venerdì 30 giugno 2017

Diego Fusaro: Bentornato Marx! Arrivederci Marx!

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Ho letto per la prima volta il nome di Diego Fusaro nel 2010, quando nelle mie ricerche sul web mi sono imbattuto nel suo sito ‘Filosofico.net’. Un sito certamente ricco e ben fatto, ma non fu questo il motivo della mia ammirazione. Mi stupii del fatto che tale ricchezza e buona fattura fossero il frutto di un ventisettenne.
Due anni dopo cominciai a trovare i suoi primi articoli e le prime ‘conversazioni’ su youtube, in cui dalla filosofia pura si lanciava in promettenti incursioni nella politica. Fu per questo che, non appena vidi sul suo sito la pubblicità del libro “Bentornato Marx”, corsi in libreria e lo comprai. Cosa c’era di meglio per un vecchio comunista, in un periodo in cui il marxismo era dato per morto?
Iniziai a leggere voracemente, ma ben presto capii che quello non era un libro destinato a resuscitare Marx fra gli intellettuali di provincia, ma prevalentemente fra i cattedratici, forse per il consolidamento o il miglioramento della propria carriera. Su 327 pagine ne lessi a fatica poco più di metà e poi… lo accomodai nello scaffale dei filosofi, dove riposa da ormai cinque anni.
Non faccio lo schizzinoso, no. E’ lo stesso trattamento che riservai alla mia tesi di laurea. Mentre la elaboravo nel 1970, a ventidue anni, mi sembrava ben fatta, ma a rileggerla dopo una decina di anni sentivo puzza di… linguaggio accademico. Vi erano quelle tipiche contorsioni verbali fatte di una serie di ‘tuttavia, nonostante che, nella misura in cui’ ecc. che nessuno - tranne gli accademici di professione, spesso mercenari della cultura - avrebbe mai digerito.
‘Fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te’. Dunque nessuna discriminazione: fatte le dovute differenze di peso e qualità… negli scaffali il mio modesto lavoro, e negli scaffali il “Bentornato Marx”. Anche perché, a quel saluto, mi sa che Marx non si è neppure sognato di rispondere. Mi auguro certamente che sia tornato o che torni, ma non credo che lo farà per via dell’invito di Fusaro.

Dopo quella lettura mi imbattei nel secondo libro di Fusaro: “Minima mercatalia”. Prima ascoltai un video di quarantacinque minuti, in cui l’autore, in compagnia del suo maestro Costanzo Preve, ne illustra le tesi di fondo, e poi cercai il libro.
Il discorso centrale era pienamente condivisibile. Il capitalismo attraversa tre fasi: nella prima elabora una teoria filosofica che lo ‘naturalizzi’ (fase astratta), poi viene lo scontro con la ‘coscienza’ del proletariato (fase dialettica) e infine abbatte qualunque utopia che possa contrastarlo anche sul piano teorico (fase speculativa). Io ho qui semplificato in modo indecente ciò che Fusaro approfondisce molto dal punto di vista filosofico, pur pagando lo scotto di ripetersi troppo.
Cosa vai a dire a chi, nel 2012, sostiene che ormai la filosofia capitalistica ha stravinto e non ha più avversari né interlocutori? Si potrebbe dire che, in fondo, la denuncia di Marcuse sulla uni-dimensionalità dell’uomo, e quindi del suo pensare, in qualche modo anticipava di mezzo secolo le tesi di Fusaro. Si potrebbe dire che forse era il caso di citarlo, evidenziando le differenze. Si potrebbe anche dire che, filosofia a parte, col crollo dell’Urss e la globalizzazione dell’economia, non c’era più un politico, e pur anche uomo della strada, che non si fosse accorto che ormai il capitalismo aveva, non vinto, ma trionfato sul sistema sovietico oltrecortina e sulla lotta di classe in Occidente. Ma a che pro? Se il rinnovato vigore ed entusiasmo di Fusaro potevano essere di una qualche utilità nel riaprire discorsi che sembravano definitivamente chiusi, Benvenuto Fusaro!

Il problema è che, nel fare la sua dotta analisi filosofica, il prof. Fusaro comincia a maneggiare incautamente le fasi storiche. Ad esempio – e questo gliel’ho rimproverato apertamente sul mio blog nel 2012 – fissa il trapasso dalla fase dialettica a quella speculativa in un punto preciso, che a mio vedere ha invece scarso rilievo: i movimenti studenteschi del ’68. A proposito dei sessantottini egli dice che volevano tutto senza dare nulla, e che hanno intaccato i valori borghesi, i quali ponevano invece un limite ideale alla concezione capitalistica dell’espansione illimitata della produzione e dei consumi.
Già un po’ strano che un evocatore di Marx diventi un difensore dei valori borghesi. Ci può stare, non ci può stare? Consegno il giudizio a qualcuno più dotto di me. Su questo rinvio la discussione, anche perché su questi temi oggi Fusaro calca ancor più la mano e, come un’auto in corsa, sta passando pericolosamente dalla corsia di sinistra a quella di destra, senza mettere la freccia.
Fermiamoci invece su quello che per lui è il momento preciso in cui l’impianto teorico del capitalismo, prima economico e poi finanziario, fa strame delle utopie e delle classi proletarie.
Per me – questo io lo scrissi e lui lo lesse nel 2012 (lo so per via di uno scambio di messaggi su fb, anche se poi, probabilmente piccato, dopo la lettura non si degnò di risposta alcuna) – il capitalismo non vinse il 1968 ma un decennio dopo.

Fra il ’68 e il ’78 il movimento operaio, non solo non si arrestò, ma ebbe una crescita notevole. Gli autunni caldi degli scioperi nelle grandi fabbriche misero molta paura agli imprenditori. La lotta politica si fece così serrata che nel ’71 le forze politiche che rappresentavano la borghesia dovettero concedere lo Statuto dei Lavoratori. Fra il 1970 e il 1978 le Brigate Rosse in Italia - costola del ’68! - e strutture simili in Germania, raccoglievano innegabili simpatie nel proletariato e nel ceto impiegatizio, teorizzavano la fine del capitalismo e colpivano con cellule ben organizzate i rappresentanti economici e culturali della borghesia; solo dopo il sequestro di Aldo Moro fu possibile neutralizzarle, ma non senza l’appoggio della Cgil, il sindacato legato al Pci! Nel ’75, per la prima volta, il Partito Comunista Italiano prende più voti della DC.
Dal ’68 al ’78 la classe operaia migliorò notevolmente le condizioni di lavoro e, insieme agli intellettuali di sinistra, furono a un passo dalla presa del potere. Eppure Fusaro dice che il ’68 segnò la fine delle utopie. Ah che brutta cosa, quando dalla Filosofia della storia si passa alla date, ai fatti, alla Storia!

La verità è tutt’altra cosa, il liberismo selvaggio cominciò a trionfare a livello nazionale e internazionale dieci anni dopo il ’68, e schematizzerei gli eventi cruciali in questo modo:
1) Vittoria di Margaret Thatcher in Gran Bretagna (maggio 1979);
2) Marcia dei 40.000 a Torino (ottobre 1980);
3) Vittoria di Ronald Reagan negli Stati Uniti (gennaio 1981);
4) Crollo dell'Unione Sovietica (1990-1991).

Ma veniamo a oggi. Parto per questo da un trafiletto che L’Espresso del 5 giugno 2017 dedica al prof. Fusaro. (Gli riservo questo titolo anziché quello di filosofo, perché non saprei proprio come collocarlo nel quadro dell’evoluzione delle teorie filosofiche. Dice – come il già richiamato Marcuse - di essere hegeliano e marxiano, ma cosa aggiunge, di suo, ai due grandi filosofi?).

Ed ecco il breve articolo de ‘L’espresso’:

“Oltre agli psichiatri, ai sociologi, agli storici che affollano abitualmente i dibattiti dei nostri politici, in tv sta comparendo spesso un personaggio colto e singolare: è un filosofo marxiano, Diego Fusaro.
Fusaro è un bel giovanotto sui trent’anni, torinese, dagli occhi azzurri e dal ciuffo bruno. Non sorride mai; di solito, quando parla, sogguarda i presenti in studio con aria sufficiente e, dal tono monocorde della voce, sembra voler dare lezioni a tutti.
Ripudia l’euro e considera euroservi o euroinomani coloro che lo difendono. Avverte che l’emigrazione è una deportazione di massa che giova ai signori della mondializzazione capitalistica. Aborre l’aristocrazia bancaria e la talassocrazia del dollaro. Rampogna la tv per il suo effetto anestetizzante sulle coscienze. Deplora l’insinuarsi crescente di vocaboli inglesi nel lessico italiano. Diversi politici, durante i suoi dotti sermoni, approvano. Altri si urtano, qualcuno ridacchia.
Lui, lì per lì, piccato, reagisce con battute sferzanti. Poi, imperturbabile, riprende a esecrare tutto, o quasi tutto.”

Non entriamo nel merito dei tratti caratteriali cui si accenna all’inizio e alla fine del trafiletto: non sorride mai; sogguarda; voce monocorde, forse un po’ adolescenziale; viso imperturbabile. Noblesse oblige per quanto attiene alle buone maniere; il filosofo è invece votato all’imperturbabilità, se no che filosofo è?
Ma andiamo alla polpa, e cominciamo con l’euro.
Che questa moneta abbia ridotto del 30-40% il potere di acquisto degli Italiani, è cosa ben nota: ciò che un lavoratore dipendente acquistava con due milioni di lire superava di molto ciò che oggi acquista con 1.000 euro. Ciò che agli avversari dell’euro sfugge è però il fatto che, in questi quindici anni, tutti coloro che sono andati in pensione hanno messo in banca il tfr, a cui alla bisogna attingono per mantenere se stessi e, spesso, figli e nipoti. Se si esce dall’euro, quanto varrà il tfr depositato in banca al momento del pensionamento? E quante sono attualmente le persone interessate a ciò? L’Istat dice: oltre 16 milioni. Il prof. Fusaro avrà di sicuro un adeguamento del suo stipendio e venderà i libri a un prezzo più alto, ma cosa dirà a questi 16 milioni di pensionati?

Sull’aristocrazia bancaria, non ci piove: non fanno profitti ma rendite parassitarie. Però non mi si venga a dire che gli imprenditori sono danneggiati dalla globalizzazione e dalla finanziarizzazione dell’economia nella stessa misura dei lavoratori dipendenti. E’ questa una strada pericolosa, che annulla la lotta di classe. Questa comunanza di interessi fra impresa e lavoro – ricordo e sottolineo - trovò una forte simbolizzazione nel ‘fascio’. E dei chiari segni di avvicinamento ideale col fascio e la svastica li ritrovo anche nell’uso improvvido dei termini ‘apolidi’ e ‘aristocrazia bancaria’. Quest’ultima chiaramente esiste, ma il termine a me richiama alla memoria anche gli attacchi del Duce alla ‘plutocrazia’. L’avversione all’uso di termini provenienti da altre lingue poi, ricucita con quanto finora detto, conduce direttamente a una ideologia nazionalistica.

Nella sostanza, possiamo anche essere abbastanza d’accordo con alcune tesi contenute nei libri, gli articoli, i post e i video del prof. Fusaro; per esempio, quando inserisce la delocalizzazione e l’emigrazione nel quadro concettuale marxiano dell’ “esercito industriale di riserva”, sul quale forse prima di lui mi ero già espresso. Le strade divergono quando tante verità si trasformano in sistema, e in questo sistema si avverte il richiamo a quella politica che portò ai conflitti del Novecento. Questo pericolo si fa ancora più concreto quando, pur partendo da un impianto filosofico marxiano, si finisce per raccogliere il plauso della Lega Nord, dei ‘Fratelli d’Italia’ e di CasaPound.

* Nota del 30 giugno 2017

Questo articolo, anche se pubblicato oggi, è stato scritto circa quindici giorni fa e poi lasciato nel cassetto a… marinare. E’ una cosa che faccio spesso, quando l’intervento mi sembra più impegnativo.
Nel frattempo ho avuto modo di leggere i primi due capitoli del suo più recente lavoro “Pensare altrimenti. Filosofia del dissenso”. Immagino che anche nei capitoli successivi siano trattate tutte le tesi di cui negli ultimi mesi Fusaro parla ampiamente sui media. Ma devo dire che qui il linguaggio mi sembra più scorrevole e meno ripetitivo; sotto l’aspetto della comunicazione vedo dei bei progressi.
Auspico che d’ora in avanti eviti però di usare termini come ‘deterritorializzazione’ che, se non faccio fatica a comprendere, faccio fatica a pronunciare, anche se non sono fortemente dislessico. Beninteso, la parola esiste, l’hanno usata persone di un certo calibro, come Gilles Deleuze, e si trova normalmente nei dizionari aggiornati. Ma Deleuze - che Fusaro fra l'altro nel 2012 bolla severamente quale 'pensatore antiborghese e ultracapitalistico' - la usa nei testi destinati agli accademici, mentre credo che, per un filosofo che ‘entra nel campo della politica’ attraverso i giornali, in tv e sui socialnetwork, vada meglio l’espressione ‘privazione di radicamento territoriale’ o ‘sradicamento territoriale’ o altro ancora. Molto meglio! A tradurre si fa un po’ di fatica, ma è più facile essere compresi e seguiti con piacere.
Auspico anche un’altra cosa. Che Fusaro su facebook posti di meno e risponda almeno a quei commenti che, a suo insindacabile giudizio, ritiene degni di risposta. Possibile che non ce ne siano? Temo che il ‘filosofo del dissenso’ mal tolleri chi, sia pur di poco, dissente da lui.
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