giovedì 6 gennaio 2011

Una tipologia della valutazione


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Tanto i fenomeni naturali quanto i fenomeni sociali tendono a manifestarsi secondo la legge statistica proposta da Gauss, la quale dice che in ogni fenomeno quantificabile c’è un valore medio, che risulta sempre avere una più elevata frequenza di eventi. Più ci si allontana da questo valore medio e più la frequenza diventa bassa. Facciamo due esempi.

Altezza degli Italiani di sesso maschile.
Se l’altezza media degli uomini in Italia è di metri 1,74, gli uomini che hanno questa altezza sono tantissimi. Quelli alti m 1,70 o 1,78, ed hanno perciò solo 4 cm in più o in meno rispetto al valore medio, sono molti. Quelli alti m. 1,64 e m. 1,84 e si discostano perciò dalla media di 10 centimetri, incominciano ad essere pochini. Quelli alti m 1,54 e m 1,94, che si discostano dalla media di venti centimetri, sono abbastanza rari. Gauss espresse questa regolarità degli eventi con un grafico a forma di campana.

Ore giornaliere passate davanti alla TV.
Se verifichiamo che la media è di quattro ore, a questo valore la frequenza sarà molto elevata; quelli che guardano la TV per tre o cinque ore giornaliere saranno certamente di meno; quelli che la guardano per una o sette ore saranno pochi; quelli che la guardano per soli trenta minuti o per più di sette ore saranno pochissimi; quelli che non la guardano mai o la guardano 24 ore su 24 saranno dei casi veramente eccezionali.

La “normale” di Gauss nella valutazione scolastica
Se la regola statistica e la curva di Gauss sono strumenti di analisi accettabili, possiamo provare a usarli per costruire una tipologia dei metodi di valutazione usati dagli insegnanti. Secondo questa regola, la preparazione media degli alunni, quella che “per convenzione” corrisponde al voto di 5,5 decimi (1+10/2=5,5), dovrebbe essere la più frequente e, mano mano che ci si allontana da tale valore, la frequenza dovrebbe diminuire. Per la legge dei grandi numeri, infatti, la probabilità “rilevata empiricamente” dovrebbe gradualmente avvicinarsi alla probabilità “teorica”, coincidendo alla fine con essa.

Nel grafico sopra riportato (sull'asse delle ascisse i voti, sull'asse delle ordinate gli alunni) dodici alunni su ventisei si collocano tra la sufficienza e la mediocrità, sette sono insufficienti e sette sono più che sufficienti. La curva sfata uno dei pregiudizi più diffusi fra gli insegnanti, e cioè che il cinque non si dà. Nella valutazione complessiva di fine anno, si può anche decidere di non attribuire questo voto, ma bisogna sapere che così facendo si forza una legge statistica, eliminando la realtà più consistente. Solo per comodità diremo che nessun alunno è mediocre, mentre la “normale” di Gauss al contrario dimostra che proprio la mediocrità è il valore più diffuso…. e non solo tra gli alunni!

La curva di Gauss, in certi casi particolari, potrebbe anche presentarsi per ragioni oggettive in modo diverso rispetto a quella prima disegnata. Potrebbe essere diversa qualora, ad esempio, ci trovassimo di fronte ad una classe troppo disastrata oppure ad una appiattita su valori medi o ad una talmente competitiva da raggiungere valori molto elevati.
Vi sono però insegnanti che, non eccezionalmente in alcuni anni, ma regolarmente tutti gli anni, tendono a fare valutazioni che si discostano sistematicamente, e sempre per un certo verso, dalla legge statistica. In questi casi è evidente che lo scostamento non dipende tanto dalle particolari condizioni di una certa classe, ma da una interpretazione tendenzialmente errata del loro lavoro, un errore che a volte rasenta una patologia di natura culturale o caratteriale dell’insegnante.
Proviamo ad illustrare quattro di questi casi tendenzialmente “patologici” con riferimento ad una ipotetica classe di 26 alunni.
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1) L’insegnante “severo”
Ben 20 alunni su 26 non vanno oltre la mediocrità; 4 hanno la sufficienza; 2 poco più della sufficienza; nessuno eccelle.
E’ l’insegnante che si ritiene severo, ma nel quale gli allievi percepiscono invece un certo grado di crudeltà. Organizza il lavoro prescindendo dalle capacità recettive degli alunni e pretende da questi un rendimento eccessivo rispetto a ciò che le capacità medie e lo stile di vita moderno rendono possibile. L’insegnante di questo tipo spesso arriva a un ragionamento paradossale: “Se nessuno mi segue è perché io sono troppo bravo!”

2) L’insegnante “buonista”
Sempre su 26 alunni, quattro si “salvano” con una mediocrità e due hanno una insufficienza, in 20 hanno invece voti buoni o ottimi.
E’ l’insegnante che si ritiene generoso e che gli alunni invece considerano “ingenuo”. Ma è mai possibile che tutti siano così bravi ? Tutti un incrocio fra Archimede e Pico della Mirandola! L’insegnante in questi casi è sempre comprensivo per motivazioni ideali, sociali, familiari o… psicologici. Alla base spesso, purtroppo, ci sono motivazioni deprecabili: la “pigrizia” (discriminare significa non far copiare ai compiti, impiegando poi molto tempo per correggerli, e passare lunghe ore in stressanti verifiche orali) e la “paura” di valutare.

3) L’insegnante “livellatore”
Ventidue alunni su 26 si piazzano fra la mediocrità e la sufficienza.
E’ l’insegnante i cui voti si concentrano sul cinque e sul sei, con uno scarto quadratico medio molto basso*. L’insegnante si azzarda a dare il quattro solo a uno o due alunni e il sette solo a uno o due alunni. Tutta la classe si colloca in pratica sul livello della mediocrità e la differenza fra chi non studia mai e chi studia sempre si trasforma in genere in un punto, un punto e mezzo di scarto. Questo insegnante è come un pianista che suona solo pochi tasti centrali: non riesce a tirar fuori tutte le armonie che lo strumento consentirebbe. Se in origine la classe non era appiattita, ci penserà lui a farcela diventare: gli alunni, prima motivati allo studio, vedendo che la differenza di valutazione non rispecchia il diverso impegno e non potendo far aumentare il proprio voto, diminuiranno le ore di studio, con gravi danni sul piano del profitto.

4) L’insegnante “decisionista”
Tredici alunni su ventisei sono insufficienti e tredici sufficienti, buoni o ottimi.
Questo insegnante si pone all’opposto di quello numero tre. Capovolge il reale e, contrariamente alla norma statistica, dice che le mediocrità non esistono: esistono solo le sufficienze e le insufficienze. A volte può essere una forma culturale di manicheismo; più spesso l’eliminazione del cinque è un modo per sottrarsi a un meccanismo burocratico perverso. In sede di scrutini finali infatti il Consiglio di classe non può facilmente trasformare un sei in quattro o un quattro in sei, ma può benissimo trasformare un cinque in sei e un altro cinque in quattro. In questi casi due alunni simili verrebbero a trovarsi, in quella stessa materia, con voti finali molto diversi.

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Dopo avere illustrato i quattro casi tipici di impostazioni valutative anomale o che tendono a scivolare verso una patologia della valutazione ben visibile anche attraverso i grafici, accenniamo ad un quinto caso, anch’esso anomalo, ma particolare perché si verifica pur presentandosi con una rappresentazione grafica canonica.
E’ il caso delle frequenti discrepanze fra la valutazione di un docente e quelle degli altri docenti della stessa classe. All’alunno Tizio tutti danno un voto di sufficienza, ma il prof. Rossi dà l’insufficienza; all’alunno Caio tutti danno l’ insufficienza, ma il prof. Rossi dà la sufficienza.
Nella valutazione scolastica, è vero, non vale la regola della democrazia per la quale la maggioranza ha ragione in quanto tale. Può anche succedere che nove insegnanti si sbaglino ed uno abbia ragione. Se però questa discrepanza di valutazione è sistematica, deve sorgere il dubbio che il prof. Rossi non solo non sappia valutare gli alunni, ma che sia anche sfortunato, perché non riesce nemmeno ad azzeccarci secondo le leggi della probabilità. Alcuni docenti di questo tipo, insicuri dei voti che danno, cercano di ovviare a questo inconveniente, dando una furtiva occhiata ai voti finali dei colleghi.
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Poiché anche coloro che svolgono un lavoro diverso da quello dell’insegnante sono portati quotidianamente a giudicare parenti, amici, colleghi e conoscenti, la tipologia degli insegnanti sopra esposta può, in qualche modo, valere anche per essi. Possiamo quindi identificare quatto categorie di “persone”: 1) il cattivone, che giudica sempre tutti dall’alto in basso; 2) il buonista, che comprende tutto e tutti, comprese le ruberie e altri comportamenti immorali; 3) l’indifferente, che bada unicamente al proprio io in quanto per lui in fondo gli uomini sono tutti uguali; 4) il manicheo, adoratore di alcune persone e implacabile fustigatore verso altre.
Un maggiore equilibrio emotivo e una maggiore ponderazione nei ragionamenti permetterebbe di conoscere meglio la realtà e di meglio gestire i rapporti sociali.

* Lo scarto quadratico medio è un valore statistico che indica la distanza fra gli elementi rilevati empiricamente e il valore medio che essi esprimono.
Primo esempio: I voti finali degli alunni A,B,C sono rispettivamente 3,5,7; la media dei voti sarà (3+5+7)/3= 5 e lo scarto quadratico medio sarà elevato perché i valori degli alunni A e C sono piuttosto distanti dalla media.
Secondo esempio: I voti finali degli alunni D,E,F sono rispettivamente 5,5,5; la media dei voti sarà 5 come nel caso precedente, infatti (5+5+5)/3=5, ma lo scarto quadratico medio sarà nullo perché gli elementi considerati non si discostano minimamente dalla media.


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L'articolo fa parte del saggio "Il disagio degli insegnanti" pubblicato nel 2001 su
http://www.unicobas.it/disagio.htm  e da un anno in PDF
su https://www.scribd.com/doc/105408342/Il-Disagio-Degli-Insegnanti

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venerdì 31 dicembre 2010

Appunti di vita scolastica. Il sermone della... palude

Nella sezione Antologia del sito Itineraricataldolesi ho inserito alcune pagine letterarie che prediligevo e fra esse ho incluso “Chiudiamo le scuole”, un articolo scritto da Giovanni Papini nel lontano 1914. Una scelta fatta non perché prendevo alla lettera l’invito del nostro originale scrittore, ma perché in quell’articolo si denunciava un certo tipo di organizzazione scolastica: una specie di prigione destinata agli anni migliori dei giovani, protèsi invece per natura in tutt’altra direzione, la libertà.

Forse in altre scuole è andata diversamente, ma in quella in cui io ho lavorato è andata sempre in un certo modo. Nella riunione del primo settembre l’argomento principe, roba da non crederci, concerneva inevitabilmente il problema della “pipì”. Quella degli alunni, naturalmente. A furia di sentire anno dopo anno il solito discorsetto, avevo ovviamente finito per mandarlo a memoria e, già nell’atrio, ogni volta, prima della seduta del collegio, ormai prevedevo con tutta sicurezza di cosa si sarebbe parlato in almeno due delle tre ore, in cui colleghe compunte e colleghi sussiegosi avrebbero ascoltato il sermone della... palude.
Ogni anno tutti i presidi alternatisi nella scuola si ponevano seriosamente il quesito di quante volte in un giorno l'alunno avesse il diritto di frequentare la toilette. E analizzavano poi le varie sfaccettature del problema: la sagacia con cui noi insegnanti avremmo dovuto intuire se la richiesta era ben motivata; il rischio che i giovani si chiudessero nella stanzetta e, di fronte al water, invece di soddisfare i naturali bisogni, fumassero una sigaretta; la incontestabile necessità di impedire ciò, privando la porta di un qualunque sistema di chiusura. Bando alle inibizioni, per gli alunni e le alunne!
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L’argomento “pipì”, a dire il vero, non era l’unico in quelle riunioni. A un certo punto si cominciava a discutere anche di pizzette e panini. Negli scalmanati anni Settanta, verso le undici del mattino, alla scampanellata della ricreazione, i nostri giovanotti si precipitavano giù nel cortile. Dietro le “sbarre” c’era qualcuno che, con inventiva quasi napoletana (la Calabria Citeriore è sempre stata culturalmente un’appendice della capitale partenopea), aveva trovato il modo di sbarcare il lunario: confezionava due ceste di panini e pizzette, che distribuiva a modico prezzo ai giovani affamati. E quei giovani crescevano bene, allora. Li incontro ormai con i loro primi capelli bianchi, mi parlano delle loro attività lavorative e ricordano con nostalgia le lezioni e i momenti di “libertà”, concessi o rubacchiati.
Negli anni Ottanta, ahimè, venne però un dubbio: e se in quelle ceste c’era anche qualche spinello? Era quello il dubbio ufficiale, quello latente sorgeva invece dal problema di autorizzare alla vendita uno fra i tanti raccomandati, senza inimicarsi gli autori di altre segnalazioni. Comunque sia, da allora niente più pizzette e panini.
Per tanti anni a venire, il primo settembre, c’era sempre qualcuno che timidamente sosteneva il diritto, negato, dei ragazzi allo spuntino. E puntualmente il capo di turno, che durante la mattina, seduto sulla sua poltrona imbottita, consumava sei caffè e due cornetti, diceva: “Questo ormai non si discute più. Tutti sappiamo quanti pericoli ci sono!”. E nei suoi occhi ammiccanti traspariva la parola “droga”.
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Volevo chiudere il 2010 - anno disastroso in Italia per l’economia e le turbolenze sociali - con un articoletto che bilanciasse gli altri che lo precedono, un post leggero e divertente. E invece m’accorgo di essere cascato nel tragicomico. Come definirlo altrimenti? Come definire una discussione che si ripete per lunghi decenni con la regolarità di una funzione religiosa e i cui esiti sono scontati in partenza? Come definirla, se il suo oggetto è una cosa tanto misteriosa come la determinazione del numero di minzioni a cui ha diritto un giovane in una mattina?
Si dirà che porre un limite è anche un fatto educativo. Non dicono forse gli psicologi che una delle fasi più importanti, nell’evoluzione di un bimbo di un anno, è segnata dalla capacità del trattenere? Ma è altrettanto logico - mi chiedo - che una signorina di sedici anni debba sapersi “contenere” per la quarta e quinta ora di lezione, mentre insegue teoremi e versi, solo perché è già uscita dalla classe nella seconda ora? I signori presidi, e con loro i colleghi di maggiore acume, a questo sapevano dare una risposta sicura.
Io purtroppo, dopo tanti anni, rimango ancora con mortificanti incertezze, e per questo lascio in bella evidenza la provocazione di Papini. Mi sembra che ci stia molto bene, in mezzo a due seriosi passi di Platone e qualche allegro raccontino, nella mia piccola antologia. Perché, se è vero che la scuola non va chiusa, è anche vero che essa non deve, per eccesso di prudenza, essere recintata come un istituto di detenzione, e tantomeno che gli alunni debbano sentirsi trattati come “detenuti”.
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martedì 7 dicembre 2010

Fascio e Biscione

Chi ha già visitato il mio blog avrà notato che non vado quasi mai sulla notizia, ripresa magari dalle grandi testate giornalistiche. Da ragazzo, nei primi anni ’60, periodicamente compravo “Rinascita”, dove non trovavo trafiletti o cronache ma riflessioni articolate: forse questa ne è la ragione.
Quello attuale è però un momento particolare, forse un punto di snodo della storia italiana del dopoguerra, e sento di dover intervenire. Probabilmente, dopo Casini anche Fini voterà contro il berlusconismo, inteso come movimento politico che inizia e finisce con un leader, per ritornare nell’alveo di una politica corretta, nella sostanza oltre che nei modi.
Se il 14 dicembre il governo sarà sfiduciato, si avvieranno le consultazione per l’affidamento di un nuovo incarico. Naturalmente, per i reciproci veti incrociati, né Fini né Casini potranno guidare un nuovo esecutivo e bisognerà trovare un tecnico equidistante fra tutte le parti che lo sosterranno. Prima che ciò accada, bisognerà però convergere su un sistema elettorale con cui andare a nuove elezioni perché, se su questo non ci sarà un’intesa, le elezioni di primavera si faranno ancora con il premio di maggioranza e PDL e Lega potranno vincere nuovamente; questa volta con qualcosa di simile a un “patto di acciaio”, pericoloso quanto quello del 1939.

Se il PD si aggrappasse ad un sistema maggioritario, all’inglese o alla francese, l’accordo sarebbe quasi impossibile, perché i centristi - e tale anche Fini dev’essere a questo punto considerato - non troverebbero lo spazio politico in cui collocarsi autonomamente. Non resta dunque che la strada di un proporzionale alla tedesca, con sbarramento per quei piccoli partiti personali che spesso condizionano ogni possibile governo sulla base delle poltrone ottenibili.
Col proporzionale, in base al trend degli attuali sondaggi, dovremmo avere un PDL al 27%, un PD al 24%, la Lega al 12%, Fini, Casini, Di Pietro e Vendola intorno al 7%, e poi alcuni partiti più piccoli, destinati a trovare un’intesa con i sette partiti maggiori, per non restare senza rappresentanza. Per governare, tanto la destra quanto la sinistra dovrebbero avere l’appoggio dei centristi, e con ciò si ritornerebbe alla vituperata Prima Repubblica. La quale però garantiva la democrazia, la libertà di stampa, un certo equilibrio nel controllo dei media e, non ultima, la rappresentanza politica ad una sinistra vera, che ancora oggi potrebbe contare, sommando Vendola e la Federazione della sinistra, su circa il 10% dei seggi.

E’ poi così deleterio che, con i centristi a fare da ago della bilancia, si ritorni alla politica delle negoziazioni?
Io francamente ho maggiore timore di un padrone decisionista, che non ha bisogno dialogare con nessuno. Ho timore tanto degli sbilanciamenti, già concretamente sperimentati con Berlusconi e Bossi, quanto dei possibili sbilanciamenti dell’eminenza grigia del PD, Massimo D’Alema.
E’ l’arroganza da lui dimostrata nel ’99 a farmelo temere, è la sua tendenza ad essere più realista del re, più berlusconiano di Berlusconi: fu lui a mandare nel Kossovo gli aerei da guerra, e sempre lui a trattare gli insegnanti come straccetti, lui che più della Gelmini ha un curriculum universitario molto discutibile.
Da un lato il condizionamento dei centristi mitigherebbe le intemperanze caratteriali di Berlusconi e i torbidi scivoloni di D’Alema, dall’altro la presenza di una sinistra al 10% impedirebbe al PD di spostare completamente il suo asse politico dall’originario egualitarismo a uno sconsiderato liberismo.

Tutto questo dovrà pur accadere, se non si vuole mantenere in vita il premio di maggioranza, il meccanismo che permise a Mussolini di governare dal ‘23 al ’43, di cui cercò di avvantaggiarsi la DC nel 1953 per espropriare i comunisti dei loro voti e ripreso da Berlusconi nel 2005 per dare libero sfogo alla sua voglia di comando, alla sua necessità di controllo dell’economia e della magistratura, alla sua… licenziosità. *
La politica è anche mediazione, e bisogna lasciare che, col proporzionale, una parte dell’elettorato moderato vada a Casini e Fini, se non si vuole che esso resti tutto in mano al PDL. E bisogna lasciare che una parte dell’elettorato di sinistra vada a Vendola, se non si vuole che esso resti prigioniero di D’Alema e della Bindi. Perciò si impone il ritorno a un proporzionale che garantisca la rappresentanza a tutti, un maggiore ricambio al vertice, una penalizzazione del leaderismo e una maggiore aderenza ai principi della Carta Costituzionale.

* Quella del premio di maggioranza non è l’unica legge fascista ad essere stata sapientemente rispolverata dal nostro “duce mediatico”. L’ha fatto anche con una legge che proteggeva dal fisco i grandi capitali nel momento della loro trasmissione agli eredi, e lo ha fatto con lo stesso tempismo del Duce.
Mussolini si insediò a Palazzo Chigi a ottobre del ’22 e abolì ogni tassa sulle successioni e donazioni ai familiari a luglio del ’23; Berlusconi vi si insediò a maggio del 2001 e abolì la tassa a ottobre dello stesso anno. Ma la legge era già stata presentata nel mese giugno, tanto essa era importante, per lui e per le forze economiche che egli rappresenta.
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mercoledì 24 novembre 2010

Berlinguer-Gelmini. Il filo nero

Non volevo più parlare di scuola: ad essa avevo dedicato praticamente tutta la vita, dai 3 ai 22 anni dietro i banchi e dai 22 ai 57 dietro la cattedra. Adesso, passati altri cinque anni, gli statistici dicono che me ne resterebbero ancora diciotto, ma io non ne sono più tanto sicuro, perché già molti coetanei sono andati via, di là.
Dal '99 al 2005, prima di andare in pensione, avevo combattuto come l’ultimo giapponese per evitare che questa istituzione toccasse il livello più basso del progressivo degrado a cui avevo assistito. Ho lasciato traccia di questa battaglia in un breve saggio e in una serie di articoli, tutti reperibili sul sito dell’Unicobas e qualcuno su quello della Gilda degli Insegnanti o di Scribd, ed ero fermamente intenzionato a non ritornare sull’argomento, per la delusione e il disgusto che avevano accompagnato il mio addio a quei gradini della scuola, che negli ultimi anni avevo finito per percepire come “duro calle”.

Ma ora, sia pur per un giorno, ci ritorno, ci devo ritornare, perché siamo all’ultimo atto della sua distruzione. Come un nodo scorsoio, si chiude il cerchio: da Riccardo Misasi (1970-72), lungo una sfilza di ministri democristiani abituati ad assecondare la “primarizzazione” di tutte le scuole (1973-98), si arriva al mortificatore massimo degli insegnanti Luigi Berliguer (1998-2000) e poi alle due donne cui egli lascerà il testimone, prima la Moratti (2001-2006) e poi Mariastella Gelmini (2008-2010).

Ricordo i tempi in cui le direttive di Riccardo Misasi invitavano gli insegnanti a derogare dai loro precisi doveri istituzionali, promuovendo tutti gli alunni a prescindere dal loro impegno. E ricordo poi i tempi più recenti in cui Luigi Berlinguer - cugino di Enrico, incredibile! - iniziò, con una serie di piccoli provvedimenti, premeditati in funzione di un unico disegno, a rompere il comune spirito degli insegnanti, per assoggettarli come servi della gleba ai feudi, assegnati con dubbie procedure concorsuali ai dirigenti scolastici, spesso amici dei dirigenti dei vari partiti e dei vari sindacati.

Se la “riduzione culturale” degli alunni era stata perpetrata da un ministro democristiano condizionato dalla sinistra, all’umiliazione degli insegnanti penserà un ministro diessino, fuorviato da una malintesa idea di meritocrazia. Un’idea mutuata dall’inossidabile Silvio, il quale, prendendo ad esempio la sua stessa vita, sostiene di essere diventato l’uomo più ricco in quanto il più intelligente e più operoso: l’equivalenza è per lui quasi matematica.

Una volta fatto il cambio della guardia al governo nel 2001 da Amato a Berlusconi, e passato il testimone della P.I. da Luigi Berlinguer alla Moratti e poi alla Gelmini, come potevano, queste ultime due contrapporsi al predecessore? Per farlo avrebbero dovuto smentire le loro stesse idee. L’amico Luigi aveva loro consegnato su un vassoio d’argento tutti gli ingredienti per il loro piatto preferito: dare ai titolari di ogni feudo scolastico il potere di determinare il posizionamento economico e sociale degli insegnanti e, con questo, rendere tutti costoro dei sudditi silenziosi e timorosi.

Con questo sistema era chiaro che gli ultimi sarebbero diventati i primi e i primi gli ultimi. Quegli insegnanti, che avevano poco da fare con la loro disciplina o avevano poca voglia di dedicarsi alla didattica sono stati i primi a giurare fedeltà al feudatario. Mentre tutti quelli che troppo si erano inorgogliti per un’interpretazione zelante del loro ruolo, e per tale orgoglio si erano tenuti lontani dal “castello”, se non si auto-emarginavano venivano emarginati.

Perché i provvedimenti attuali della signora Gelmini sono da considerare l’ultimo, conclusivo, atto di distruzione della scuola italiana? In via sperimentale, in alcune scuole essi assegnano ad una Commissione il potere di premiare gli insegnanti “migliori” con un aumento di stipendio di circa il dieci per cento.
Questa commissione è formata dal Preside, - continuo a chiamarlo così anziché col nuovo nome di Dirigente Scolastico, perché i suoi titoli culturali non sono superiori a quelli degli insegnanti e perciò era giusto che, come prima, “presiedesse” gli organi collegiali anziché “dirigere” i suoi pari - da due docenti eletti dai colleghi e dal Presidente del Consiglio di Istituto. La procedura: coloro che ritengono di essere più bravi degli altri (in genere sono i peggiori, perché è il ramoscello senza frutti quello che sempre svetta verso l’alto) redigono un elenco dei propri meriti (diciamo un documento di auto-elogio) e lo presentano a questa commissione, la quale poi valuta anche in base alle proprie conoscenze e ai giudizi espressi dagli alunni e dai genitori.
Vediamo più da vicino la natura di questa Commissione di valutazione e la procedura con cui alunni e genitori daranno il loro contributo nella valutazione degli insegnanti.


La Commissione. Il fatto che di essa facciano parte anche due insegnanti eletti dai colleghi e il Presidente del Consiglio di Istituto, che è un genitore, non danno alcuna garanzia di imparzialità. Chi ha vissuto il passaggio dalla scuola vecchio tipo a quella dell’autonomia (1999), sa che ormai tutte le elezioni sono pilotate dai dirigenti, che esse sono una farsa. Già oggi il dirigente può concedere favori economici mediante il fondo di istituto, l’assegnazione delle classi, la concessione di permessi, la chiusura di un occhio (o due) sulla pigrizia e sulle piccole disattenzioni; spesso ne ricevono in cambio collaborazione per lavori che essi non vogliono o non sono in grado di svolgere e questo cementa più che mai le alleanze che si instaurano; tutto ciò dà loro un potere fortissimo e ormai consolidato. A chiunque si ribelli non è concesso nessun privilegio e nessuna attenuante, anzi può accadere ciò che da anni accade al maestro Fontani di Siena, oggi coraggioso promotore del Comitato Nazionale Antimobbing. Ad una situazione simile ho purtroppo assistito personalmente negli ultimi anni di insegnamento: una collega competente e laboriosa, emarginata da tutti i cortigiani solo per essersi battuta per il rispetto delle regole.
In un tale clima, chiedere, premere, costringere a votare per gli insegnanti a lui graditi, è, per il capo, facile come bere un bicchiere d’acqua.
Fra il ’74 e il 2005 ho potuto inoltre constatare che, nella maggior parte dei casi, i rappresentanti dei genitori sono persone che si candidano con un unico obiettivo: rendere più agevole il corso degli studi ai propri figli. Per fare ciò, appoggiano sempre, moralmente e col voto, l’operato del dirigente, il quale poi ricambierà i favori segnalando il ragazzo agli insegnanti della sua corte.
In conclusione, i soggetti, che decideranno quali insegnanti dovranno essere dichiarati “i migliori” e gratificati con una mensilità in più rispetto agli altri, saranno solo degli yesman pronti all’ubbidienza verso il volere del capo.

La procedura. La commissione deve tener conto del giudizio degli alunni e dei genitori. Ma quali alunni e quali genitori? Tutti o solo una parte? Se si tratta solo di una parte, chi li sceglie?
Se bisognerà sentire il parere di tutti, occorreranno le votazioni, per le quali saranno necessarie le schede elettorali, le urne e la propaganda, se no che votazioni sono? Bisognerà poi anche stabilire quanti voti ogni alunno può esprimere. Se ha dieci insegnanti e il voto è uno solo, automaticamente dovrà bocciare gli altri nove anche se li ritiene bravi; se i voti sono due, ne dovrà bocciare otto; se invece i voti sono nove, ne dovrà bocciare uno solo, e la scelta sarà molto semplice: l’insegnante che lo ha ritenuto insufficiente per tutto l’anno, presumendo, il presuntuoso, che egli non avesse studiato.
E già perché a scuola, ma non solo a scuola, vige la legge del taglione e di conseguenza i prof. che danno a tutti bei voti, saranno a loro volta votati, mentre i prof. che vogliono essere troppo zelanti saranno castigati, e vendetta è fatta.
Ma a chi può sembrare, questa, una giusta selezione secondo i meriti? A me sembra esattamente il contrario!
Ma a valutare saranno anche i genitori, dice la nostra ministra sperimentatrice. E chi può credere che i criteri usati dai genitori siano diversi da quelli dei loro figli?

Insomma un bel pasticcio, Sig.ra Gelmini. Ma, nonostante questo, lei ce la può fare, perché il clima le è favorevole. Ho visitato i siti dei nostri “maggiori” sindacati: tutti contenti per aver ottenuto gli scatti di anzianità prima negati. Tutti contenti del fatto che questi scatti di anzianità saranno pagati con il denaro tolto ai precari e ai supplenti. Che, d’ora in avanti, i lacchè abbiano uno stipendio in più e possano guardare dall’alto in basso, secondo precise gerarchie di (de)merito, gli spiriti indipendenti e ribelli, beh questo passerà in secondo piano. Passerà inosservato.
Anche politicamente la signora avrà la strada spianata: fra una destra liberista e una sinistra liberal, chi le si potrà opporre? Anche il PD, grato e fedele al suo ex ministro, è già andato a ingrossare le file della maggioranza meritocratica, che va quindi da Ignazio Benito Maria La Russa a Pier Luigi Bersani, passando per Pier Ferdinando Casini. Dunque Preside, alunni e genitori diano i voti ai prof. e le graduatorie così compilate, istituto per istituto, vengano esposte in bacheca, in modo che si veda bene chi vale e chi no, chi comanda e chi ubbidisce, chi sale agli onori e chi viene messo alla berlina, chi avrà uno stipendio in più e chi rimarrà al palo.
Ma forse poi, però, gli insegnanti che rimarranno esclusi da questo tipo di premiazione si chiederanno con quale autorità potranno affrontare una scolaresca già difficile da gestire, se si presenteranno anche con il marchio di insegnante di grado inferiore, e vorranno qualcuno che rappresenti le loro angosce e la loro rabbia. La scuola ha le sue tradizioni e sono tradizioni di pari dignità e di rispetto reciproco.
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martedì 16 novembre 2010

Disoccupazione: che fare? Un contributo

Ho già accennato al problema della disoccupazione giovanile nei post “Peter Pan” e “Le responsabilità dei vecchi”, e l’ho fatto però finora prevalentemente nell’ottica delle responsabilità individuali. Tuttavia le dimensioni assunte attualmente dal fenomeno fanno di esso anche un fatto socialmente rilevante, ed è perciò giusto affrontarlo anche sotto l’aspetto della politica economica.

Le difficoltà di inserimento nel mondo del lavoro sono presenti, dove in misura maggiore e dove in misura minore, in tutti i paesi occidentali. La libera circolazione delle merci e dei capitali ha posto a confronto il prezzo del lavoro e delle merci in Europa con quello, più basso, dei paesi emergenti. Ne è conseguito un progressivo spostamento della produzione industriale verso i paesi asiatici, che ha prodotto nella nostra società una riduzione dell’occupazione, sia per alcuni lavoratori anziani (disoccupati) che per tantissimi giovani in cerca di primo impiego (inoccupati).
Nella vecchia Europa, in conseguenza di ciò, si è venuta a creare una profonda spaccatura fra tre categorie:
1) industriali e commercianti che, sfruttando le opportunità offerte dal mercato internazionale, hanno notevolmente incrementato i loro redditi;
2) lavoratori dipendenti attivi che, pur subendo una riduzione del potere di acquisto, mantengono un livello di vita che, almeno per ora, consente di far fronte alle esigenze quotidiane;
3) lavoratori dipendenti licenziati e giovani in cerca di prima occupazione, che vivono oggi ai margini della società e, per un futuro abbastanza prossimo, corrono il rischio di scivolare nelle attività illecite o verso forme di protesta violenta.

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Sull’analisi della situazione c’è grosso modo un certo accordo. Mancano però i rimedi, e comunque quelli finora timidamente proposti non hanno dato risultati apprezzabili, perché confidano in una teoria priva di fondamenti. Si presuppone che, abbandonando i settori produttivi a basso valore aggiunto a favore dei paesi emergenti e puntando su quelli ad elevata tecnologia, i paesi europei possano ritrovare un soddisfacente equilibrio. Questo presupposto è purtroppo errato perché nei paesi emergenti, come già accadde in Europa nel dopoguerra, allo sviluppo economico si accompagna anche una generale crescita culturale e in particolare una crescita delle competenze nei settori tecnologici. Questo fa sì che, finché ci sarà libero scambio, la torta da dividere in Europa avrà sempre le stesse dimensioni o addirittura andrà a rimpicciolirsi.
Ma esistono terapie d’urto, capaci di fronteggiare questa grave crisi del Vecchio Continente?

La prima possibilità è quella di tentare di correggere il corso della storia degli ultimi venti anni, nel senso di mantenere un’area di libero scambio in ambito europeo e reintrodurre però alcuni vincoli negli scambi con i paesi in via di sviluppo. A livello politico questa sembra un’idea perdente, perché ad essa si oppongono le imprese esportatrici e quelle che hanno approfittato della de-localizzazione della produzione per ridurre i costi; si oppongono i consumatori che trovano sul mercato merci a prezzi più convenienti; si oppongono, infine, i partiti e i sindacati di riferimento dei lavoratori, per motivi di solidarietà con i paesi emergenti. Questi ultimi sbagliano, perché i mercati dell’est (Cina, India e Indocina) hanno ormai raggiunto un livello produttivo capace di autoalimentarsi ed hanno un potenziale mercato interno costituito da miliardi di consumatori. In fondo il boom economico europeo degli anni Cinquanta e Sessanta si è realizzato tutto nell’ambito del mercato interno: perché non dovrebbe verificarsi la stessa cosa nei paesi dell’est?

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Se la ricetta delle barriere doganali dovesse continuare a risultare una carta politicamente perdente, allora, volenti o nolenti, per fronteggiare il problema occupazionale, non resta che ricorrere a una redistribuzione del reddito, purtroppo dolorosa per quasi tutte le componenti del sistema produttivo.
La prima categoria che dovrebbe contribuire sarebbe quella degli imprenditori: il fatto che in Italia essi partecipino al gettito fiscale solo in misura del 5% significa che c’è una vastissima evasione.
E’ vero che finora nessuno è riuscito a farla emergere e tutti i governi hanno fatto fiasco. Tuttavia è da rilevare come tutti abbiano agito ignorando una regola fondamentale dell’economia aziendale, e cioè che “il reddito è la doppia risultanza del confronto fra costi e ricavi e del confronto fra capitale iniziale e finale”. Finora l’accertamento è stato fatto solo e sempre col primo criterio, che, attraverso il sistematico occultamento dei ricavi e la manipolazione contabile dei costi, consente alle imprese di comprimere in misura consistente il reddito assoggettabile ad imposta.
Intrecciando però i dati contabili sul reddito delle imprese con le variazioni del “patrimonio familiare” degli imprenditori, non dovrebbe essere troppo difficile rilevare le incongruenze più macroscopiche. Quando in una famiglia si acquistano immobili o titoli per un importo cospicuo, è necessario che si verifichi una di queste condizioni:
- che vi sia il corrispondente beneficio di un’eredità o di una donazione;
- che il reddito annuo dichiarato sia tale da consentire una adeguata capacità di risparmio;
- che ci sia stata l’accensione di un mutuo o comunque l’apertura di una linea di credito.
Se non si verifica nessuna di queste tre condizioni, vuol dire che c’è evasione oppure che l’incremento patrimoniale è frutto di attività illecite.

La seconda categoria che dovrebbe accettare un sacrificio sarebbe quella dei lavoratori che oggi hanno la fortuna (!) di avere un’occupazione. Per essi si dovrebbe, a livello legislativo, imporre una riduzione dell’orario di lavoro e, purtroppo, una corrispondentemente riduzione del salario. Se per 20 milioni di lavoratori attivi l’orario di lavoro si riducesse di un 5%, le imprese, per mantenere invariato il livello produttivo, dovrebbero assumere circa un milioni di giovani.
Naturalmente, se un tale sacrificio fosse imposto tramite provvedimento legislativo ai lavoratori occupati, per un principio di equità un qualche sacrificio dovrebbe essere sopportato anche dai pensionati.

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E’ ovvio che, oltre a tutto ciò, andrebbero curate anche alcune piaghe endemiche, specifiche del sistema italiano: le false pensioni di invalidità, l’assenteismo e i casi di doppio lavoro. 1) Per le pensioni di invalidità occorre una normativa rigorosa sulle procedure di concessione e sulle verifiche da parte del personale medico. Inutile parlare impropriamente di ammortizzatori sociali: i riconoscimenti di invalidità pilotati da rapporti politici o amicali vanno combattuti mediante pene e sanzioni disciplinari con forti capacità di dissuasione. 2) Per l’assenteismo la ricetta è più semplice: il 50% della paga giornaliera dovrebbe essere costituito da un’indennità di presenza; nei giorni di assenza, niente certificato medico e visite fiscali: basta il salario dimezzato. 3) In quanto al doppio lavoro, soprattutto nella Pubblica Amministrazione esso crea problemi organizzativi e di efficienza e, in ogni caso, costituisce la più palese ingiustizia nei confronti dei giovani che, ancora a trent’anni, non ne hanno nessuno. A ciò si aggiungono gli effetti iniqui di una pratica diffusa nell’amministrazione pubblica (enti locali, magistratura, aziende sanitarie ecc.): quella di affidare lavori esterni (perizie, difesa d’ufficio, consulenze, revisione dei bilanci, opere pubbliche ecc.) ai vecchi professionisti che già vantano una buona fetta del mercato privato, anziché a quelli giovani, i quali vedono così occuparsi tutti gli spazi di lavoro.
Un’altra grossa anomalia è costituita dai posti creati ad hoc in epoca democristiana: ho visto uffici pubblici in cui erano sufficienti cinque dipendenti, a cui se ne aggiungevano però altri cinque pagati per non fare nulla. E’ zavorra economica ereditata dai tempi delle vacche grasse, ma è difficile porvi rimedio mettendo sulla strada i cinque in esubero, soprattutto se devono mantenere una famiglia. Quella degli impiegati “pagati per reggere i muri” è comunque una razza in via di estinzione, della quale non resta che incaricare il tempo.

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In sintesi. Gli introiti per la lotta all’evasione, basata sull’analisi degli incrementi patrimoniali, ed i risparmi per la lotta alle false invalidità e all’assenteismo potrebbero mettere lo Stato in condizione di finanziare la ricerca e di ridisegnare completamente la mappa delle infrastrutture nazionali, le cui carenze sono, in alcune zone, la principale causa dell’insufficiente sviluppo economico. La riduzione dell’orario settimanale di lavoro, il divieto di doppio lavoro e un più frequente affidamento di incarichi professionali ai giovani s’incaricherebbero d’altra parte, come già detto, di immettere nel sistema produttivo una ormai gigantesca ed esplosiva massa di inoccupati, parcheggiati troppo a lungo nelle famiglie e cinicamente privati di proiezioni temporali.
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giovedì 21 ottobre 2010

Film da rivedere: Le mani sulla città, 1963

Napoli, 1963. Eduardo Nottola, spregiudicato costruttore edile e consigliere comunale della sua città, costringe il sindaco e gli assessori del suo partito a modificare il piano regolatore in modo tale che il terreno agricolo, da poco acquistato a prezzi bassissimi, cambi destinazione in terreno edificabile. Il comune, col denaro concesso dal governo centrale, costruirà le strade e porterà luce, acqua, fogne e gas dove lui poi costruirà moderni palazzi. Cosa offre in cambio ai suoi amici? Voti e denaro.
E’ uno schema molto semplice che ancora oggi funziona, proprio così come funzionava negli anni del boom edilizio del dopoguerra. Una delle tante forme di collusione fra potere economico e potere politico, forse la più redditizia.
Naturalmente, se dagli affari loschi c’è qualcuno che ne trae vantaggio, ci sarà anche qualcuno che ne verrà danneggiato. Nel caso specifico, gli altri proprietari di terreni, forse più idonei ma sui quali non si potrà più costruire, ed i cittadini in generale, come conseguenza di scelte urbanistiche che spesso violentano il territorio ed il tessuto urbano, consegnato dalla storia alla città, e che peggiorano la qualità della vita dei suoi abitanti.

Il fatto che, nei cinquanta anni che seguono l’uscita del film di Francesco Rosi, tutte le città italiane di medie e grandi dimensioni abbiano visto sorgere e crescere, oltre il perimetro del centro storico, tanti quartieri in cui è prevalso il criterio economico, ma antiestetico ed antifunzionale, della verticalizzazione degli edifici, dimostra che poche sono le possibilità di opporre resistenza alla speculazione edilizia.
In Le mani sulla città si vede un consigliere dell’opposizione fronteggiare coraggiosamente il gruppo di potere facente capo all’imprenditore, ma dal 1975 in Italia, nelle amministrazioni locali, si sono alternati governi tanto di destra quanto di sinistra, e ciò nonostante la tendenza a sfruttare il suolo con grandi “formicai” non è cambiata.
Pochi sono gli uomini la cui onestà non abbia un prezzo: c’è chi si vende per mille euro, chi per diecimila, chi per centomila e chi cede solo a cifre maggiori – dipende dalle condizioni materiali e culturali - ma la maggior parte di essi, non nascondiamocelo, sono sempre potenzialmente in vendita. Perché il denaro è un passepartout per il potere, per il benessere, per il prestigio sociale e persino per la vita amorosa, altrimenti non si spiegherebbe come sciami di belle ventenni si concedano tanto facilmente ad alcuni magnati che potrebbero tranquillamente essere loro nonni.

Fatta questa amara considerazione, e non senza precisare che esistono anche uomini che per i loro ideali e la loro lealtà hanno dato anche la vita, dobbiamo allora convenire che la lotta contro i palazzinari è persa in partenza?
I costruttori disonesti, i politici corrotti, i molti urbanisti e faccendieri subalterni agli uni e gli altri sono centinaia di migliaia, mentre i cittadini sono milioni. Con una buona informazione capillare, oggi aiutata dalla rete internet, è possibile scoprire i tanti altarini prima protetti dalla connivenza di tv e giornali. La giustizia e le carceri esistono ancora, si tratta solo di riuscire a mandarci i nuovi re del mattone e i loro vassalli. Insieme a mafiosi, grandi evasori, trafficanti di droga e sesso.

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Nel ’63 già da tempo si imponeva la pellicola a colori, ma i grandi registi (Fellini, Antonioni, Visconti) rimasero ancora per un po’ affezionati al bianco e nero, che sarebbe più giusto chiamare, come oggi si fa nei programmi informatici, “scala di grigi”. E’ in questi chiari e scuri, privi di colore, che prende forma la straordinaria interpretazione di Rod Steiger, che dà alla cattiveria e all’egoismo un viso teso e cinico. Due anni dopo, in L’uomo del banco dei pegni, con altrettanta efficacia lo stesso attore darà invece il proprio volto alla sofferenza di un ebreo scampato ai lager nazisti, che, rimpiangendo il proprio passato, non riesce più ad aver cura della sua vita interiore.

Il film, oggi suggerito, dura un’ora e tre quarti e non bisogna scoraggiarsi per i pochi minuti dedicati ai titoli di testa e ad una convulsa seduta del Consiglio comunale: a chi supera queste due prove offrirà un quadro molto fedele di quanto accadeva nell’edilizia mezzo secolo fa, che non è poi molto diverso da quello che accade oggi.
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venerdì 15 ottobre 2010

Librisulcomodino


Fino a una certa età si studia poggiando il libro sulla scrivania, magari con il foglietto degli appunti a fianco. Dopo i vent’anni le giornate vengono assorbite dal lavoro e dalle faccende familiari e, dopo i sessanta, la schiena non regge a lungo nell’incurvarsi e le letterine stampate ballano davanti agli occhi. E’ quello il momento in cui o leggi comodamente in poltrona o metti il libro sul comodino: lo prendi in mano il pomeriggio, prima della pennichella, o la sera, prima della tirata notturna.
Tengo sul comodino dei libri fissi e dei libri che si passano il testimone. Uno dei libri fissi è la Bibbia: la prima copia la comprai a quattordici anni, proprio quando decisi stupidamente di “fare” l’ateo: strana coincidenza. Non la leggo tutte le sere, non la leggo sistematicamente, non ne leggo tutte le parti; ho un tipo di lettura “mordi e fuggi”; rifuggo dai Libri Storici, mentre sono affascinato da quelli Sapienziali e dal Vangelo; torno di frequente sulle poche pagine della Lettera di Giacomo. Mi arrampico su qualche ramo del libro divino, quando resto sconfortato dall’agire umano, nel quale includo i libri umani.
Lo so che non l’ha dettato Dio, come dicono, ma ha un suo fascino. Non tutto è chiaro, ma fa parte del gioco. Solo rimprovero ai tanti cultori che si sono affannati a tradurre: perché appigliarsi a una incomprensibile traduzione letterale? Mettete il punto dove è necessario e nelle costruzioni sintattiche abbiate pietà per il lettore. Vorrei conoscere il tedesco per vedere se Lutero è stato un po’ più lungimirante, ma… ormai è tardi per imparare. Comunque, va bene anche così.

Fra i libri che si passano il testimone, ce n’è uno che “corre” spesso: i tre romanzi di Kafka in unico volume. La frequenza con cui riposa sul comodino forse è dovuta allo stesso motivo della lunga permanenza della Bibbia: è oscuro, entro certi limiti puoi vederci quello che vuoi. C’è però, col primo in classifica, una differenza importante: le parole giuste in ogni frase, le virgole che spezzano nel modo giusto anche i periodi più contorti. Non vorrei essere blasfemo, lo dico un po’ scherzosamente: almeno per la forma, nella trilogia Il processo-Il castello-America, Dio sembra essere intervenuto con maggiore attenzione.
Naturalmente, più è oscuro il racconto, maggiori sono le possibilità di interpretazioni. Su Kafka ho letto la monografia di uno dei più illustri critici, Pietro Citati, ma, nonostante le numerose e qualificate fonti a cui scrupolosamente egli attinge per il suo saggio, non ne condivido l’interpretazione religiosa o mistica dello scrittore praghese; sarà per alcuni aspetti del lavoro che ho svolto fra i venti e i sessanta anni, ma vedo in Kafka soprattutto la denuncia più suggestiva degli infernali meccanismi della burocrazia. Forse in ciò sono stato condizionato anche dalla lettura della tesi di un mio caro e stimatissimo amico, dalla quale ho ricavato la stessa chiave di lettura.
Dopo aver letto i romanzi e i racconti vorrei dare un'occhiata ai suoi Diari, ma l’unica edizione per me disponibile via internet viene a costare quasi 60 euro e non so se il gioco vale la candela: ho letto che sono un po’ noiosi, e poi… tengo famiglia!

Dei libri che sostano una volta e poi restano dormienti negli scaffali, dirò in seguito, di volta in volta. Adesso, smentendomi in parte su quanto detto all’inizio, confesso che alcune pagine le leggo anche sul computer. A parte alcuni autori, sconosciuti al pubblico ma meritevoli di essere pubblicati su carta più di tante firme famose, trovo su internet anche delle belle librerie elettroniche. Ultimamente mi sono imbattuto nel sito http://www.archive.org/ ; è in lingua inglese, ma ci sono anche testi in italiano, che hanno formato e colori veramente gradevoli. Naturalmente se ne può leggere solo qualche paginetta ogni tanto, però, per me che abito in un centro dove non c’è grande scelta, questo è il modo più rapido di trovare a volte ciò che cerco. Per esempio, di Giovanni Papini - autore messo in secondo piano per certe tendenze ideologiche, che neppure io condivido, ma che scriveva bene e col cuore - ho trovato diverse opere difficilmente reperibili, oltre una decina. Uno degli ultimi libri in sosta per qualche giorno sul comodino è stato il suo Sant’Agostino: chi meglio di un convertito poteva scrivere di una conversione?
Al prossimo libro “di passaggio”.
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