lunedì 27 marzo 2017

1962: Nasce a Trento la prima Facoltà italiana di Sociologia.

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Ingresso della Facoltà di Sociologia di Trento (Foto di Marco Marino)

La sociologia, a livello accademico, in Italia nasce nel 1962 con l’Istituto Superiore di Scienze Sociali di Trento. Il mainstream idealistico e antipositivistico, che aveva pervaso la cultura italiana durante il Fascismo, aveva reciso la sua prima fioritura in Italia, anche se proprio le teorie elitistiche, qui sorte in epoca anteriore, erano state ampiamente utilizzate da quello stesso regime.
Io considero un privilegio aver potuto frequentare quell’Istituto fra il 1966 e il 1970, perché il piano di studi ad ampio spettro, che caratterizzava la nuova Facoltà, forse non mi ha aperto le porte di un lavoro consono a quegli studi, ma mi ha aperto a nuovi orizzonti culturali e mi ha temprato caratterialmente.
La mia testimonianza su quanto accadde in quegli anni sarebbe poco significativa, perché ho vissuto ai margini dei fermenti politici, scaturiti dalla vivace dialettica fra studenti e università, fra studenti e docenti, fra studenti e città, fra studenti marxisti, anarchici e ‘weberiani’. Che i risvolti ideologici di quella dialettica fossero importanti, persino a livello nazionale, emerge chiaramente con le figure di alcuni suoi rappresentanti: Mauro Rostagno, leader indiscusso del Movimento Studentesco trentino; Renato Curcio, teorico e fondatore delle BR; Marco Boato, colto antesignano dell’avvicinamento fra il marxismo e quel cattolicesimo che fino ad allora aveva cooperato con liberali e fascisti, ma, forse per colpa dell’ostentato ateismo dello Stato Sovietico, aveva visto nel marxismo solo e sempre un pericoloso antagonista.
Ho vissuto ai margini di tutto ciò perché… appartenevo già da quattro anni alla ‘parrocchia’ del PCI, che era una forza politica ben strutturata e dunque incompatibile con lo spontaneismo di cui erano intrisi quei movimenti; poi perché, proveniente da famiglia monoreddito, dovevo fare il mio dovere bene e in fretta: studiare; infine perché, come cercai di far emergere dalla mia tesi dottorale, non riconoscevo alcuna preminenza né alle ‘teorie’ accademiche né alla ‘prassi’ politica. Teoria e prassi non marciano sempre in perfetta sincronia ma, a intervalli piuttosto brevi, devono passarsi il testimone; nessuna delle due può avere vita indipendente.
La mia marginalità fu determinata anche da un fattore quantitativo. Fino al ’66 gli iscritti alla Facoltà erano ancora poche centinaia e, in una città pulita e ordinata ma piccola come Trento, si conoscevano tutti fra di loro. Quando mi iscrissi io invece si era già in tanti; ne è testimonianza il numero di matricola assegnatomi a dicembre di quell’anno: 1669. Le cose erano quindi cambiate: non più un unico e compatto gruppo di studenti, ma tanti piccoli gruppi, con interessi e tendenze ideali diverse. Credo che forse solo il 10% degli studenti sia stato coinvolto in modo continuo nella ‘prassi’ politica.
Dunque io conosco solo dall’esterno ciò che avveniva nei palazzi: i rapporti fra i politici della Provincia ed i docenti; l’enigmatica preferenza accordata nel ’68 dai leader degli studenti al Prof. Alberoni rispetto alla ‘Vecchia Guardia’ (Ferrarotti, Braga, De Marchi, Barbano, Galli, Meschieri, Tentori, Disertori, ma anche Volpato e Cucconi; i primi che mi vengono in mente); quanto vi fosse di ideale o di opportunistico nelle richieste dei lavori di gruppo in alternativa a quelli individuali, ecc.
Ma qualche mese fa ho ritrovato sul web una testimonianza ben qualificata, quella del Prof. Filippo Barbano, il quale, fra interessanti aneddoti (prima parte) e intricate analisi (seconda parte), ripercorre la nascita e l’adolescenza di quella Università.
Qui di seguito riporto solo la prima parte; la più sfiziosa (!) almeno per chi ha studiato a Trento negli anni Sessanta.
Essa è tratta dall’articolo apparso su Quaderni di Sociologia, 36 | 2004, pagg. 91-110.
Per l’intero articolo V. https://qds.revues.org/1098

C.M.

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La Sociologia di Trento. Il mio coinvolgimento
di Filippo Barbano

1. L’incipit di questa testimonianza sul mio coinvolgimento a Sociologia di Trento, può essere rappresentato da una informazione, mai smentita, avuta a suo tempo da Giorgio Braga. Nei primissimi anni Sessanta, promosso dalla famiglia democratico cristiana progressista trentina, era maturato il progetto di istituire una sede universitaria locale, a far capo dall’istituto Trentino di Cultura. Tra le persone notabili dell’iniziativa c’era anche il padre Luigi Rosa dei Gesuiti di San Fedele, di Milano. Questi, un giorno, di ritorno da Trento, incontrò in treno Giorgio Braga. Nel corso della conversazione, Padre Rosa ebbe a parlare della iniziativa trentina, accennando anche al possibile orientamento per una Facoltà di scienze forestali o simili, legata cioè all’ambiente e al territorio montani. Giorgio Braga, di cultura politecnica, ma anche studioso di Vilfredo Pareto (ricordo in proposito la sua raccolta antologica: Vilfredo Pareto, Forma ed equilibrio sociale, Bologna, il Mulino, 1959, con introduzione di G. Braga) – prendendo, come si dice, la palla al balzo, non perse l’occasione di sottolineare, di fronte alla convenzionalità della scelta forestale, il carattere del tutto innovativo di una Università di scienze sociali, ed, in particolare, di una Facoltà di Sociologia. Detto fatto, nuova o in fieri che fosse, l’idea di sociologia attecchì, ed il relativo progetto si realizzò per il dinamico decisionismo di Bruno Kessler, allora Presidente dell’amministrazione Provinciale di Trento. Morale: «I giovani non sono piante».

2. Con Bruno Kessler, personalità di notevole spicco, sia umano sia politico, godetti di stretti e cordiali rapporti. Ci eravamo da poco conosciuti, ed egli venne ufficialmente ad incontrarmi a Torino, allo scopo di informarmi sul progetto di Sociologia di Trento, chiedendomi, in particolare, di dare assenso e collaborazione ad una specie di duumvirato sociologico, tra me e Braga; non essendosi ancora istituzionalizzata una appropriata forma di direzione, che Kessler allora riteneva di doversi dare ai sociologi, e che poi invece, per varie ragioni che sarebbe troppo lungo rievocare, ma che fanno parte del dilemma 'sociologia pensiero'-'sociologia tecnica', sarà affidata al prof. Mario Volpato, matematico di Ca’ Foscari.

3. Va da sé che il mio coinvolgimento a Sociologia di Trento non fu tanto motivato da un incarico di insegnamento, ma dalla Sociologia stessa, come estensione, in altri luoghi, di un impegno di studio e di ricerca sorto in me, anni prima, dall'attrazione per i fenomeni storico sociali e, in particolare, per i processi di democratizzazione e l’opinione pubblica. Interessi che mi avevano portato, nel 1948, a Roma, per frequentare i corsi di Giornalismo, allora dati presso la neonata Università internazionale Pro Deo, malgrado tutto soddisfacentemente laica, quanto al corpo docente, e a mettere alla prova certe chances, che pensavo di avere, per il giornalismo, non del tutto condivise dal mio Maestro Gioele Solari, con il quale mi ero laureato, in Filosofia del Diritto, con una tesi sul concetto di persona nella filosofia giuridica e il personalismo cristiano. Ancorché poco convinto, ma con la sincera comprensione di un vero Maestro, Solari mi fornirà più tardi un biglietto di presentazione per Mario Missiroli, Direttore allora del «Messaggero» di Roma, così concepito: «Torino 4 luglio ’49. On. Senatore mi permetto di presentare il dott. Filippo Barbano, già mio buon allievo, preso dalla passione giornalistica, che desidera da Lei consiglio ed eventualmente, dopo lunga e dura prova, incoraggiamento e aiuto. Mi è cara l’occasione per ricordarmi a Lei, per inviarLe i miei più vivi saluti e auguri. Suo Giole Solari». Non sarà certamente la «passione giornalistica» che mi porterà a Trento.

4. La mia presenza e partecipazione didattica a Trento si svolsero continuativamente dall’anno accademico 1963 all’anno accademico 1969. Avendo, dall’anno 1956, un incarico di insegnamento di Sociologia al Corso di laurea in Scienze politiche della facoltà di Giurisprudenza di Torino, la mia attività a Trento fu organizzata in maniera da occupare tre interi giorni settimanali, ogni quindicina. Il non breve viaggio Torino-Milano-Verona si conciliava assai bene con la lettura di libri e giornali, mentre la tratta Verona-Trento, mi offriva, a seconda delle stagioni, la veduta di pittoreschi luoghi e scorci della valle dell’Adige: indimenticabili, i colori bostoniani dei boschi autunnali. All’arrivo a Trento, di solito, venivano ad incontrarmi il mio collaboratore ed assistente Alberto Izzo e Giovanni Bellone, economista, che io avevo già conosciuto nelle circostanze della ricerca olivettiana per il piano regolatore di Ivrea, nei primi anni Cinquanta. I miei primi anni di insegnamento a Trento furono dedicati a Corsi generali, ovvero alle Istituzioni di Sociologia. Mentre poi, nell’ultimo anno accademico trentino, passai al corso di Storia del Pensiero sociologico.

5. La classe di studenti, fin dal principio assai numerosa, distribuita nell’ampio e ripido anfiteatro, mi si mostrò subito assai diversa da quella torinese, con una quantità di curiosità in più per la Sociologia, e con una speciale partecipazione ad ogni variante del clima universitario. Già in quegli anni non mancavano di certo gli interessi politici, legati o suscitati dalla Sociologia, specialmente di sinistra: ma mi fece impressione la marginalità di uno studente, certo Cigaina, mi pare, dovuta alla sua dichiarata militanza nel PCI. Molti dei miei studenti di allora occupano cattedre di insegnamento in più università, e mi è caro, nella presente circostanza, ricordare con affetto Darko Bratina, allievo ed amico, che assai prematuramente ci ha lasciati.

6. Alberto Izzo, figlio d’arte (Carlo Izzo era professore e Storico di Letteratura inglese) era giunto a me da Scienze politiche di Bologna, transfuga, per evidenti incompatibilità non solo personali, con l’ambiente, e subito ne apprezzai il carattere dolce, l’intelligenza riflessiva e il sapere critico, dei quali si avvantaggiarono pure la mia vita ed attività didattiche a Trento. Da Alberto Izzo ho ricevuto insieme ai miei perenni interessi per la Storia e la storicità, l’intenzionalità critica nella teoria e nella ricerca sociale; anche se, spesso, il criticismo di Izzo mi lasciava interdetto, specialmente nelle nostre sempiterne discussioni ed accapigliamenti circa la valutazione della sociologia, soprattutto secondo Robert King Merton, del quale io, in quegli anni, mi ero fatto ricettore ed interprete in Italia; del quale Merton, dunque, io ero un sostenitore, mentre Izzo mi mostrava di non apprezzarlo così incondizionatamente, soprattutto per la versione che Merton aveva dato della Storia e dei contenuti della Sociologia della conoscenza (Izzo è pure un allievo e seguace di Kurt Wolff) e, soprattutto, dei contributi della sociologia della conoscenza in Europa ed, in particolare, di quelli di Karl Mannheim.

7. A Trento la contestazione della Sociologia, come disciplina accademica fondamentale nel piano degli studi, passò, attraverso la critica della oggettività e della neutralità della Scienza, in maniera abbastanza diversa che nelle altre Università dove si insegnasse sociologia come esame complementare. Carlo Marx, in fondo, non era solo un «marxista», ma uno studioso che aveva analizzato la società con metodo storico-sistematico, e quindi era uno tra i Padri Fondatori della Sociologia. Per i neosociologi di Trento, licenziati o diplomati che fossero, quello dei «Padri Fondatori» era una specie di culto, dovuto ad una disciplina nuova e che veniva da lontano. Del resto, tra i sociologi, prevalentemente gli statunitensi, la cui informazione approfondita da noi risaliva appena agli anni del secondo dopoguerra, colui che era preso di mira dagli studenti contestatori era Talcott Parsons. Mentre il più venerato era C. Wright Mills, precoce critico della società americana, profeta della «Immaginazione sociologica», dalla quale espressione ebbe forse origine l’altra sulla: «Immaginazione al potere», nonché critico del cosiddetto Metodologismo astratto; malgrado il suo radicalismo, Wright Mills fu cooptato alla Columbia per intercessione di Robert K. Merton. Questi era il mio autore preferito, di riferimento, non solo per la sociologia statunitense. La sociologia strutturale, pluralistica ed insieme dualistica (struttura-cultura) di Merton sfuggiva a presupposti monistici come quelli di Talcott Parsons, la cui attrazione per il sistema facilitava la credenza che il sistema teorico parsonsiano altro non fosse che lo specchio sovra-strutturale del sistema sociale statunitense, così come del sistema capitalistico mondiale. La forza di Merton e la sua resistenza alla contestazione, avevano, tra l’altro, la loro fonte negli argomenti contro i tre celebri postulati del funzionamento integrale, cioè unità, universalità ed indispensabilità. Argomenti che si sarebbero potuti utilizzare contro l’evento stesso della contestazione, a partire dalla protesta giovanile. (F.Barbano, Contestazione, funzionalismo e rivoluzione: il punto di partenza giovanile studentesco, «Studi di Sociologia», 1969, n. 4, pp. 311-366).

8.Tra gli studenti divenni ben presto il «Barbano strutturale», a ragione, perché ho sempre considerato il concetto di struttura come un fondamentale storico-sistematico della conoscenza sociologica, attorno al quale far ruotare, da un lato, il sistema, l’organizzazione e i processi di differenziazione sociali, e, dall’altro lato, l’azione, il soggetto umano ed i processi di individuazione relazionali. Il che, cioè questa rotazione attorno al concetto di struttura sociale, è storicamente avvenuto, e tuttora avviene, determinando il quadro fondamentale del sapere sociologico e quello storico sistematico della sociologia. Agli studenti di Trento proposi due dispense, concepite contemporaneamente, anche per l’insegnamento torinese: Sociologia strutturale. Teoria ed analisi delle strutture sociali (Torino, Giappichelli, 1965); e poi Sociologia strutturale. La nozione di struttura sociale nella antropologia culturale e nella sociologia (Torino, Giappichelli, 1996). Alla scrittura dei capitoli appartenenti a questa seconda dispensa collaborarono generosamente sia Alberto Izzo, a Trento, che Carlo Marletti a Torino, che ringrazio ancora una volta. Della prima dispensa, ora ricordata, ci sono state successive edizioni, ed il loro impianto analitico sistematico, a detta di molti studenti, fu determinante per la loro preparazione, ed alcuni di essi non perdono occasione, ancora oggi, di propormi una nuova edizione, naturalmente aggiornata, sia dal lato dei processi di differenziazione, che da quello dei processi di individuazione relazionali.

9. L’attività didattica a Trento mi offrì pure l’occasione di raccogliere in un volume un certo numero di contributi: Problemi di analisi delle strutture sociali (Trento, Arti grafiche «Saturnia», 1964). Un raccolta di saggi che, ancora oggi, si rivela essere importante (anche se questo volume è pressoché introvabile) per la presenza di alcuni lavori e contributi dispersi in fonti remote, a tutt’oggi interessanti: Concetto e natura dell’opinione pubblica (1954); Attività e programmi di gruppi di ricerca sociologica (1957); Cultura e personalità nel pensiero sociologico americano (1958), quest’ultimo particolarmente ricordabile nella attuale fase di personalizzazione dei processi di individuazione relazionali, e cioè di personalizzazione dell’attore sociale; A proposito di una ricerca incompiuta di Sociologia della religione (1958); Le condizioni strutturali del comportamento deviante (le conseguenze della Legge Merlin, e il problema della registrazione) (1959). Per riferimenti più puntuali rimando a Teoria, società e storia. Scritti in onore di Filippo Barbano, Milano, Angeli, 2000 (a cura di Carlo Marletti e Emanuele Bruzzone) ed ivi la parte bibliografica.

10. Com’era la giornata del professore universitario a Trento? Prima di tutto non travagliata dal traffico e dagli spostamenti urbani. L’edificio universitario di via Verdi (già presente ai tempi dell’Austro Governo, piuttosto generoso, devo dire, se gli Austriaci edificavano in quella grandiosa maniera, in una città che essi occupavano) nobile e spazioso, si raggiungeva comodamente, camminando per le vie della Città del Concilio, anch’esse nobili e assai pulite. Venivamo, la mattina, dai vari alberghi che i professori frequentavano: l’Astoria, l’Accademia, Il grand Hotel Trento, l’America, e così via. L’edificio di via Verdi era talmente spazioso che, agli inizi, visitandolo con Kessler, dovetti rassicurarlo più volte che gli studenti di sociologia sarebbero via via diventati tanto numerosi da colmare le grandi aule. Gran parte della giornata trascorreva nella sede universitaria: ora per le rituali lezioni, ora per ricevimento studenti, ora per seminari o lavori di gruppo, ora per ricerche personali in Biblioteca; questa, ai primi tempi, ancora modesta, ma già molto diligentemente e intelligentemente curata dal sig. Disertori (a Trento abbondano i Disertori, uno psicologo assai versatile, una Libreria ben fornita), prese subito a crescere, anche per la generosità con la quale le nostre richieste di acquisto venivano accolte, tanto che oggi, per quanto riguarda Sociologia, non vi è, in Italia, biblioteca universitaria altrettanto ben fornita.

11. Al di fuori delle ore di lavoro, ci si ritrovava nelle vie del centro cittadino, chi per tornare in albergo, chi ne veniva, chi per fare shopping, chi per altro motivo ancora, come, per esempio, passeggiare per la città, secondo il clima: delizioso in primavera, cocente d’estate, pittoresco in autunno, seccamente freddo in inverno. Camminando con Izzo, dopo aver curiosato qua e là per i negozi, alcuni assai sciccosi e moderni, altri suggestivi per le insegne e gli articoli altrove introvabili, nelle giornate dei grandi freddi, Alberto mi invitava ad entrare in qualche bar, più che per un caffè o un aperitivo: «per prendere una boccata di caldo». Izzo, ancorché sano e forte, vantava un perpetuo spleen, e Trento ne era divenuta la cura, occhieggiava alle ninfette e adorava i prodotti farmaceutici, dei quali aveva con sé, in ogni viaggio, un sacchetto ricolmo. Pranzo e cena erano belle e non dimenticate occasioni per stare insieme a conversare, mentre fuori nevicava, con i colleghi: ricordo gli psicologi, L. Meschieri e F. Metelli, gli antropologi, T. Tentori e G. Harrison, e gli economisti come Romano Prodi, anche lui, come tutti noi, un patito del «carrello» dei bolliti, presentato e distribuito dal Marietto, nel ristorante dell’albergo Astoria. La cena finiva di solito con un generoso grappino, inevitabile, se era presente il direttore Mario Volpato, il quale ritualmente rimproverava ad Izzo di essere astemio, chiedendosi se il sociologo poteva essere un tale che non amava il grappino, ed una volta che Izzo, a scopo dimostrativo, ne ingollò cinque di seguito, Volpato detto fatto, celebrò l’avvenimento reintegrando Izzo nella fama di bravo ragazzo e/o di buon sociologo. La qualità della vita a Trento sarebbe stata anche più buona ed apprezzabile, se i trentini ci avessero guardati più come normali cittadini che come bestie rare. Per scavalcare la diffidenza dei primi tempi, mi feci ricevere dall’Autorità vescovile di allora, ma senza apprezzabili risultati.

12. Bruno Kessler teneva molto, anche dal punto di vista editoriale, al logos trentino della produzione scientifica. All’atto dell’incarico dell’insegnamento della Sociologia a Trento, Kessler mi chiese, come gesto di simpatia e di mio coinvolgimento trentino, di svolgere una approfondita e documentata ricerca sui Piani di Studio di Università, Facoltà, Dipartimenti di Scienze sociali o di Sociologia in Europa, e soprattutto, negli Stati Uniti, paese nel quale, come è noto, nel secondo dopoguerra, la ricerca e la teoria sociale erano pervenute ad un notevole sviluppo, del quale ci si sarebbe dovuto rendere conto, anche senza eccedere nell’americanismo. Accettai ben volentieri l’incarico (che io stesso volli essere gratuito, visto anche il generoso compenso mensile per l’incarico d’insegnamento, malgrado le proteste di Kessler, che non concepiva come un lavoro o un servizio potessero essere privi di un corrispettivo monetario). I risultati della complessa ricerca sono stati pubblicati: Istituto Universitario di Scienze Sociali di Trento, Filippo Barbano, Progetto di sviluppo del piano di studi per le Facoltà di Sociologia (Trento, per i tipi delle Arti grafiche «Saturnia», 1964, pp. 264). Il libro ebbe una assai scarsa attenzione, come molti degli studi e ricerche che vengono prodotti a scopo meramente dimostrativo, il che non era certamente nelle intenzioni di Kessler, ancorché la ricerca mi fosse stata commissionata dal Collegio commissariale dell’Istituto Universitario di Scienze sociali di Trento, che io, nella mia Prefazione ringraziai: «per la stima e la fiducia dimostratami nell’affidarmi l’incarico di redigere il presente studio; la cui occasione segna un momento importante nello sviluppo della Sociologia e delle Scienze sociali in Italia» (cfr. Progetto di sviluppo, cit. p. 13). Ho ripreso in mano quel libro, con una certa trepidazione, tanto più che io nutro, nei confronti delle molte (troppe) cose che ho scritto, un impulso irresistibile ad abbandonarle nel tempo. Ma mi sono dovuto ricredere: sfido chiunque a non riconoscere nelle idee e nelle linee propositive di quel Progetto, dei primi anni Sessanta, i temi critici ed i problemi, relativi ad una avanzata offerta di formazione, tuttora attuale per sociologi ed attività sociologiche, giocata tra una seria preparazione scientifica ed una flessibile qualificazione professionale. Riprendevo una fondamentale osservazione: «L’università contemporanea attende una “teoria”. Non c’è dubbio che ognuna delle grandi istituzioni universitarie del passato si mosse da una “teoria”; in qualche caso da una vera e propria “filosofia”»… «Per quanto riguarda le scienze sociali, mette anche conto ricordare come non fu senza una sua «teoria» che nacque intorno al 1894 la London School of Economics and Political Sciences» (cfr. Progetto, cit. pp. 99-100). Voglio, insomma, dire, senza alcuna presunzione, che in quel Progetto si trova in nuce il problema, attualissimo nel nuovo Secolo, della Modernità in relazione con le Istituzioni universitarie, non esclusi i crescenti inconvenienti derivanti dall’applicazione della recente riforma universitaria cosiddetta 3+2.

13. Nel Progetto di sviluppo del 1964, i temi che ponevo alla discussione erano di tre ordini, con un’esposizione della quale, il direttore Volpato, non seppe dire altro che era «una pregevole ricerca», ma che era invece una seminale anticipazione degli argomenti più inclusivi della contestazione studentesca di qualche anno dopo. Contestazione con la quale, prima Volpato, e poi anche Alberoni, avrebbero dovuto fare i conti. Questi suonava il piffero al Movimento e, al tempo stesso, ne cercava la istituzionalizzazione. Il tema della preparazione scientifica apparteneva al primo ordine di problemi. L’aggettivo «scientifico» evocava l’interrogativo su com’era o poteva essere «scienza», la sociologia, appartenente al novero delle «scienze imperfette» (J. Stuart Mill) e non certo scienza «esatta». «Storici e Sociologi – riprendevo la seguente riflessione – sono scienziati, ma con la s minuscola. In confronto a quelli che si occupano del mondo fisico, essi sono i parenti poveri fra gli scienziati. Ma anche i parenti poveri possono essere utili. Le Scienze non esatte possono servire. Una scure non è uno strumento di precisione, ma rende servizi utili, specialmente quand’è maneggiata da una mano esperta». La citazione, da G. Salvemini (La Storia e la Scienza, 1948), mi permise di porre in tutta ragionevolezza il valore della Sociologia come scienza e di determinare una accettabile distinzione professionale del sociologo, al di fuori da ogni pretesa scientistica e tecnocratica.