginerebbero mai quali moventi li guidino, ma intanto molti di essi, in questo loro sapere che equivale a tutta una scienza, trovano un vero conforto, acquistano stima di sé e perfino il supremo benessere spirituale. È’ infatti una scienza che seduce. Io ho conosciuto scienziati, letterati, poeti, uomini politici, che proprio in questa scienza conseguivano, e avevano conseguito, le loro soddisfazioni e mete più alte, anzi precisamente in tal modo soltanto avevano fatto carriera.

Fëdor Michajlovič Dostoevskij

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Gli uomini buoni, buoni oltre ogni misura, sono quasi sempre trattati da “idioti”. Così è stato per Cristo se si esclude la devozione degli apostoli e dei miracolati; così è per il principe Myskin nel romanzo di Dostoevskij.
Sono alla terza lettura del romanzo e, devo dire, non m’annoio affatto. Seguo di nuovo con stupore la felice ingenuità del principe Myskin, le lacerazioni interiori della sfortunata Nastas’ja Filippovna e dell’impulsivo Rogozin, la dolcezza della giovane Olga Epančin e i rancori di Gavrila Ardalionyč.
Non ripercorro le vicende di questi ed altri personaggi per due motivi: 1) la trama non è il pregio principale del romanzo; si tratta di una storia d’amore che, se narrata da un autore mediocre, non differirebbe molto da tante altre storie simili; 2) se il film omonimo di Akira Kurosawa del 1951 è stato visto da una schiera ristretta di cinefili, l’ottimo sceneggiato televisivo, trasmesso dalla Rai nel 1959, in Italia ha fatto conoscere il romanzo ad un pubblico vastissimo ed eterogeneo (lo sceneggiato è ancora disponibile su YouTube e ne consiglio caldamente la visione).
Per presentare il romanzo a coloro che non hanno avuto occasione di né di leggere il libro né di vedere la rappresentazione cinematografica o teatrale, anziché tracciare la storia o indugiare sui personaggi ho perciò voluto riportare le prime pagine del libro. Perché proprio quelle? Perché all’ultimo capoverso ho colto delle considerazioni molto interessanti dal punto di vista sociologico.
Ci sono persone che, come l’impiegato intervenuto nella discussione, anche se poco istruite sanno tutto sulla vita privata degli altri. Queste particolarissime conoscenze agevolano talvolta la scalata sociale più di tanti studi. Dal punto di vista pratico sembra proprio che il ‘pettegolezzo’ - consentendo di conoscere il carattere e i punti deboli delle persone con cui si viene, o si potrebbe venire, a contatto – sia, per il raggiungimento dei propri fini egoistici, uno strumento più utile della cultura.
Dal testo originale ho eliminato poche righe riguardanti i caratteri fisiognomici dei due personaggi, per renderne più gradevole la lettura sul web.

Cataldo Marino

lunedì 15 settembre 2014

Alcuni vantaggi del lavoro autonomo: cumulabilità ed ereditarietà

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Quando non ci sono statistiche ufficiali su un problema che occupa per un po’ di tempo la mia mente, comincio dal basso, dalla mia esperienza personale, e le statistiche me le faccio da solo: saranno molto parziali e un po’ imprecise, ma possono servire a capire qualcosa.
Da qualche tempo mi chiedo quanti siano coloro che svolgono una libera professione e contemporaneamente occupano un impiego pubblico. I trentacinque anni passati nella scuola mi danno la possibilità di ragionare su questo argomento.
In una scuola con circa 60 docenti ho potuto contare la presenza di commercialisti che insegnavano Discipline aziendali, avvocati che insegnavano Diritto ed Economia, ingegneri che insegnavano Matematica, biologi che insegnavano Scienze e Chimica. In pratica circa 10 insegnanti su 60 (il 16,6%) avevano un doppio lavoro e un doppio reddito.

Questo dato non si può certo estendere all’intero corpo docente italiano, perché la scuola di cui parlo era un istituto commerciale, in cui molte materie di insegnamento si intrecciano con le libere professioni. Il fenomeno esiste forse in proporzioni simili solo negli altri istituti tecnici e negli istituti professionali; nei Licei, nelle scuole medie inferiori e nelle elementari è quasi assente o incide in misura minore. Possiamo dunque correggere quel 16% in una percentuale molto più bassa, che secondo me però non è inferiore al 5%. Se così fosse, su 700.000 insegnanti, ve ne sarebbero almeno 35.000 col doppio lavoro.

Da un punto di vista didattico devo dire che il fenomeno è tutt’altro che negativo. La maggior parte di questi colleghi, per quanto ho potuto constatare, svolgeva il proprio lavoro come, e talvolta meglio, di chi si dedicava unicamente all’insegnamento; e ciò è spiegabile col fatto che riuscivano più degli altri a coniugare la teoria e la pratica; sapevano infatti bilanciare la pedanteria e la pretesa di onnicomprensività dei programmi ministeriali e dei libri di testo con la loro esperienza sul campo. C’erano anche quelli che, privilegiando al massimo la libera professione, vedevano nell’insegnamento solo una fonte secondaria di reddito; questi si assentavano di frequente, si facevano dare degli orari settimanali ‘su misura’ e spesso in classe sonnecchiavano; si trattava comunque di una minoranza quasi irrilevante.

Che tutto questo succedesse negli anni Settanta e Ottanta era una cosa che a nessuno veniva in mente di discutere e tanto meno di contestare. In quegli anni i problemi occupazionali dei giovani riguardavano solo i diplomati e quelli con livelli di istruzione più bassi. Per i laureati c’era invece spazio abbondante sia nelle libere professioni che nel pubblico impiego; i vari ministeri (primo fra tutti quello per l’Istruzione) e le amministrazioni locali assumevano con facilità e, di commercialisti, avvocati, ingegneri ecc. ce n’erano ancora pochi e così ogni nuovo entrato poteva ritagliarsi la sua fetta di clienti.
Oggi la situazione è molto cambiata. Il rapporto Debito/Pil, controllato a livello europeo, impone agli enti pubblici di licenziare più che assumere e nelle libere professioni vi è una massa di laureati che cerca di entrare, ma trova sbarramenti di varia natura, primo fra tutti il carattere ormai quasi ereditario delle libere professioni: stiamo tornando ai privilegi di sangue tutelati come in epoca feudale.

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Cerchiamo di spiegarci meglio con un’altra statistica che parte dall’esperienza diretta. Tutti coloro che, negli anni ’70/ ’80, hanno facilmente trovato spazio nel mercato dei servizi intellettuali hanno orientato i propri figli verso i medesimi titoli di studio da essi prima conseguiti. Non li si può certo criticare per questo, ma il fatto è che questa tendenza faceva parte di una precisa strategia: far fare ai figli, nel proprio studio, un buon tirocinio e poi gradualmente passar loro la clientela. Salvo rari casi, non vi sono ingegneri che non lascino lo studio già ‘avviato’ ai figli o, in mancanza di figli, ai nipoti; e la stessa cosa vale per architetti, commercialisti, medici specialisti, avvocati, notai, farmacisti, proprietari di laboratori d’analisi, ecc. Tutti questi controllano il 90% del mercato.
Tale fenomeno restringe gli spazi occupazionali nelle libere professioni e rende ora discutibile il persistere del ‘doppio lavoro’ per qualcuno e la completa emarginazione di coloro che invece, di lavori consoni agli studi fatti, non ne trovano nessuno.

Quello che è successo nelle professioni intellettuali è accaduto naturalmente fra gli industriali, i commercianti e gli artigiani. In questi momenti di difficoltà occupazionale, il figlio dell’artigiano non desidera più diventare ingegnere o insegnante; ha capito che, a fronte di un maggior prestigio sociale, in mancanza di numi tutelari c’è l’insicurezza del lavoro e perciò s’inserirà nell’attività artigianale del padre. Se questo è un elettrauto, anche il figlio farà l’elettrauto; allo stesso modo il figlio di un fornaio farà il fornaio e il figlio di un piccolo industriale o di un commerciante continuerà il lavoro del padre.
Quale spazio resta a tutti gli altri, in una società dove non c’è più mobilità sociale? Nessuno. Quali lavori restano per il figlio del portalettere o del carabiniere, del bidello o dell’insegnante, dell’operaio della Fiat o dell’Enel, del medico ospedaliero o del giudice? Questi lavori, pur di diverso livello economico e sociale, non si trasmettono di padre in figlio; entro certi limiti si può trasmettere la cultura e la sensibilità familiare, ma non la clientela, perché tutti i lavoratori dipendenti non hanno clienti; una volta andati in pensione, non lasciano che il proprio affetto.

Se gli Usa negli anni ’40 e l’Europa negli anni ’60 erano società caratterizzate da un’alta mobilità sociale, dal 1990 la nascita determina in anticipo il ruolo sociale e il reddito del nascituro. Certo, restano ancora oggi degli esempi di self-made man, ma sono pochi, pochissimi; chi nasce a piano terra lì resterà tutta la vita, chi nasce sull’attico più prestigioso resterà lì tutta la vita. Non ci sono più ascensori e le scale le può fare solo una sparuta minoranza: quelli che imparano a sgomitare, quelli che si assoggettano ai potenti e quelli che nella vita fanno scelte di comodo di varia natura. Tutti questi devono avere le spalle larghe, la vista acuta e il fiato lungo. Gli altri siedano e… stiano zitti.
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lunedì 11 agosto 2014

John Rae, un precursore di Thorstein Veblen

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Sembra che su questo blog le pagine più visitate siano quelle relative al sociologo Thorstein Veblen, della qual cosa sono ben contento, perché trovo in lui un pensiero rivoluzionario potenzialmente non inferiore a quello di Marx. Quest’ultimo auspicava esplicitamente un diverso riparto della ricchezza al momento della ‘produzione’ delle merci, sostenendo un’appropriata azione politica. Veblen auspicava invece un migliore utilizzo del reddito al momento del ‘consumo’, sostenendo implicitamente che, se gli strati sociali inferiori non si mettessero, in qualche misura, in competizione con gli strati superiori nell’acquisto dei beni di lusso e nella moda, il modello economico basato sul massimo profitto entrerebbe in crisi. Il profitto non può sopravvivere senza consumismo.

Da quanto detto risulta evidente la mia grande ammirazione nei confronti di Veblen, ma ho scoperto da poco che qualcosa di molto simile a quanto lui diceva nel 1899 era già stato detto, in un libro di Economia politica, da John Rae nel 1834, cioè sessantacinque anni prima. A evidenziare l’affinità fra i due è stato H. Leibenstein, del quale ho parlato nell’articolo del 14 giugno (“I beni Veblen e la curva della domanda”). Leibenstein, nel secondo paragrafo dell’articolo “Bandwagon, Snob, and Veblen Effects in the Theory of Consumers' Demand” (1950), afferma quanto segue:

“La letteratura precedente sugli aspetti interpersonali dell’utilità e della domanda (dei beni) può essere divisa in tre categorie: sociologia, economia del benessere e teoria pura. Gli scritti sociologici hanno a che fare con i fenomeni della moda e del consumo vistoso e le loro relazioni con lo status sociale […]. Questo modo di trattare l’argomento fu reso famoso da Veblen - anche se Veblen, contrariamente a quanto in molti credono, non fu il primo ad elaborare la teoria del consumo vistoso.
John Rae, scrivendo prima del 1834, aveva già trattato ampiamente il consumo vistoso e la moda, e praticamente aveva sviluppato questi argomenti lungo le linee poi sviluppate da Veblen. Rae attribuisce molte di queste idee ad autori precedenti arrivando a trovare la nozione di consumo vistoso nel poeta romano Orazio; ed una chiara esposizione nell’idea del “voler essere all’altezza dei propri vicini” di Alexander Pope.”.

Quello che dice Veblen è già abbastanza noto. Per Rae, trattandosi di autore ancora poco conosciuto, propongo qui di seguito la lettura di alcune pagine del suo libro “Statement of Some New Principles on the Subject of Political Economy,"(*), del quale ho trovato sul web (www.archive.org) una riedizione del 1905 con un titolo diverso e, forse, anche più appropriato: “The sociological theory of capital”.
In tale edizione compaiono 14 capitoli e una “Appendice” di 8 Articoli; il primo di questi articoli è intitolato “Natura e effetti del lusso” (pagg. 245-276). Il brano che segue è la traduzione da me fatta delle pagine 245-254.
Come per altre mie traduzioni presenti in questo blog, prego i lettori più esperti, che qui trovassero eventualmente qualche inesattezza, di segnalarmela all’indirizzo di posta elettronica mmcataldo@libero.it.

(*) Titolo completo dell'opera: “Statement of Some New Principles on the Subject of Political Economy, Exposing the Fallacies of the System of Free Trade, and of Some other Doctrines Maintained in the " Wealth of Nations"

Cataldo Marino

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John Rae “Teoria sociologica del capitale”, Boston, 1834
Capitolo XI “Natura ed effetti del lusso”
Traduzione di Cataldo Marino

(La vanità e il lusso)

In tutte le circostanze la tendenza generale dell’economia è quella di far progredire la ricchezza delle comunità. Se l’applicazione dei principi di invenzione e di accumulazione procedessero senza ostacoli, la ricchezza di tutte le nazioni aumenterebbe gradatamente e senza interruzione; uno fornirebbe i mezzi per offrire risorse supplementari per i bisogni futuri, l'altro indicherebbe gli scopi per i quali creare queste risorse. Ma vi sono alcuni principi opposti, la cui tendenza è di rallentare l’aumento delle risorse generali o, addirittura, diminuire quelle già esistenti. Di alcuni di essi dobbiamo ora occuparci.

Poiché il prevalere dei sentimenti benevoli e sociali e la forza delle facoltà intellettive sono i fattori che determinano l'incremento della ricchezza, ci possiamo aspettare che la diminuzione di quella ricchezza derivi principalmente dal predominio di principi opposti, e cioè dal dominio dell'egoismo e dal degrado intellettuale e morale della nostra natura.
Il primo di questi principi, del quale dobbiamo considerare il modo di operare, è la vanità; con questo termine io intendo il puro desiderio di superiorità sugli altri, senza alcun riferimento al merito di questa superiorità. Una persona perfetta può essere desiderosa di superiorità facendo il bene, non per l'intento di superare gli altri, ma per il piacere provato nel fare il bene. Un essere molto cattivo può invece trarre soddisfazione dalla capacità di fare il male, semplicemente per il piacere che gli deriva dalla certezza di aver causato agli altri grandi danni. Ma sembra che esista un sentimento, che trova gratificazione semplicemente nel superare gli altri, indipendentemente dal modo in cui ciò avviene.

C’è chi sarebbe contento di eccellere nel vizio, se non fosse che viene frenato dal sentimento morale; c’è poi chi, sarebbe contento di eccellere nella virtù, se non fosse che le tendenze immorali gli impediscono di arrivare a un livello molto elevato di virtù. È questo che, in mancanza di un termine migliore, io intendo con la parola vanità. Si tratta di un puro sentimento egoistico; le sue soddisfazioni sono incentrate nell'individuo; e, se essa non cerca di diminuire i godimenti altrui, il suo scopo non è mai direttamente quello di aumentarli. Quando accade che, nell'agire, agli altri si trasmette un piacere, ciò deriva solo dal fatto che la vanità si è fusa con altri sentimenti.

Lo scopo della vanità è in ogni caso di avere ciò che gli altri non hanno. Uno dei casi più esemplari, da sempre citato, è quello di Cleopatra, quando sciolse una perla molto preziosa (in un bicchiere di aceto, ndt) per poterla bere d’un fiato. Non vi poteva certamente essere alcun piacere nel sapore di quel liquido, che doveva essere piuttosto sgradevole; la soddisfazione consisteva nel bere ciò che altri non potevano permettersi di bere. Apprendiamo da Plinio che a Roma ciò diventò una specie di moda, così come sembra essere stato anche in Oriente.

Ma è raro che questo sentimento si diriga verso beni che soddisfino solo la vanità, beni desiderabili unicamente per la difficoltà di possederli e per la superiorità che il loro possesso implica. La vanità induce piuttosto a preferire quei beni capaci di gratificare anche altri desideri e procurare altri piaceri. La somma di questi altri desideri è spesso molto piccola; ma, se essa è abbastanza ampia da poterli differenziare dai beni completamente inutili, alla vanità ciò sembra sufficiente per il suo scopo. La stravaganza delle pietanze su cui i Romani indulgevano a tavola erano di questo tipo.
Il piacere tratto dai cibi consumati, doveva evidentemente derivare dall'alto prezzo pagato. Un piatto di cervelli d’usignoli difficilmente potrebbe essere considerato un boccone delizioso; tuttavia Adam Smith, citando Plinio, dice che il prezzo pagato per un solo usignolo era di circa sessantasei sterline. Per una triglia se ne pagavano ottanta. Secondo Svetonio, il pranzo di Vitellio non costava mai meno di duemila sterline. I prezzi enormi pagati per vari capi di abbigliamento e di arredamento erano resi possibili solo dalla spinta di desideri dello stesso tipo. Adam Smith valuta in 30.000 sterline il costo di certi particolari cuscini, utilizzati durante i pasti per piegarsi, sdraiati, verso la tavola.

Le cose che la vanità sembra più prontamente ricercare, sono quelle il cui uso o consumo sia più appariscente, e i cui effetti si distinguono più difficilmente. I beni il cui consumo non sia vistoso, non gratificano questa passione. Per nessuna persona la vanità trae soddisfazione dall’uso di un certo tipo di legname adoperato per la costruzione della propria casa, perché il lavoro in legno è generalmente coperto dalla vernice o da altre cose. Inoltre, se i risultati ottenuti possono essere verificati con precisione, il materiale usato raramente può essere considerato un indice di superiorità.
Così il carbone viene consumato per il calore che può produrre, e le diverse quantità di calore prodotte dalle diverse qualità si possono facilmente verificare; quindi difficilmente qualcuno può inorgoglirsi nell’usarne un certo tipo anziché un altro.
Non è altrettanto facile accertare quanto il marmo di cui è composto un caminetto superi, o sia inferiore, in bellezza, varietà e disposizione dei colori, rispetto allo stesso tipo di materiale usato per scopi simili dai propri vicini di casa. La fantasia in questo caso, stimolata dalla vanità, può innalzare più o meno l’uno sull’altro; e quindi, in base alla forza della passione, la presunta superiorità può sembrare maggiore o minore.

Poche cose hanno qualità più adatte a gratificare la vanità, quanto i liquori. I loro particolari aromi e sapori permettono di distinguerli, e tuttavia non bastano per determinare quanto l'uno superi l'altro. Anche l'immaginazione sembra avere una incidenza particolare sugli organi del gusto e dell'olfatto e può, a causa dell'abitudine, far loro percepire un piacere da una cosa che prima era indifferente, forse persino sgradevole. Per l’influenza della vanità è dunque impossibile stabilire i limiti della superiorità che uno può acquisire sull'altro; e si può quasi stabilire come regola generale che nei pranzi sfarzosi tutto ciò che è bevibile può essere servito con orgoglio, qualora provenga da posti lontani. Cosi, durante la guerra peninsulare (Spagna, Portogallo e Inghilterra contro l’impero francese, 1807-1814; n.d.t.), il porter dì Londra fu largamente consumato in Spagna, da quelle medesime classi per le quali in Inghilterra ciò era un indizio di volgarità.

È indubitabile che la rarità e l'alto costo dei liquori e di altre merci simili, consumati da un individuo, possano accrescere di molto il piacere che da essi deriva. Ciò nasce da un tratto del carattere dell'uomo, che abbiamo l'opportunità d'osservare costantemente. L’attenzione è sempre attirata molto da un oggetto, quando esso eccita più facoltà sensoriali. Due fiori insieme, uno avente la bellezza senza il profumo della rosa, l'altro che ne abbia il profumo ma non la bellezza, non potrebbero procurarci tanto piacere quanto quel fiore. […] In modo simile, la semplice costosità dei vini o dei cibi, risvegliando la vanità, suscita il senso di una percezione più acuta di piacere; e quando la persona è consapevole di essere competente in tale materia, questo potente motore dei nostri pensieri e sentimenti viene eccitato dall’acume dimostrato nella distinzione dei beni e dalla familiarità implicita con vini e cibi rari e, conseguentemente, con quella che viene chiamata ‘alta società’. […] Al contrario il consumo diffuso di una merce da parte del volgo affievolisce, in molte menti, il piacere che altrimenti essa darebbe. Il consumo di tali merci abbassa l’individuo al livello delle classi più basse. Questo sentimento diede origine all'esclamazione di una duchessa del nord: “Peccato che queste uova si vendano solo a sei soldi l'uno!”

Gli autori moralisti e satirici romani basano molte delle loro invettive contro la stravaganza dei loro tempi, sul mancato rapporto fra la qualità delle cose e la considerazione in cui esse erano allora tenute(1). Eliogabalo confessò che il gusto, dato alle pietanze dal lungo tempo di preparazione, era all’origine della stravaganza dei suoi pasti, e gli piaceva che il prezzo dei suoi cibi fosse molto alto, perché ciò eccitava il suo appetito.

Se mancassero le prove di quali incerte basi il gusto disponga per giudicare se una cosa è deliziosa e un’altra neppure degna di considerazione, noi possiamo trovarle nei cambiamenti nelle diverse epoche e nei diversi luoghi. (Fra i tanti elementi) sembra che, nel gusto, di costante vi sia solo la preferenza per ciò che è dispendioso.
Anche se diverse l’una dall’altra, ogni società crede sinceramente che il suo criterio sia il migliore. Chi potrebbe oggi apprezzare un banchetto come quelli dei Romani? Eppure essi certamente credevano che in cucina, come nelle altre arti, avessero raggiunto il massimo della perfezione. Della loro buona fede in questa convinzione diedero un esempio particolare. Essi ricavavano, dalle interiora quasi putride di un certo pesce, una salsa molto costosa e apprezzata.(2) Erano però così convinti della sua estrema delicatezza, da aver cura di introdurre una speciale legge formale che proibiva di venderla ai barbari (3). Temevano seriamente che, se questi rudi guerrieri l’avessero solo assaggiata, l’avrebbero gradita a tal punto da desiderare di abbatterli di colpo e occupare l’impero. I barbari arrivarono comunque, ma né loro né i loro più civili discendenti sembrano aver trovato una particolare attrazione per il garum.

Noi attribuiamo a un oggetto (vestito, mobile, attrezzo) un valore elevato, se esso dev’essere notato da molte persone ed è inoltre valutato in larga misura in base alla soddisfazione che esso dà alla vanità.
Dice A. Smith: “Per la maggior parte delle persone ricche, la soddisfazione principale consiste nell’esibizione delle ricchezze; questa soddisfazione per loro non è mai così completa, come quando dimostrano di possedere quei segni sicuri di opulenza, che nessun altro possiede. Secondo loro il valore d'un oggetto, che sia in qualche misura utile e bello, è accresciuto grandemente dalla sua scarsità o dal molto lavoro che occorre per ottenerne una quantità considerevole, un lavoro che nessun altro può permettersi di pagare. Per questi oggetti essi sono disposti a pagare un prezzo più alto che non per le cose più belle e utili, ma più comuni". (4).

(Il lusso e la moda)

Anche se oggi l’influenza della vanità non è così forte come nell’antichità, essa è tuttavia più appariscente. Il progresso nelle arti produttive è stato tale che non vi è materiale o tessuto o colore, la cui produzione non sia stata tanto facilitata da raggiungere una gran massa di consumatori. Gli oggetti hanno dunque perso la loro funzione di distinzione sociale e hanno smesso di servire la vanità: da ciò è nata la necessità della varietà dei beni e l’apparente capriccio della moda. Ciò che Adam Smith applica a un solo tipo di oggetti vale in gran parte per tutte le spese delle persone ricche. “Quando, per i progressi nelle capacità produttive delle arti e dell’industria, il prezzo degli abiti diventa molto basso, di essi ve ne sarà una grande varietà; i ricchi, non potendo distinguersi in base al prezzo di un solo vestito, cercheranno di superare gli altri con una moltitudine e varietà di vestiti” (5).

Cercare di elencare le varie modalità, in cui la moda cambia le merci adattandole ai suoi cicli, sarebbe stato poco proficuo e, io credo, superfluo: la sua estesa influenza può difficilmente essere messa in dubbio. Heinrich Friedrich von Storch si chiede (6): “Qual è la ragione per la quale si dà un valore molto alto ai gioielli rari di cui le persone ricche amano ricoprirsi? E’ per il piacere che essi danno agli occhi, per la brillantezza con cui riflettono la luce? No, questo debole piacere non ha alcuna relazione con il loro valore; è perchè essi dimostrano la ricchezza di colui che li porta. Ciò vale per tutti gli oggetti di questo tipo di lusso: la misura del piacere che essi danno direttamente mediante i sensi è nulla rispetto a ciò che essi producono nell’esibirli agli altri – persino gli oggetti che per loro natura non sembrano avere altri scopi che quello di appagare i sensi, sono quasi completamente apprezzati per la gratificazione prodotta dalla loro ostentazione. Considerate un sontuoso pasto offerto da una persona molto ricca; separate da esso mentalmente tutte le cose che servono solo per dimostrare le ricchezze di colui che ha organizzato il banchetto e non lasciate in tavola nulla se non ciò che può soddisfare l’appetito di una persona: cosa rimane? In breve, se facciamo un esame generale –continua l’autore- di tutta la spesa che è stata fatta dopo che i desideri naturali sono stati soddisfatti, percepiremo che essa è quasi interamente motivata dal desiderio di apparire ricchi” (7). Questo desiderio di sembrare superiori agli altri, mantiene un gran numero di cose in uno stato di rivoluzione continua. Tutta questa sfera di comportamenti risponde ai canoni della moda.
"Diruit, aedificat, mutat quadrata rotundis."

Come J.B. Say lamenta, la moda distrugge prima del suo tempo qualunque cosa su cui mette mano. “Qualunque oggetto, di cui una persona si è fornito per raggiungere un qualche scopo utile, si cerca di conservarlo il più a lungo possibile, il suo consumo è graduale. Un oggetto di lusso invece non viene più usato dal momento in cui smette di gratificare i sensi o la vanità del possessore. Esso viene buttato via, almeno in gran parte, prima di aver smesso di esistere fisicamente (o esaurire la sua funzione), e ciò senza aver soddisfatto un qualche bisogno reale; il lusso detesta ogni spesa che abbia una qualche utilità”.

Gli acquisti motivati dalla vanità ricadono su tutte le classi della società. Per sopportarne il costo, essi assorbono una gran parte del reddito delle cosiddette classi medie, ma anche di coloro che faticano nel dare prova di appartenere a queste classi, e di coloro che vivono in modo accettabile pur appartenendo alle classi più basse, e perfino di coloro che hanno difficoltà a procurarsi i beni indispensabili. Storch dice: “In tutte le classi il desiderio di far vedere agli altri il proprio benessere (il lusso d'ostentazione) è stato capace di identificarsi con tutto ciò che serve per una vita decorosa e piena di comodità. É questo ciò che spinge la giovane contadina a cingere con un nastro il suo cappellino e ad indossare abiti con colori e forme che non hanno utilità” (8).

Per le spese generate dalla vanità penso di poter applicare il termine ‘lusso’. Sebbene questa parola abbia un senso più vasto, essa è quella che più si avvicina per designare le cose di cui stiamo parlando
E’ abbastanza difficile delimitare con precisione i confini del lusso così inteso. Si tratta di un punto diverso per i diversi popoli. Qualunque sia l’entità del piacere dato da un bene, indipendentemente dalla sua rarità, o da una qualche associazione con la rarità, certamente non si tratta di lusso. Vi è un piacere alla vista di alcune forme e colori, e composizione, che non dipende assolutamente dal loro costo; vi è anche una certa qualità nella tessitura di alcune stoffe, utile a proteggere dal caldo o dal freddo estremo, o aumentare la bellezza delle forme o correggerne i difetti, che di per sé dà piacere; esistono inoltre dei piaceri che la mente crea per sé, al di fuori delle associazioni con queste cose. Proviamo piacere nel vedere in una fredda giornata una persona ben coperta da una calda pelliccia oppure nel vedere in una giornata calda che uno non sia sprovvisto di biancheria dignitosa. Un uomo di animo nobile prova piacere nel vedere le lenzuola pulite e le calde coperte di un contadino come pure quando, entrato nella sua casa, osserva che essa è arredata con cura. E’ questo il sentimento che proviamo quando diciamo che quella casa o quel vestito sono per lui confortevoli; i sentimenti di cui parliamo sono quelli derivanti dai sensi e della benevolenza, e non quelli derivanti dall’egoismo. La vista di statue, dipinti o fiori in molte menti è capace di apportare un alto grado di soddisfazione.

Il grado di piacere così provato è diverso nei diversi individui ed è difficile accertare quale ne è la misura esatta in ognuno di essi; da ciò deriva, in molti casi, la difficoltà di capire se nelle scelte vi sia o meno la motivazione del lusso. Storch, in un capitolo dell’opera della quale ho già riportato una citazione, osserva: “Tutti gli orpelli con cui i ricchi decorano le loro abitazioni, le lavorazioni in oro e le sculture che l’arte e il gusto sembrano aver prodotto solo per deliziare lo spirito, non sono altro che una specie di oggetti magici, che riportano sempre la stessa iscrizione: Ammirate quanto grandi siano le mie ricchezze”. Non v’è alcun dubbio che è la vanità il sentimento dominante, che ha indotto alla costruzione di tali appartamenti, anche se essa non è l’unico. Le sculture ben eseguite, come pure le dorature eleganti, certamente contengono in sé qualcosa di gradevole per la vista e la mente dello spettatore, sia esso il proprietario o un ospite. E tuttavia la maggiore soddisfazione che ne deriva è probabilmente tratta, nella maggior parte dei casi, dalla vanità; a volte ci imbattiamo in persone i cui piaceri consistono completamente nell'ostentazione. E' il caso dell’uomo prodigo, di cui parla Alexander Pope (9):

E’ strano che l’avaro debba preoccuparsi
di guadagnare quelle ricchezze di cui non potrà mai godere.
Ma è forse meno strano che il prodigo debba sperperare
il suo patrimonio per comprare cose che non potrà mai gustare?
Non da sé egli vede, o sente, o mangia;
gli artisti scelgono i suoi quadri, la sua musica, i suoi cibi;
egli compra incisioni e disegni per donarli a Topham,
statue, idoli, e monete, per donarli a Pembroke,
rari manoscritti monastici solo per Hearne,
e libri per Mead, e farfalle per Sloane.
Possiamo credere che tutte queste cose siano per lui? Non più
che per la sua bella moglie, ahimè!, o per una prostituta ancor più bella.
                                           (Alexander Pope “IV Epistola”)



NOTE

1.
"Laudas, insane trilibrem
Mullum in singula quem minuas pulmenta necesse est.
Ducit te species, video. Quo pertinet ergo
Proceros odisse lupos? quia silicet illis
Majorem natura modum dedit, his breve pondus.”
Orazio Satire, L, Libro II, II.

“Interea gustus elementa per omnia quaeruant,
Nunquam animo pretiis obstantibus. interius si
Attendas magis illa juvant quae pluris emuntur.”
Giovenale, XI. Satire

2.
“Aliud etiamnum liquoris exquisiti genus, quod garum vocavere, intestinis piscium caeterisque quae abjicienda essent sale maceratis ut sit illa putrescentium sanies.-- Nec liquor ullus paene praeter unguenta majore in pretio esse caepit.”
Plinio. Libro 31, c.8 Storia naturale

3. L’Editto fu emanato al tempo degli imperatori Valerio e Graziano. L’oro e il vino furono soggetti ad una stessa proibizione.

4. La Ricchezza delle Nazioni, Libro. I, c. XI.

5. Ibidem, Libro. IV, c. IX.

6. Course d'Economie Politique, Libro VII, c. V.

7.Ibidem, Libro. VII, c. IV.

8. Ibidem, Libro VII. c. V.

9.
"Tis strange, the miser should his cares employ
To gain those riches he can ne'er enjoy:
Is it less strange, the prodigal should waste
His wealth to purchase what he ne'er can taste?
Not for himself he sees, or hears, or eats;
Artists must choose his pictures, music, meats:
He buys for Topham, drawings and designs,
For Pembroke, statues, dirty gods, and coins;
Rare monkish manuscripts for Hearne alone,
And books for Mead, and butterflies for Sloane.
Think we all these are for himself? no more
Than his fine wife, alas! or finer whore."

Alexander Pope: poeta inglese (1688-1744)
Topham: gentleman famoso per una collezione di incisioni.
Pembroke: regione del Galles in cui abitava un collezionista di sculture
Hearne: autore di piccole opere storiche
Mead: proprietario di una vasta biblioteca
Sloane: proprietario di una bella collezione di curiosità naturali
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mercoledì 9 luglio 2014

I Tedeschi? Eh, loro son fatti così!



Non scrivo di sport perché lo seguo poco e perciò non me ne intendo. Ma, sulla partita di calcio di ieri fra Germania e Brasile, mi viene qualche riflessione personale immediata.
L’altro giorno Beppe Severgnini ha detto in tv che ogni squadra in fondo rispecchia il carattere del suo popolo ed ha fatto degli esempi che cito a memoria: gli Inglesi giocano per giocare, gli Italiani cominciano a dare il meglio di sé quando sono con le spalle al muro, i Tedeschi sono organizzati come una macchina da guerra. Non so quanto siano giusti questi esempi, ma direi che li condivido abbastanza.

Ieri alle 22.00 mi sono messo davanti alla tv ed ho cominciato a guardare la partita. Non guardo mai le squadre di club, ma le nazionali le ho sempre seguite. Seguii ancora bambino quelle del ’58 con Pelé e Liedholm, poi quelle con Maldini e Altafini, poi quelle con Mazzola e Rivera, poi quelle con Maradona, poi quelle di Bearzot, poi quelle di Arrigo Sacchi.
Negli ultimi anni però mi sono limitato a dare un’occhiata: l’Italia berlusconiana ha perso la spina dorsale e le Nazionali azzurre si sono adeguate: allenatori incapaci e calciatori superpagati, che più che giocare fanno le sfilate di moda.

Ma la partita di ieri andava guardata. Io prevedevo una leggera prevalenza dei Brasiliani, ma, quando i Tedeschi hanno dimostrato di giocare molto meglio, ho cominciato ad essere contento per loro. Non sono un tifoso: cerco di essere imparziale.
Finita la partita, quel 7 -1 mi sembrava un risultato più che giusto. Eppure oggi ci ripenso, e dico che tanto giusto non è stato. Lo so che gli sportivi cercano di ottenere il migliore risultato possibile e che in molti sarebbero stati contenti che i Tedeschi, di gol, ne avessero fatti anche 10 o 15 o 20. Dura lex sed lex: queste sono le regole del gioco e dobbiamo accettarle. Ma nel modo di interpretare le regole sul campo c’entra un po’ anche il carattere di un popolo.
E quale carattere hanno dimostrato ieri i Tedeschi? Oggi su facebook Gad Lerner con una punta di ironia osservava “E voi credete veramente che questa Germania ci concederà la flessibilità nelle spese di bilancio?”. Anche lui, come Severgnini, vede una certa correlazione fra calcio e spirito di un popolo. C’è da riflettere. Ma torniamo alla partita.

Nel primo tempo la Germania vinceva per 5 - 0.
Se all’inizio del secondo tempo avesse allentato il ritmo di gioco, in teoria avrebbe dato al Brasile l’opportunità di pareggiare o vincere, dunque bisognava assolutamente continuare a pressare l’avversario. Però a 22 minuti dalla fine della partita c’era ancora veramente bisogno di accanirsi contro la squadra brasiliana con altri due gol? Non potevano limitarsi a controllare la partita?
No, il tempo passa ma i Tedeschi sono fatti sempre alla stessa maniera: non gli basta vincere, devono stravincere. E questa volta hanno stravinto umiliando la squadra avversaria, ma anche un intero popolo, mortificandone il noto spirito gioioso.
Settanta anni fa fecero così, ma non sul piano sportivo, con Ebrei, zingari e gay (potevano mandarli al confino, come faceva Mussolini con gli avversari; che bisogno c’era di distruggerli tutti?) e con i Sovietici (10 milioni di vittime militari e 12 milioni di vittime civili). Dopo la sconfitta sono stati calmi per 45 anni, ma nel 1990 hanno preteso la riunificazione tedesca, chiedendo comprensione e collaborazione a tutti i paesi occidentali, Grecia e Italia comprese. Nel 2009 poi, quando in virtù dell’unione monetaria loro stavano benissimo, hanno messo in ginocchio la Grecia e dall’anno successivo hanno messo le manette all’Italia.
Eh, loro son fatti così! Il loro reddito pro-capite è di 38.000 euro e quello della Grecia di 24.000? Per loro è giusto, è frutto delle loro virtù, ed è anche la legge del più forte. Far diminuire il gap? Macché, il gap deve anzi aumentare.

Vabbè, siete bravi, ma a un certo punto abbiate pietà, dico io. Ed ecco come immagino la loro risposta (mi si perdoni il ricorso allo stereotipo caricaturale) “Cooosa essere ‘pietà’? Noooi non conoscere questa parola. Noi conoscere vae victis!”.
Allora, questa parola, ve la spiego io. Significa che, se stai vincendo per cinque a zero e mancano pochi minuti alla fine della partita, all’avversario gli fai fare il gol della bandiera e vai ugualmente alla finalissima. Ma, questi, sono stupidi sentimentalismi da ‘italianìsche’.
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martedì 8 luglio 2014

Lev Tolstoj: “La morte di Ivan Il’ič”"

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Uno dei primi articoli di questo blog è stato “Librisulcomodino” (del 15.10.2010), e lì ho già spiegato che mentre le mie letture giovanili avvenivano sulla scrivania, adesso, nella terza età, per motivi facilmente intuibili, avvengono in poltrona o ancora più spesso sul doppio cuscino, accanto al quale sta un comodino, sul quale si alternano i libri scelti di volta in volta.
Sono passati ormai vari anni da quell’articolo, senza parlare degli altri libri transitati su quel comodino. Riprendo oggi con un racconto di Tolstoj dedicato a un argomento un po’… delicato: la morte. Un argomento su cui si sono cimentati fior di teologi, filosofi, biologi e antropologi e sul quale forse potrebbero dire la loro anche uomini semplici come i becchini, che di morti ne vedono tanti.
Faccio una breve sintesi del racconto, per poi isolarne uno dei tanti aspetti e far seguire il testo del primo capitolo.

Tutta la storia s’incentra sulla vita di Ivàn Il'ič (come si sa, i Russi, almeno fino a un certo punto, facevano seguire il nome di battesimo dal patronimico, per cui potremmo dire che questo signore si chiamava Giovanni, figlio di Elia). Ivàn da ragazzo affronta gli studi con serietà, poi entra nella magistratura, frequenta i salotti della buona società, sposa una donna graziosa e benestante ed ha due figli. Tutto procede per il meglio e ad un certo punto riesce anche ad avere un prestigioso avanzamento di carriera, per il quale però è costretto a cambiare città. Lui si trasferisce lì da solo, per trovare ed arredare un appartamento adeguato al suo nuovo ‘status’; il resto della famiglia lo raggiungerà quando tutto sarà a posto. La vita finora è andata così come lui la voleva.
Solo un piccolo infortunio ne cambierà la rotta: un giorno sale su una scala per far vedere al tappezziere come sistemare le tende; però inciampa, cade e batte il fianco sulla maniglia della finestra. Da quel momento avvertirà al ventre un dolore leggero, che nel corso dei mesi diventerà un problema serio. Spinto dalla moglie, si farà visitare da tanti medici, ognuno dei quali arriva però a diagnosi e terapie diverse. Le sue condizioni peggiorano sempre, fino al punto di rendersi conto che andrà incontro alla morte.
Vorrebbe, in queste sofferenze estreme, il conforto delle persone care, ma queste, tranne il fedele mužik Gerasim (un contadino a lui molto devoto), cercheranno sempre di banalizzare tutto, in modo da non avere noie eccessive e da non compromettere la loro vita sociale. Le sofferenze fisiche e la solitudine lo indurranno ad un riesame della propria esistenza: lui voleva per sé una vita agiata e adesso questa ricerca dell’agiatezza la ritrova diffusa fra tutti i suoi parenti ed amici e gli si ritorce contro.

Ho detto che dopo la sintesi del racconto, avrei cercato di isolarne un aspetto. Bene.
Come viene vissuta la morte di una persona nei gruppi ristretti di parenti, amici e colleghi cui essa appartiene? La prima risposta di Tolstoj è che alla morte non si pensa finché non è abbastanza vicina: tutti sanno che si muore, ma è, questa, una cosa che fino a un certo momento riguarda sempre e solo ‘gli altri’. La seconda risposta la troviamo nelle pagine iniziali: quando uno muore, dopo un primo momento di incredulità e di smarrimento, si considerano le conseguenze dell’evento. La famiglia, i colleghi e gli amici costituiscono dei piccoli ‘gruppi sociali’ e come tali, quando perdono un loro membro, sono costretti a ristrutturarsi in modo che tutto funzioni come prima. Non è cinismo, questo, è una necessità, ma nel linguaggio asciutto e distaccato di Tolstoj serpeggia una sottile ironia.
Alla moglie di Ivàn restano due figli da sistemare e per riuscire a farlo nel modo migliore ha bisogno di denaro (per cui cercherà di avere dalla Stato il massimo della pensione) ed ha bisogno di tempo da dedicare ai preparativi per le nozze della figlia.
Ed i colleghi? Come in una partita di scacchi, i colleghi, riuniti in una sala degli uffici giudiziari durante la pausa di un processo, alla notizia dell’evento valutano razionalmente come risistemare le relative cariche. 1) Alekseev avrebbe potuto prendere il posto di Ivàn; 2) il posto lasciato da Alekseev sarebbe toccato a Vinnikov o a Štabel; 3) il posto di Štabel sarebbe passato a Fëdor; 4) Pëtr invece avrebbe potuto favorire il riavvicinamento del cognato, facendo così finalmente contenta sua moglie. Insomma, morto un papa, se ne fa un altro e… la curia gioca ai quattro cantoni.
Prima di passare alla lettura del racconto, un consiglio: non lasciarsi impressionare dai tanti nomi complicati che si incontrano nel dialogo iniziale; dalla terza pagina in poi ritroveremo in scena solo la moglie e il più caro amico di Ivàn. Poi una precisazione; il primo capitolo riguarda ciò che succede dopo la morte di Ivàn; dal secondo in poi, con un flashback che potrebbe far invidia ai migliori registi contemporanei, si torna al passato: la vita e la lunga malattia di Ivàn Il'ič.

Cataldo Marino

*.*.*

Lev Tolstoj: “La morte di Ivan Il’ič”, Cap. I

Nel grande edificio degl'uffici di giustizia, durante la pausa di un'udienza del processo Mel’vinskij, i giudici e il procuratore si erano riuniti nello studio di Ivàn Egòrovic Šebèk, e avevano cominciato a discorrere del celebre caso Krasovskij. Fëdor Vasìl'evič s'infervorava nel dimostrar l'incompetenza del tribunale, Ivàn Egòrovič insisteva sul suo punto di vista, mentre Pëtr Ivànovič, che dapprincipio non era entrato nella conversazione, continuava a non prendervi parte, e dava un'occhiata al Notiziario appena arrivato.
«Signori!» disse. «Ivàn Il'ič è morto.»
«Possibile?»
«Ecco, leggete» disse a Fëdor Vasìl'evič, porgendogli il giornale fresco, che odorava ancora di stampa.
In un riquadro nero era scritto: "Praskov'ja Fëdorovna Golovinà, con sommo cordoglio, annuncia a parenti e amici la scomparsa dell'amato consorte, giudice della Corte d'assise Ivàn Il'ič Golovìn, avvenuta il 4 febbraio del 1882. Le esequie si terranno venerdì all'una pomeridiana".

Ivàn Il'ič era collega dei signori lì riuniti, e tutti gli volevano bene. Si era ammalato ormai da alcune settimane: si diceva che la sua malattia fosse incurabile. La carica era rimasta sua, ma si diceva che nel caso fosse morto, Alekseev avrebbe potuto essere nominato al suo posto, mentre il posto di Alekseev sarebbe toccato o a Vìnnikov o a Štabel’. Di modo che, quando ebbero saputo della morte di Ivàn Il'ič, il primo pensiero di ciascuno di quei signori riuniti nello studio fu rivolto alle conseguenze che questa morte avrebbe potuto avere per il trasferimento o la promozione di loro stessi o dei loro conoscenti.
"Adesso mi daranno di sicuro il posto di Štabel’, o di Vìnnikov" pensò Fëdor Vasìl'evič. "È da un pezzo che me l'hanno promesso, e questa promozione mi porterà 800 rubli d'aumento, oltre all'indennità di servizio."
"Adesso bisognerà chiedere il trasferimento di mio cognato da Kaluga" pensò Pëtr Ivànovič. "Mia moglie ne sarà molto contenta. Ora non mi potrà più dire che non ho fatto mai niente per i suoi parenti."
«Lo pensavo che non si sarebbe rimesso» disse Pëtr Ivànovič ad alta voce. «Mi spiace.»
«Ma cosa aveva esattamente?»
«I dottori non sono riusciti a stabilirlo. Ovvero, l'hanno stabilito, ma ognuno aveva un parere diverso. Quando l'ho visto l'ultima volta mi era sembrato che si stesse riprendendo.»
«Io invece non sono più stato a trovarlo dopo le feste. Volevo sempre andare, ma...»
«Ma di', ne aveva di soldi?»
«Qualcosina, per parte di moglie. Ma proprio poco.»
«Già, bisognerà andarci. Abitano tremendamente lontano.»
«Lontano da dove state voi, vorrete dire. Da dove state voi è tutto lontano.»
«Non mi può proprio perdonare di abitare di là dal fiume» disse Pëtr Ivànovič, sorridendo di Šebèk. E cominciarono a parlare delle grandi distanze della città, e tornarono all'udienza.

Oltre alle considerazioni che questa morte aveva suscitate in ciascuno di loro circa i trasferimenti e i cambiamenti d'organico che da questa morte sarebbero potuti conseguire, di per sé stessa, in quanto morte d'un loro intimo conoscente, essa suscitò in tutti loro, come sempre avviene, un senso di gioia per il fatto che il morto fosse lui e non loro.
"Ecco, lui è morto, e io no" pensò o sentì ognuno di loro. E i conoscenti intimi, i cosiddetti amici di Ivàn Il'ič, pensarono altresì, involontariamente, che ora avrebbero dovuto adempiere ai noiosi doveri che imponevano le convenienze, e andare alla messa funebre, e dalla vedova per la visita di condoglianze.
I più intimi, erano Fëdor Vasìl'evič e Pëtr Ivànovič.
Pëtr Ivànovič gli era stato compagno di studi, a giurisprudenza, e si riteneva in obbligo Ivàn Il'ič.
Dopo aver comunicato alla moglie, durante il pranzo, la notizia della morte di Ivàn Il'ič e le sue considerazioni a proposito della possibilità di un trasferimento del cognato nella loro giurisdizione, Pëtr Ivànovič, invece di stendersi a riposare, indossò il frac e andò a casa di Ivàn Il'ič.

Davanti all'ingresso di Ivàn Il'ič era ferma una carrozza con due cocchieri. Da basso, in anticamera, accanto all'attaccapanni, era appoggiato alla parete il coperchio della bara rivestito in broccato, con le nappine e il gallone lucidato a polverina. Due dame in nero si stavano togliendo la pelliccia. Una, la sorella di Ivàn Il'ič, l'aveva già incontrata altre volte, l'altra non la conosceva. Un collega di Pëtr Ivànovič, Schwartz, stava scendendo dal piano superiore e, avendo scorto sin dal primo gradino della scala il nuovo venuto, si fermò e gli strizzò l'occhio, come per dire: "L'ha fatta la sua stupidata, Ivàn Il'ič, noi due invece...".
II volto di Schwartz, coi favoriti all'inglese, e tutta la sua magra corporatura, in quel frac, avevano come sempre un che di elegantemente solenne, e tale sua solennità, che sempre contraddiceva l'indole giocosa di Schwartz, aveva in questo caso un che di particolarmente arguto. Così pensò Pëtr Ivànovič.
Pëtr Ivànovič cedette il passo alle dame e le seguì lentamente su per le scale. Schwartz non scese, ma si fermò di sopra. Pëtr Ivànovič capì perché: evidentemente, voleva mettersi d'accordo con lui per il whist di quella sera. Le dame salirono le scale ed entrarono dalla vedova, mentre Schwartz, con le labbra ben ferme e atteggiate a serietà, e con lo sguardo giocoso, con un movimento del sopracciglio indicò a Pëtr Ivànovič la stanza del defunto, sulla destra.

Pëtr Ivànovič entrò, come sempre accade, non sapendo bene quel che avrebbe dovuto fare là dentro. Sapeva soltanto una cosa: che in quei casi non guasta mai farsi il segno della croce. Non era però del tutto convinto che, nel farlo, occorresse anche inchinarsi, e perciò scelse una via di mezzo: entrando nella stanza si mise a farsi il segno della croce e accennò a un piccolo inchino. Per quanto gli permisero i movimenti delle braccia e della testa, dette contemporaneamente un'occhiata alla stanza. Due giovani, uno dei quali era un ginnasiale, probabilmente nipoti del defunto, stavano uscendo dalla stanza facendosi il segno della croce. Una vecchietta stava in piedi, immobile. E una dama con le sopracciglia stranamente sollevate le stava sussurrando qualche cosa. Un sagrestano in finanziera, vivace, deciso, leggeva qualcosa ad alta voce, con un'espressione che non ammetteva repliche: il mužik dispensiere, Gerasim, passò davanti a Pëtr Ivànovič con passo lieve, spargendo qualcosa sul pavimento. A quella vista Pëtr Ivànovič avvertì immediatamente l'odore lieve del cadavere in disfacimento. Durante la sua ultima visita a Ivàn Il'ic, Pëtr Ivànovič aveva visto quel mužik nello studio; fungeva da infermiere, e Ivàn Il'ič gli era particolarmente affezionato. Pëtr Ivànovič continuava a segnarsi e a chinarsi appena, in una direzione a mezza via tra la bara, il sagrestano e le immagini sul tavolo d'angolo. Poi, quando gli parve che questo gesto del segno della croce fosse durato a sufficienza, si fermò, e cominciò a osservare il morto.

Il morto giaceva come sempre giacciono i morti, con particolare pesantezza, con le membra irrigidite che affondavano, come sempre accade ai morti, nel giaciglio della bara, con la testa per sempre inclinata in avanti dal cuscino, e mostrava, come sempre lo mostrano i morti, la fronte gialla, cerea con la calvizie sopra le tempie infossate, e il naso che sporgeva e che quasi premeva sul labbro superiore. Era molto cambiato, era dimagrito ancora da quando Pëtr Ivànovič l'aveva visto l'ultima volta, ma, come tutti i morti, aveva il volto bello, e soprattutto più significativo di quanto lo fosse da vivo. Sul volto aveva un'espressione che pareva dire che quel che occorreva fare era stato fatto: e fatto bene. Oltre a ciò, in quest'espressione c'era ancora un rimprovero, o un monito ai vivi. Il monito, a Pëtr Ivànovič, parve inopportuno, o, per lo meno, non rivolto a lui. Cominciò a sentirsi a disagio, e per questo Pëtr Ivànovič si segnò in tutta fretta un'altra volta e, almeno così gli parve, troppo in fretta, senza riguardo per le convenienze, si voltò e si diresse alla porta. Schwartz lo aspettava nella stanza di passaggio, con le gambe piantate larghe, giocherellando con entrambe le mani dietro la schiena con il suo cappello a cilindro. Bastò uno sguardo, e la figura giocosa, linda ed elegante di Schwartz comunicò un senso di freschezza ai pensieri di Pëtr Ivànovič. Pëtr Ivànovič comprese che lui, Schwartz, rimaneva superiore a tutto quel che vi era di là e non si abbandonava affatto alle impressioni deprimenti. Lo diceva il suo stesso aspetto: l'incidente della messa funebre per Ivàn Il'ič non poteva in alcun modo essere un motivo sufficiente per considerare turbato l'ordine del giorno, ovverosia: nessuno poteva impedirgli di far schioccare, quella stessa sera, dissigillandolo, un mazzo di carte, mentre un valletto avrebbe disposto quattro candele nuove; e in generale non c'era motivo di supporre che quest'incidente potesse in alcun modo impedirci di trascorrere piacevolmente anche la serata odierna. Lo disse persino in un sussurro a Pëtr Ivànovič, che gli si stava avvicinando, e gli propose di unirsi alla partita, da Fëdor Vasìl'evic. Ma evidentemente era destino che Pëtr Ivànovič non dovesse giocare a whist quella sera.

Praskov'ja Fëdorovna, una donna di bassa statura, pingue, che, a dispetto di tutti i suoi sforzi tesi a realizzare il contrario, si era allargata verso il basso, dalle spalle in giù, e tutta vestita di nero, con la testa coperta da un velo di merletto e con le sopracciglia stranamente inarcate, proprio come quella dama che stava dinanzi alla bara, uscì dalle sue stanze con le altre dame e, accompagnandole alla porta del morto, disse: «Adesso ci sarà la funzione, entrate».
Schwartz, inchinatosi in modo incerto e vago, si fermò, senza evidentemente accettare o rifiutare la proposta. Praskov'ja Fëdorovna, riconosciuto Pëtr Ivànovič, sospirò, gli si avvicinò, lo prese per una mano e disse: «So che eravate un amico sincero di Ivàn Il'ič...» e lo guardò, in attesa di un comportamento conforme a quelle parole. Pëtr Ivànovič sapeva che, così come poco prima occorreva farsi il segno della croce, allo stesso modo adesso bisognava stringere la mano, sospirare e dire: «Credete!...». E così fece. E, quando l'ebbe fatto, si rese conto di aver ottenuto il risultato desiderato: ossia che entrambi erano commossi.
«Andiamo prima che cominci; ho bisogno di parlare un po' con voi» disse la vedova. «Datemi il braccio.»
Pëtr Ivànovič le porse il braccio, e si diressero verso le stanze interne, passando accanto a Schwartz, che ammiccò mestamente a Pëtr Ivànovič.
"Eccoti il tuo whist! Non abbiatevela a male se prenderemo un altro partner. Piuttosto giocheremo in cinque, quando riuscirete a liberarvi" disse il suo sguardo giocoso.

Pëtr Ivànovič sospirò ancor più profondamente e mestamente, e Praskov'ja Fëdorovna gli strinse riconoscente il braccio. Entrando nel suo salottino tappezzato di cretonne rosa, ove ardeva una lampada dalla luce fioca sedettero vicino al tavolo: lei sul divano, e Pëtr Ivànovič su un basso puff imbottito, dalle molle malmesse, si piegò irregolarmente sotto il suo peso. Praskov'ja Fëdorovna voleva avvertirlo di sedersi altrove, ma ritenne che un tale comportamento non fosse conforme alla sua condizione, e cambiò idea. Sedendosi su quel puff, Pëtr Ivànovič si ricordò di quando Ivàn Il'ič aveva arredato quel salottino e si era consigliato con lui proprio a proposito del cretonne rosa con fogliami verdi. Andando a sedersi sul divano e passando accanto al tavolo (l'intero salotto era colmo di oggettini e di mobili) la vedova s'impigliò con il pizzo nero della nera mantiglia in un intaglio del tavolo. Pëtr Ivànovič si alzò per aiutarla e il puff, liberato dal suo peso, si mosse e l'incalzò da sotto. La vedova provvide da sola a liberare il suo pizzo, e Pëtr Ivànovič sedette nuovamente, schiacciando sotto di sé il puff ribelle. Ma la vedova non era riuscita a liberarsi completamente, e Pëtr Ivànovič si alzò nuovamente, e nuovamente il puff cominciò la sua rivolta e diede persine in uno schiocco. Quando tutto fu finito, lei estrasse un fazzolettino pulito di batista e si mise a piangere. L'incidente del pizzo e la lotta con il puff avevano piuttosto raffreddato Pëtr Ivànovič, ed egli sedeva immusonito. Questa situazione imbarazzante fu interrotta da Sokolòv, il dispensiere di Ivàn Il'ič, che venne a riferire che il posto al cimitero scelto da Praskov'ja Fëdorovna costava 200 rubli. Ella smise di piangere e, guardando Pëtr Ivànovič con l'aria della vittima, disse in francese che si sentiva molto male. Pëtr Ivànovič fece un cenno silenzioso col quale espresse l'indubitabile convinzione che non potesse essere altrimenti.
«Fumate pure, vi prego» ella disse con voce insieme magnanima e sopraffatta, e si mise a risolvere con Sokolòv la questione del prezzo. Pëtr Ivànovič, fumando, sentì con quanta cura ella facesse domande sui vari prezzi dei terreni, e stabilisse quello che si doveva prendere. Oltre a ciò, una volta risolta la questione del posto, impartì disposizioni anche per i cantori. Sokolòv uscì dalla stanza.

«Devo fare tutto da sola» disse a Pëtr Ivànovič, spostando da una parte gli album che stavano sul tavolo: e, vedendo che la cenere minacciava il tavolo, senza perder tempo accostò a Pëtr Ivànovič un posacenere e disse: «Ritengo sia falso affermare che il dolore mi impedisca di occuparmi di questioni pratiche. Al contrario, se c'è una cosa che mi può dare se non sollievo, per lo meno distrazione, son proprio tutte queste cure che mi prendo per lui». Tirò nuovamente fuori il fazzoletto come se si stesse apprestando a piangere, e all'improvviso, come facendo forza su se stessa, si riscosse e si mise a parlare con calma.
«Tuttavia c'è una cosa di cui dovrei parlarvi.»
Pëtr Ivànovič si inchinò senza permettere alcun movimento alle molle del puff che subito avevano cominciato ad agitarsi sotto di lui.
«Negli ultimi giorni ha sofferto tremendamente.»
«Ha sofferto molto?» domandò Pëtr Ivànovič.
«Ah, tremendamente! Non gli ultimi minuti, ma nelle ultime ore non ha mai smesso di urlare. Per tre giorni di fila, senza riprendere fiato, ha gridato. È stata una cosa insopportabile. Non riesco a capire come io sia riuscita a sopportarla; si sentiva a tre porte di distanza. Ah! Cosa non ho sopportato!»
«Possibile che fosse cosciente?» domandò Pëtr Ivànovič.
«Sì» ella sussurrò, «fino all'ultimo istante. Ci ha detto addio un quarto d'ora prima di morire, e ha anche chiesto di mandar via Volodja.»
A dispetto della spiacevole consapevolezza dell'ipocrisia sua e di questa donna, il pensiero delle sofferenze di un uomo che egli aveva conosciuto così intimamente, dapprima come ragazzetto allegro, a scuola, poi come collega, da adulto, fece improvvisamente inorridire Pëtr Ivànovič. Vedeva nuovamente quella fronte che premeva il naso sulla bocca, e provò paura per sé.
"Tre giorni di orribili sofferenze e la morte. E una cosa che anche adesso, in questo stesso istante, può capitare anche a me" pensò, e subito ebbe paura. Ma immediatamente, senza sapere neppure lui come, gli venne in soccorso il solito pensiero che la cosa era capitata a Ivàn Il'ič, e non a lui, e che a lui quella cosa non doveva né poteva succedere; e che, così pensando, egli s'abbandonava a un umore cupo, il che non era bene fare, come appariva evidente dall'aspetto di Schwartz. E, fatto questo ragionamento, Pëtr Ivànovič si tranquillizzò e con interesse si mise a fare domande sui particolari della fine di Ivàn Il'ič, come se la morte fosse qualcosa di naturale per Ivàn Il'ič, ma non lo fosse affatto per lui.

Dopo aver riferito in vari modi i particolari delle sofferenze fisiche davvero terribili sopportate da Ivàn Il'ič (Pëtr Ivànovič venne a conoscenza di questi particolari solamente nella misura in cui essi avevano agito sui nervi di Praskov'ja Fèdorovna), la vedova ritenne evidentemente opportuno arrivare al punto.
«Ah, Pëtr Ivànovič, che dolore, che terribile dolore, che terribile dolore» e si mise nuovamente a piangere.
Pëtr Ivànovič sospirava e aspettava il momento in cui lei si sarebbe soffiata il naso. Quando se lo fu soffiato, egli disse: «Credetemi...» e lei riprese a parlare e disse quello che evidentemente costituiva il punto saliente in quella conversazione con lui: e questo punto consisteva nel domandargli come riuscire ad ottenere dei soldi dallo Stato a seguito della morte del marito. Diede a vedere di voler chiedere a Pëtr Ivànovič un consiglio sulla pensione: ma egli si rese conto che ella già conosceva fin nei più minuti particolari anche cose che lui stesso ignorava: tutto quello che si poteva strappare alle casse dello Stato in caso di morte: e voleva sapere se in qualche modo non sarebbe stato possibile strappare qualcosina in più. Pëtr Ivànovič cercò di escogitare la maniera, ma, dopo averci pensato un poco e dopo aver vituperato, in omaggio alle convenienze, il nostro governo per la sua spilorceria, disse che gli sembrava che più di così non si potesse. Allora ella sospirò e si diede con ogni evidenza a escogitare un mezzo per liberarsi del suo visitatore. Egli lo capì, spense la sigaretta, si alzò, le strinse la mano e uscì in anticamera.

Nella sala da pranzo, ov'era la pendola che Ivàn Il'ič era stato così contento d'aver comprato in un bric-à-brac, Pëtr Ivànovič incontrò il sacerdote e ancora qualche conoscente giunto per la funzione funebre, e vide una bella signora che lui conosceva, la figlia di Ivàn Il'ič. Era tutta vestita di nero. La sua vita sottile sembrava ancor più sottile. Aveva un'aria cupa, decisa, quasi irosa. Rivolse un saluto a Pëtr Ivànovič come se questi fosse colpevole di qualcosa. Dietro alla figlia, con la stessa aria offesa, stava un giovane di buona famiglia che Pëtr Ivànovič conosceva, un giudice istruttore, che, per quel che si diceva in giro, era fidanzato con la ragazza. Si inchinò loro con grande tristezza e voleva passare nella camera del defunto quando, da sotto la scala, spuntò la figuretta del figlio ginnasiale, che assomigliava tremendamente a Ivàn Il'ič. Era proprio Ivàn Il'ič in persona, tal quale Pëtr Ivànovič lo ricordava ai corsi di giurisprudenza. Aveva gli occhi di pianto, come li han di solito i ragazzi viziosi sui 13 o 14 anni. Il ragazzo, appena vide Pëtr Ivànovič, fece una smorfia tra il severo e il vergognoso Pëtr Ivànovič gli fece un cenno col capo ed entrò nella stanza del defunto. Era iniziato il servizio funebre - le candele, i lamenti, l'incenso, le lacrime, i singhiozzi. Pëtr Ivànovič se ne stava in piedi accigliato, guardandosi i piedi. Non alzò nemmeno una volta lo sguardo sul defunto, e fino alla fine non s'arrese alle impressioni deprimenti, e fu tra i primi a uscire. Nell'ingresso non c'era nessuno. Gerasim, il mužik addetto alla dispensa, saltò fuori dalla stanza del defunto, buttò all'aria con le sue forti braccia tutte le pellicce per trovare quella di Pëtr Ivànovič, e gliela porse.

«Allora, fratello Gerasim?» domandò Pëtr Ivànovič per dire qualcosa. «Ti spiace, eh?»
«E il volere di Dio. Toccherà a noi tutti» disse Gerasim, mettendo in mostra i suoi denti bianchi da mužik e aprì la porta, chiamò il cocchiere, fece salire Pëtr Ivànovič in vettura e con un salto ritornò sotto al porticato, come riflettendo su quel che dovesse ancora fare.
Per Pëtr Ivànovič fu particolarmente piacevole respirare aria pura dopo l'odore di incenso, di cadavere e di acido fenico.
«Dove comandate?» domandò il cocchiere.
«Non è tardi. Faccio ancora un salto da Fëdor Vasil'evic.»
E Pëtr Ivànovič andò. Ed effettivamente li trovò alla fine del primo rubber, di modo che gli fu facile entrare come quinto.


(Da: Lev Tolstòj “La morte di Ivàn Il'ič e altri racconti”, pagg. 3-13, Oscar Classici Mondadori, 1999)

mercoledì 4 giugno 2014

I ‘beni Veblen’ e la curva della domanda: un’eccezione o la regola?


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I testi più elementari di Economia in genere danno per certo che il consumo di un ‘qualunque’ bene aumenta quando il prezzo diminuisce e, al contrario, diminuisce quando il prezzo aumenta.
Poiché la realtà è sempre complessa, quando si semplifica si incorre facilmente in qualche errore; nel caso specifico l’errore sta nel termine ‘qualunque’.
Ci sono beni che si consumano in privato, dei quali cioè i nostri conoscenti, effettivi o potenziali, non vengono a sapere nulla, e beni il cui uso avviene sotto gli occhi degli altri.
Questa è una distinzione importante perché per i primi la regola prima esposta è assolutamente valida, mentre per i secondi è valida solo relativamente.

1) Se, ad esempio, ipotizziamo che in un certo periodo il reddito dei consumatori rimane invariato e il prezzo delle mele aumenta sensibilmente, allora è prevedibile che il consumo di mele diminuisca; se invece il prezzo diminuisce, è prevedibile che il consumo delle mele aumenti. Nel caso di questo tipo di merce la semplificazione fatta dagli economisti classici è tendenzialmente corretta e viene rappresentata graficamente da una curva discendente che indica una proporzionalità inversa fra prezzo e consumi:



2) Il comportamento dei consumatori cambia, almeno in parte, se invece di mele, da consumare nella propria cucina al riparo da occhi indiscreti, si tratta di un abito, un foulard, un’automobile, il divano su cui far sedere gli ospiti, il telefonino ecc. In tutti questi casi sappiamo che i nostri acquisti verranno giudicati da amici, conoscenti e persone che possiamo incontrare anche in modo occasionale, e questo giudizio potrà determinare la ‘considerazione’ in cui saremo tenuti in conto da tutti questi soggetti: ne va della nostra ‘onorabilità’ diceva Veblen. Si tratta di beni infatti che, oltre a essere ‘consumati’, vengono ‘esibiti’ al fine di dimostrare una qualche forma di uguaglianza o di superiorità rispetto agli altri.
Il consumo di questi beni non sempre aumenta al diminuire del prezzo e non sempre diminuisce all’aumentare del prezzo.

Un giorno una giovane badante straniera arrivò in casa con una busta contenente due magliette e un paio di pantaloni e si vantò dell’acquisto dicendo che aveva comprato tutto a soli 15 euro in un mercatino. Quegli indumenti le stavano addosso in modo gradevole e, nonostante il prezzo pagato, potè usarli per un tempo abbastanza lungo: è l’esempio di un consumo intelligente, indipendente dai giudizi altrui.
Purtroppo si tratta però di una eccezione. Le signore e i signori bene inseriti nella società sono in genere molto meno razionali, perché per i beni usati in circostanze ‘pubbliche’ fanno corrispondere la qualità al prezzo, e non il contrario: secondo loro, più spendi più quel bene ‘vale’.

Mi diceva il mio meccanico di fiducia di aver osservato che molti giovani giungevano in officina con automobili da 30 mila euro e spesso però constatava che il misuratore di benzina era vicino allo zero. Non era più razionale comprare un’auto da 10 mila euro e conservare un po’ di denaro per poter comprare la benzina?
Ho letto da qualche parte che c’è gente che compra abiti costosissimi e poi in cucina ha il frigo vuoto. Un’altra irrazionalità: perché non comprare l’abito al mercatino, come la badante di cui parlavo, e avere nel frigo tutto ciò che può essere utile?
Di esempi del genere se ne potrebbero fare all’infinito, ma tutti rispecchierebbero la stessa logica: per un grande numero di beni, gli acquisti vengono fatti in funzione dell’utilità sociale anziché della capacità di soddisfare un bisogno naturale, e questo dipende dal fatto che alcuni beni valgono solo in base al prestigio conferito a chi ne fa uso in pubblico.

In uno studio del 1950 (Bandwagon, Snob, and Veblen Effects in the Theory of Consumers' Demand), H. Leibenstein rappresentò l’andamento dei consumi dei beni di lusso (“beni Veblen”) con una curva ben diversa da quella vista sopra. Essa si presenta con un andamento discontinuo, perché fra i punti R ed S il consumo, stranamente, diminuisce al diminuire del prezzo.


Facciamo l’esempio del bene di lusso per eccellenza: la Ferrari, l’auto agognata negli Usa come in Europa e forse ora anche in Russia e Cina.
Sulla linea verticale (asse delle ordinate) indichiamo il prezzo e su quella orizzontale (asse delle ascisse) indichiamo il numero di auto richieste in relazione ai vari prezzi.
A un prezzo esorbitante, mettiamo 5 milioni di euro, probabilmente non l’acquisterebbe nessuno (punto Pn). Man mano che il prezzo diminuisce da 5 milioni a 200 mila euro, il numero di acquirenti aumenta da zero a R. Fino a quel punto tutti coloro che sono in grado di comprarla lo fanno per rientrare in una piccola élite, col piacere di appartenere ad essa e di sentirsi socialmente superiore a chi invece rientra in fasce di reddito inferiore alla propria. Se però il prezzo dovesse ulteriormente scendere al di sotto di 200 mila euro, questa élite tenderebbe ad allargarsi a tal punto da non avere più nella Ferrari un segno distintivo prestigioso come prima e abbandonerebbe l’acquisto di questa automobile per comprarne una più costosa; la diminuzione di prezzo dal punto R (200 mila) fino al punto S (50 mila) determinerebbe un calo delle vendite. Arrivati al prezzo di 50 mila euro, ogni ulteriore diminuzione farebbe di nuovo aumentare le vendite: fra i 50 e i 20 mila euro il ceto medio, ben più numeroso, si sostituirebbe negli acquisti all’élite finanziaria e al di sotto dei 20 mila euro al consumo del ceto medio si sommerebbe quello di una parte del ceto medio-basso. (1)

E’ evidente che c’è una netta correlazione fra prezzi di alcuni beni e categorie sociali. Questo non meraviglia più di tanto; ciò che meraviglia è il fatto che man mano che il prezzo scende da 200 mila a 50 mila euro, gli acquirenti diminuiscano anziché aumentare.
Il fenomeno però non fa che dare una dimostrazione empirica di ciò che in linea teorica era stato detto nel 1899 da Thorstein Veblen nella “Teoria della classe agiata” e, prima di lui, nel 1834, da John Rae (“The sociological theory of capital”, Appendice 1: “Sulla natura e gli effetti del lusso”, pagg. 245-276).
Rae identifica l’origine del lusso nella ‘vanità’, intesa come propensione a dimostrarsi superiori agli altri. Veblen, forse traendo spunto da questa analisi, ne allargò il campo, collegando il comportamento economico non a propensioni individuali ma alla strutturazione della società in classi e ceti sociali.

Ciò che si è detto nell’esempio della Ferrari sarebbe ben poca cosa se la ‘curva a S rovesciata, disegnata da Liebenstein, fosse applicabile solo ad oggetti estremamente costosi. Io ho invece l’impressione che, almeno entro certi limiti, tale curva riguardi un notevole numero di beni. Ho quest’impressione anche quando una signora ben vestita compra al supermercato due etti del prosciutto che costa il triplo degli altri: magari in quel momento lì non sono presenti né parenti né amici né conoscenti, però fa chic. Ho quest’impressione quando per strada vedo un giovanotto che si pavoneggia con un’auto superaccessoriata, i finestrini aperti, lo smartphone all’orecchio e uno stereo acceso. Ho quest’impressione quando si deve fare un regalo e si dice che un certo oggetto non lo si può acquistare in un negozio qualunque ma bisogna andare nella tale gioielleria o profumeria di Via Michelangelo: a volte l’involucro vale più del contenuto. Ho quest’impressione quando all’enoteca vedo qualcuno che acquista una bottiglietta da 30 euro: mi piacerebbe versargliene due dita in un bicchiere e fargliene assaggiare poi anche due dita di una bottiglietta da 5 euro, per vedere se è capace, alla stregua di un sommelier, di distinguere il prezzo dei due vini.

Sull’origine dei gusti J. Rae, T. Veblen e G. Simmel hanno detto tanto, ma sono rimaste ‘voci nel deserto’. Il capitalismo continua per la sua strada: per arricchirsi bisogna vendere; per vendere bisogna mantenere la divisione della società in strati superiori e inferiori; per mantenere questa divisione bisogna martellare con la propaganda che ‘si è ciò che si ha’. Alla faccia di Erich Fromm e forse… di Cristo. In croce oggi più di prima.

(1) L’ipotesi di un prezzo di molto più basso di 200 mila euro è puramente teorica, in quanto il produttore non trova convenienza a vendere ad un prezzo inferiore al costo. E’ possibile considerare questa eventualità solo in casi eccezionali e per brevi periodi di tempo, al fine di battere la concorrenza e riposizionarsi subito dopo sul mercato con prezzi remunerativi.

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La curva della domanda e i ‘beni Veblen’ visti dal Prof. Richard G. Lipsey

Per chi sui ‘beni Veblen’ desidera una spiegazione economica meno approssimativa e prosaica di quella finora data, rinvio al già citato lavoro di H. Liebenstein.
e al più recente articolo di A. Heineike e P. Ormerod: “Non-additive market demand functions…” (http://www.paulormerod.com/wp-content/uploads/2012/06/demand-curves.pdf ).
Mi piace inoltre riportare qui di seguito una pagina del testo di Economia sul quale ho studiato da giovane e che, per la sua completezza e chiarezza, da anni custodisco gelosamente negli scaffali e nella memoria.

<< La moderna letteratura cita frequentemente un certo numero di casi in cui la soddisfazione che il consumatore ricava da un bene dipende non solo dal bene ma anche dal prezzo pagato per ottenerlo. Il consumatore può, ad esempio, acquistare diamanti non perché i diamanti di per se stessi lo soddisfino particolarmente ma perché egli vuole mettere in evidenza la propria ricchezza (o per usare le parole di Thorstein Veblen, gli acquisti di diamanti costituiscono consumi di prestigio o di emulazione pecuniaria). In questo caso il consumatore apprezza i diamanti proprio perché cari; di conseguenza una diminuzione nel prezzo degli stessi comporta una diminuzione degli acquisti, perché il consumatore sposta la propria spesa ad altri generi più atti a soddisfare le sue esigenze di ostentazione. In questo e in altri casi simili la curva di domanda avrà un andamento crescente anziché decrescente. 
Fino a quando non si abbia un modo indipendente di prevedere quali curve hanno un andamento crescente e quali decrescente, avremo sempre un alibi per neutralizzare qualsiasi prova contraria alla legge di domanda: qualora infatti osservassimo un caso in cui il prezzo e la quantità variano in funzione diretta non saremmo costretti ad ammettere che ‘la legge è confutata’, potremmo piuttosto dire ‘questa è una eccezione che conferma la regola’. 
Arriviamo così alla medesima conclusione a cui siamo arrivati nei precedenti paragrafi: non c’è una teoria verificabile delle relazioni intercorrenti tra le variazioni della domanda di un bene e quelle del suo prezzo. La nozione di curva di domanda è utile solo nella misura in cui si riesca a conoscere, almeno approssimativamente, la forma delle singole curve (cioè delle curve relative ai singoli beni, ndr); se ci mancasse tale conoscenza empirica, la teoria della domanda non sarebbe altro che una scatola vuota non suscettibile di alcuna applicazione alla realtà. >>

(Richard G. Lipsey, “Introduzione all’economia”, Etas Kompass, Milano, 1965, pagg. 215,216)