domenica 29 agosto 2010

Film da rivedere: Rocco e i suoi fratelli, 1960

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Negli anni Sessanta, in treno, ne ho viste tante di famiglie simili alla famiglia Parondi, protagonista del film di Visconti. Donne forti e di costumi castigati e giovanotti spaesati ma con gli occhi sognanti, lanciati verso un nord, italiano o europeo, alla ricerca di un lavoro più dignitoso e desiderosi di rapporti sociali meno rigidi. Le ho viste, queste famiglie, scendere dal treno e salire in autobus, chiedendo al bigliettaio come fare per giungere a un certo indirizzo, e meravigliarsi delle mille luci delle vetrine. Speranze e meraviglia spesso destinate a disfarsi nel giro di pochi anni, per chiedersi poi se quel viaggio era stato di salvezza o di insospettata condanna a cose peggiori di quelle lasciate alle spalle.

Il percorso della famiglia Parondi a Milano non sarà lineare: cinque fratelli e una madre, tutti uniti dal sangue e da una comune matrice culturale, ma ognuno col proprio carattere e ognuno, a un certo punto, per il suo sentiero. Vincenzo vuole una vita tranquilla, senza lode né infamia; Simone si scopre ambizioso e sregolato; Rocco è, come un Cristo, pronto ad ogni generosità e privo di qualunque risentimento; Ciro coglie nell’esperienza cittadina la superiorità delle norme civili rispetto a quelle dettate dalle tradizioni; Luca, ancora adolescente, nel dipanarsi delle storie dei fratelli più grandi rimarrà solo spettatore e testimone.

Quando quattro dei fratelli, guidati dalla coraggiosa (o incosciente?) madre, giungono a Milano, si verifica il primo scontro culturale. Vincenzo, il primogenito, che già da alcuni anni vive in città, festeggia il suo fidanzamento a casa della ragazza insieme a tutti i parenti di lei. Vuole farsi una propria famiglia, sganciata da quella d’origine, mentre sua madre trova doveroso, e lo impone, che lui prima aiuti i suoi fratelli. Ne nascono una lite furibonda fra le suocere e la rottura del fidanzamento.

Il secondo motivo di scontro si ha con la conoscenza di Nadia, introdotta nella modesta abitazione dei Parondi perché inseguita da qualcuno. I figli si limitano ad ammirare la sua fascinosa bellezza e i suoi atteggiamenti spregiudicati, mentre la madre ha subito intuito che si tratta di una prostituta. Nadia è scappata in sottoveste, ma parla e si muove con strana disinvoltura, scruta i giovanotti con curiosità, annusa ed è annusata, va a curiosare fra le foto attaccate al muro e, quando vede Vincenzo coi guantoni, dice di conoscere una persona importante nell’ambiente del pugilato.
A salire sul ring però non sarà più Vincenzo ma Simone, che in palestra viene subito notato e promosso da un impresario gay, per la sua bravura e per il suo aspetto fisico. Alla fine del primo incontro vinto per knockout, ad aspettarlo fuori dal palazzetto ritrova Nadia, della quale si innamorerà pazzamente. Ma lui non saprà gestire il rapporto: per vincolare più saldamente a sé l’affascinante prostituta, spende molto di più di quanto guadagna, salta gli allenamenti, fuma e beve, tutte cose che gli faranno perdere la fiducia dell’allenatore e pregiudicheranno la sua carriera sportiva.

E veniamo al terzo motivo di scontro culturale. Nadia per un po’ ha approfittato della prodigalità di Simone e goduto della sua galanteria, ma, quando si accorge che per mantenere un certo livello di vita lui ricorre anche agli imbrogli e al furto, finisce per disprezzarlo. Le diverse e contrapposte visioni della vita presto indurranno Nadia a rompere il rapporto; una rottura che Simone, passionale ed eccessivo in ogni cosa, non tollererà e che lo porterà a una incontrollata gelosia, al fallimento professionale, all’abuso di alcol e quindi all’abbrutimento nell’aspetto e nei costumi. La sua storia avrà termine, come vedremo, nel modo più drammatico: con l’uccisione di Nadia e con il carcere.

Mentre gli altri fratelli, pur rappresentando nel film delle figure emblematiche, restano in ombra, parallelamente alla storia di Simone si svolge quella di Rocco. Prima in amore e poi sul ring.
Ignaro dei sentimenti che nel fratello ancora persistono a due anni dalla fine della relazione, anche lui si innamora di Nadia, ma è attirato dalla sua segreta fragilità più che dalla sua conturbante bellezza. Mai un amore è stato raccontato dal cinema con tanta tenerezza: i volti, prestati ai personaggi da Alain Delon e Annie Girardot, e lo struggente tema musicale che sottolinea puntualmente i loro incontri segreti, smuovono i sentimenti dello spettatore più incallito.
Fra i due c’è una intesa perfetta, ma anche per loro viene il momento dello scontro culturale. Quando Simone, informato da un amico impietoso, scopre la relazione del fratello con Nadia e la violenta sotto i suoi occhi con l’aiuto di un branco di amici, Rocco fa stoltamente prevalere il familismo sull’amore e, lasciandola, sacrifica se stesso e la ragazza per la salvezza del fratello. Questa scelta dolorosa rientra nei suoi schemi, ma sfugge completamente alla mentalità della ragazza, che, persa ormai l’unica residua speranza di cambiare vita, si vendicherà punendo Simone. Lo rifiuterà e lo metterà alla berlina di fronte a tutti gli amici, ferendone sistematicamente la passione e l’orgoglio.

Storie parallele fra i due fratelli anche nel lavoro. Anche Rocco finisce sul ring, e con grande successo, ma accetta la boxe solo come soluzione per i problemi economici del fratello, che sempre più va verso il degrado: per denaro infatti egli è disposto persino a concedersi all’impresario gay ma, sbeffeggiato da questo, reagisce violentemente e per ritorsione viene denunciato di furto. Il denaro di Rocco servirà anche per far ritirare la denuncia.
Tutti i sacrifici di Rocco non basteranno però a salvare Simone. Lo stesso amico diabolico che anni prima lo aveva spinto a usare violenza sessuale su Nadia e a massacrare di botte il fratello, gli indica adesso il posto dove Nadia, ritornata alla prostituzione, incontra i clienti. Sarà lì che Simone la colpirà ripetutamente e selvaggiamente, mentre lei ancora una volta gli si rifiuta, e muore aprendo le braccia, come in croce.
Le due diverse scene dello stupro e dell’accoltellamento di Nadia sono state causa di censura per la crudezza con cui sono riprese e per l’indugiare in esse: se ne vedono infatti i particolari con un realismo sconosciuto in quel periodo in Italia, e forse nel mondo. E’ sempre inaccettabile ogni tentativo di censura, e in particolare in un’opera d’arte, ma forse, in quelle scene, il regista avrebbe potuto usare una mano più lieve.

Rocco e i suoi fratelli è un film drammatico e ciò risulta chiaramente dalla breve narrazione che precede e dalla classificazione che ne fanno i critici accreditati. Esso è però, in senso lato, da considerare anche un film storico, perché la Milano degli anni Sessanta, ed i meridionali che lì affluivano lungo le rotaie come interminabili file di formiche, non restano sullo sfondo, ma sono anch’essi protagonisti importanti. E’ una Milano che offre tante opportunità, ma di cui bisogna capire i meccanismi e nella quale occorre sapersi adattare. Una Milano abbagliante di grandi promesse, che lentamente cede però il passo alle ombre di desolanti periferie e di squallidi tipi umani: Nadia, che non trova uno spiraglio spirituale se non quello offertole dal più generoso dei fratelli lucani; l’impresario gay, che promuove sul campo solo i giovani prestanti e disponibili e che approfitta di un piccolo furto per chiedere un risarcimento spropositato; il falso amico di Simone, che contribuisce a seminare odio e violenza e cinicamente poi ne gode.
E i meridionali immigrati? Anche per loro non c’è un destino comune: c’è chi, come Ciro e Vincenzo, accetta la nuova cultura e si integra perfettamente; chi, come Rocco, pur rispettoso della società che l’accoglie, pensa sempre con nostalgia alla lontana terra d’origine; chi, come Simone e la vecchia madre, vorrebbe trarre dal nuovo ambiente tutti i vantaggi offerti e rifiutare gli obblighi che ne conseguono. Saranno questi ultimi i più disperati, vittime di un fenomeno collettivo, l’emigrazione, oltre che delle loro personali ambizioni.

Questa era l’Italia del 1960, cioè di cinquant’anni fa, così come l’ho conosciuta e così come emerge dal film. Da allora molte cose sono cambiate. Come col suo linguaggio scarno Ciro preconizzava nel film - e più elegantemente Pasolini constatava sulla stampa quindici anni dopo - il processo di “omologazione antropologica” è andato sempre più avanti. Nonostante il persistere di economie diverse.
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In foto: Simone (Renato Salvatori) e Rocco (Alain Delon) all'arrivo in città
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sabato 7 agosto 2010

Università (3): correlazione fra reddito e istruzione


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Ieri, riguardando la tabella sui flussi fra le varie regioni, mi è venuta la curiosità di raffrontare il numero di studenti universitari residenti in ogni regione (col. 3) col numero di abitanti (col. 2). Ne è emerso un dato, che avevo ipotizzato varie volte, ma di cui non ero finora certo: al sud si studia più che al nord.
Ho pensato allora di vedere più precisamente quale fosse la correlazione fra reddito (col. 1) e percentuale degli studenti iscritti all’università (col. 4), e ne è venuta fuori la tabella posta qui in alto, dalla quale mi sembra che emergano dei dati interessanti.

Nelle regioni in cui il reddito pro-capite è superiore a quello medio nazionale (in rosso nella prima colonna), i giovani iscritti all’università sono percentualmente inferiori alla media nazionale del 2,75%; nelle regioni con reddito pro-capite inferiore a quello medio nazionale, gli studenti universitari sono invece più numerosi (in rosso nella quarta colonna).

Succede a volte che la verità venga a galla per caso. Pur senza l’intenzione di indagare in questa direzione, è balzata agli occhi una precisa correlazione sociologica fra reddito e propensione agli studi accademici, che ribalta lo stereotipo secondo il quale la ricchezza favorisce la cultura.

In Lombardia, dove c’è un reddito pro-capite di 31.618 euro, solo due abitanti su cento frequentano l’università, mentre in Calabria, dove il reddito pro-capite è meno della metà (euro 15.641), ogni cento abitanti ci sono quasi quattro studenti universitari, circa il doppio di quelli lombardi. E questo è solo l’esempio più vistoso: dalla tabella si può facilmente constatare come la percentuale degli studenti cresca, progressivamente e con regolarità, al decrescere del reddito. A questo andamento lineare fa eccezione solo il Lazio.

Note:
I dati relativi al reddito pro-capite sono dell’Istat e si riferiscono all’anno 2005 (fonte Wikipedia).
Per la Regione Trentino A. Adige disponiamo separatamente del reddito delle due province, mentre per quanto riguarda il rapporto percentuale fra studenti universitari e abitanti (fonte Miur) disponiamo di un unico valore sintetico.
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giovedì 5 agosto 2010

Università(2): flussi migratori fra le regioni



Nel precedente articolo sull’università ho cercato di mettere in evidenza gli svantaggi economici (e, qui ora aggiungo, anche organizzativi e psicologici) degli studenti che, per frequentare le lezioni, si iscrivono all’università in una regione diversa da quella in cui essi risiedono con la propria famiglia.
Quanti sono? Difficile stabilirlo con esattezza (dovremmo sapere dalle singole università il luogo di provenienza degli studenti iscritti), però con l’aiuto di alcuni dati ufficiali possiamo almeno desumere quali sono i flussi fra le varie regioni italiane e fare delle interessanti considerazioni.

Per fare ciò ho riunito in un’unica tabella i dati forniti separatamente dal sito del miur. In essa la prima colonna indica il numero di studenti universitari “residenti” in una certa regione (a prescindere dal fatto che essi studino nella stessa regione o in un’altra), mentre la seconda indica gli studenti “iscritti” negli atenei di una certa regione (a prescindere dalla loro provenienza geografica). Lo scarto fra studenti residenti e iscritti è indicativo di come vanno le cose in ogni regione.
Ad esempio, cosa significa che gli "iscritti" negli atenei lombardi sono più numerosi dei “residenti”? Significa che il flusso in entrata è maggiore di quello in uscita: abbiamo una prevalenza di “immigrati” rispetto agli “emigrati”. Esattamente il contrario di quello che avviene per la regione Puglia, dove il probabile afflusso dalla Basilicata e dalla Calabria è inferiore al deflusso verso il Lazio e altre regioni del centro e del nord.

Studiare questi flussi nei dettagli è difficile quasi come studiare quelli fra i vari partiti politici dopo ogni tornata elettorale. Tuttavia, da un breve sguardo alla tabella, alcuni dati sui movimenti complessivi saltano agli occhi con sufficiente chiarezza e immediatezza:

1) Fra le regioni del nord, eccezion fatta per la Lombardia, i movimenti sono molto modesti, sull’ordine di centinaia o poche migliaia di studenti. In queste regioni evidentemente la presenza di numerosi atenei con una certa tradizione e i facili collegamenti stradali e ferroviari fanno sì che gli spostamenti siano tendenzialmente limitati all’ambito regionale. Le lunghe distanze, d’altro canto, limitano le loro capacità attrattive nei confronti del Sud e delle isole: gli immigrati si fermano perciò a 23.389.

2) Gli atenei dell’Italia centrale sono i più gettonati: dall’Emilia al Lazio e all’Abruzzo ci sono 128.060 studenti “immigrati”. Essi esercitano un forte richiamo sui giovani del Sud e delle isole, regioni dalle quali infatti nel 2009 sono partiti 147.826 studenti, una popolazione quasi pari a quella di una città come Parma.

3) Se consideriamo il saldo positivo del centro e del nord e quello negativo del sud e delle isole (ma non i 3.623 universitari di cui mancano i dati: ultima riga della tabella), i conti tornano: 128.060 + 23.389 – 3.623 = 147.826.

Analizziamo adesso il risvolto economico di tale fenomeno.
Ogni anno 147.826 famiglie del sud e delle isole inviano il denaro occorrente per le tasse universitarie, l’alloggio e le bollette, i pasti, gli autobus, le telefonate, bar, cinema, benzina per l’auto o il motorino, qualche capo di abbigliamento ecc. ecc. Naturalmente ci sono ragazzi che per tutto ciò se la cavano anche con 600-700 euro mensili, e ci sono poi quelli provenienti da famiglie più agiate e accondiscendenti che arrivano a spendere 1.200 euro mensili o più. Facciamo dunque conto che, in media, ci vogliano 1.000 euro al mese e cioè 12.000 euro all’anno.

Ora, per meglio calcolare il costo economico delle famiglie, facciamo una precisazione sul numero degli studenti “emigrati”. Possiamo supporre che fra questi 147.826 ragazzi ce ne sia un dieci per cento, che fruisca ogni anno dell’alloggio e della mensa o di un assegno in denaro con cui coprire parzialmente le spese, e che un altro dieci per cento si aiuti con lavori sporadici o part-time. C’è dunque un venti per cento che non è completamente a carico dei genitori, ma solo in parte.
Sul totale degli studenti ce ne sarebbero, seguendo queste ipotesi, circa 118.261 che spendono 12.000 euro l’anno e circa 29.564, assegnatari di borse di studio o studenti-lavoratori, che richiedono alla famiglia uno sforzo inferiore, diciamo la metà.
Facciamo adesso un po’ di conticini: (118.261 x 12.000) + (29.564 x 6.000) = euro 1.596.516.000. Quasi unmiliardoseicentomilioni di euro ogni anno viene dunque trasferito dal sud verso l’Italia centrale e il nord con vaglia, bonifici, bancomat ecc.

Denaro ben speso? Non so. Alle industrie occorrono operai, preferibilmente con un livello culturale abbastanza basso da limitarne le possibili pretese (gli imprenditori predicano tanto contro gli immigrati ma sono quelli, i lavoratori da essi preferiti). Gli enti pubblici bloccano il turnover. Le libere professioni passano di padre in figlio o da zio a nipote, portandosi dietro la clientela e il nome. Cosa resta per i neolaureati?
A destra come a sinistra c’è grande retorica sul valore dell’istruzione, ma, in pratica, sembra che questa società non abbia bisogno di intellettuali: sono inutili e pericolosi. C’è solo da chiedersi se, a lungo andare, siano più pericolosi dentro i circuiti lavorativi, oppure fuori di essi.
Comunque, sarebbe almeno auspicabile che, d’ora in avanti, le famiglie cercassero di limitare questi flussi di studenti. Forse col denaro speso nelle proprie regioni si creerebbe qualche posto di lavoro in più.
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mercoledì 28 luglio 2010

Università(1): reddito, merito e residenza

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Il Corriere online dell’11 luglio dava notizia del fatto che il governo tedesco ha deciso di dare sostegno economico agli studenti universitari unicamente secondo il principio del merito e non anche delle condizioni economiche familiari. La notizia mi ha riportato alla mente due episodi.

Primo. Nel 1976 – ero al sesto anno di insegnamento e al secondo nella scuola dove avrei lavorato ancora per altri ventinove anni – mi venne dato l’incarico di formare le graduatorie per l’assegnazione dei buoni libro. Dovetti analizzare circa duecento domande, assegnando un punteggio in base al reddito e un altro in base al numero dei familiari a carico; se ben ricordo, non si faceva alcun cenno ai voti ottenuti dagli alunni. Da giovane insegnante mi trasformai in zelante burocrate e, per i dati sul reddito, dovetti esaminare le copie dei modelli presentati al fisco. Risultato: poiché commercianti, artigiani e imprenditori agricoli dichiaravano redditi bassissimi, furono queste categorie a fare la parte del leone. A impiegati e operai, niente buoni libro.


Secondo. Siamo nel 1998. Un ragazzo è al secondo anno di università e nell’anno precedente ha dato i primi esami con ottimi risultati. Telefona in segreteria per sapere se ha ottenuto l’assegno di studio in base a un mix fra merito e coefficiente reddituale e si sente rispondere che per i voti ne avrebbe avuto diritto, ma era stato poi escluso per il reddito. Ma come, i suoi genitori, due impiegati, senza altre proprietà se non quella del modesto appartamento in cui abitavano e con due figli all’università, erano da considerare “benestanti”?

Morale delle due favolette: il principio della solidarietà è sacrosanto, però in Italia non funziona.
Funzionerà allora quello del solo merito, come proposto in Germania dal governo conservatore? Ribaltando il giudizio precedente direi che, come unico criterio, quello del merito non è accettabile, perché dare cinque o seimila euro a chi, pur se bravissimo, ha già tanto denaro, non è moralmente corretto. Tuttavia, se tale criterio non è giusto, ha almeno il pregio di basarsi su dati meno manipolabili di quello del reddito: anche all’università ci saranno i raccomandati, ma voglio credere che un accademico si lasci corrompere meno facilmente e frequentemente di quanto non accada per altre categorie.
Visti i grossi difetti di entrambi i criteri esaminati, ne esiste qualcun altro che sia, nel contempo, giusto e seriamente applicabile? Per dare una risposta, partiamo dal ragionamento su quanto costi alle famiglie mantenere un figlio agli studi.

In Italia ci sono grosso modo cinquanta città che sono anche sedi universitarie, e non tutte con tutte le facoltà, e non tutte ben organizzate e con un valido corpo docente (molte sono di recentissima istituzione, e la storia anche in questo caso conta molto!).
Per gli studenti che già risiedono in queste città il costo degli studi è rappresentato unicamente dalle tasse e dall’acquisto dei libri. Per quelli che abitano in centri dai quali queste sedi universitarie sono facilmente raggiungibili con i mezzi pubblici o con l’auto, c’è il costo aggiuntivo del trasporto. Infine, per quelli che abitano nei centri dai quali non è possibile spostarsi quotidianamente – per la lontananza o la mancanza di rapidi collegamenti – ai precedenti costi si sommano quelli dell’alloggio, dei pasti fuori casa, lavanderia, telefono ecc. Per questi ultimi il costo complessivo è almeno il quadruplo rispetto a quello delle prime due categorie.

Quanti sono questi ragazzi, che per studiare devono fittarsi una stanza e farsi da mangiare o andare in una modesta tavola calda? Da alcune tabelle, pubblicate sul sito del miur, si possono ricavare elementi quasi certi in relazione ai flussi da una regione all’altra – argomento su cui mi riservo di indagare più minuziosamente in seguito – ma è difficile poi avere i dati relativi agli spostamenti all’interno della stessa regione. Credo comunque che questi “emigranti della cultura” siano in numero ragguardevole: ci sono intere città, e non solo in Italia, che su questo fenomeno fondano buona parte della loro economia. Basti pensare a Padova, Pavia, Bologna, Pisa, Siena, Perugia, Urbino, Salerno, ed ora anche Lecce e Cosenza, dove statisticamente si riscontra la presenza di uno studente universitario ogni quattro o cinque abitanti! Per altre città l’apporto economico dei fuori sede è forse meno determinante, ma per nulla irrilevante.

Bene, cosa ne direbbero i nostri politici, tanto quelli al governo quanto quelli dell’opposizione, di dare - in omaggio al principio di solidarietà - un aiutino prima di tutto a questi ragazzi che partono con uno “svantaggio consistente e dimostrabile”, sempre a patto che - in omaggio al principio del merito - ogni anno essi dimostrino anche di essere in regola con gli esami? A me sembra una buona idea. Si può discutere di questo, anziché dei capelli di Berlusconi? Mettiamo da parte le questioni di lana caprina.
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venerdì 23 luglio 2010

Questo è mio fratello

Il fatto che la massoneria in via ordinaria coopti nel suo seno le categorie sociali più privilegiate sotto il profilo della professione e del reddito, fa di essa una organizzazione settaria e antidemocratica. Ciò rende poco coerente l'affiliazione ad essa da parte di intellettuali che nel contempo svolgono attività politica in quei partiti che rappresentano tutte le categorie sociali.
Mi viene piuttosto difficile pensare che la stessa persona che un certo giorno partecipa all’assemblea di un partito politico, dove si dibattono i problemi della città e dello Stato, possa il giorno seguente chiudersi segretamente in un locale insieme ad altre persone, indossando strani abiti e paramenti, per fare qualcosa che rassomiglia fortemente alla celebrazione di riti medioevali di dubbio gusto.

Non ho avuto notizia di queste associazioni fino al clamoroso caso della Loggia P2 e - ritenendo poi, erroneamente, che la condanna della struttura e degli scopi di quest'ultima costituisse ormai un solido baluardo contro la sua ingerenza negli affari pubblici - non ho più dedicato attenzione al fenomeno. Ne sentii riparlare dopo circa dieci anni, quando qualche giornale svelò che personaggi, che occupavano alte cariche istituzionali dello Stato, erano stati membri di quella particolare associazione segreta, e si seppe inoltre che alcuni noti personaggi erano vicini alla massoneria regolare. All'inizio fui incredulo, ma le voci erano diffuse e concordi e, secondo qualcuno, la cosa trovava parziale conferma negli elenchi di cui era venuto in possesso il procuratore Agostino Cordova, che - come il Capitano Bellodi nel libro di Sciascia "Il giorno della civetta" - per l'eccessivo zelo fu presto trasferito dalla sua sede in modo che non potesse più nuocere.

Conscio della mia ignoranza sul fenomeno, durante le vacanze chiesi al mio amico Antonio R., uomo in cui la saggezza fa a gara con l'intelligenza, cosa ne pensasse. La risposta fu lapidaria, e mi fece capire perché, per tanti secoli, la religione cristiana si fosse opposta alla massoneria.
“Vede quella signora che ora sta attraversando la strada? Quella, è mia sorella. – disse - E vede quell'uomo che sta entrando in quel negozio? Quello, è mio fratello. Io, i miei fratelli, non li cerco fra le persone iscritte in un elenco”. E, trasformando il suo consueto sorriso aperto in una smorfia quasi di disgusto, sillabò la parola “e-len-co”.

Qualche anno fa, indagando sul web, fra i tanti articoli in cui si enunciano i bei principi illuministici e patriottici a cui le logge dichiarano di ispirarsi, trovai una breve indagine, fatta nel '92 dall’Eurispes nell'ambito dell'annuale Rapporto Italia, dal titolo "Capitolo II, Legalità/Illegalità, Scheda 19, La massoneria in cifre". Lo studio veniva pubblicato oltre che dall'Eurispes dallo stesso sito del Grande Oriente, ma di esso oggi rimane traccia solo in un libero forum alla pagina
http://www.exibart.com/forum/leggimsg.arte~iddescrizione~68657~pagina~19~filter~
e dovrebbe comunque essere reperibile, previa iscrizione, sul sito dell'Eurispes.

La scheda citata offre dei dati numerici interessanti, tratti dall'inchiesta del procuratore Cordova (numero delle logge, incidenza degli iscritti su 100.000 abitanti, distribuzione geografica e professione), ma a questi premette interessanti considerazioni sulla natura e gli scopi della massoneria in generale e di quella "deviata" in particolare (Cordova nel corso di un'indagine parlamentare dichiarò, fra l'altro, che non è sempre facile distinguere fra massoneria deviata e logge regolari).

Ecco quanto affermato dagli studiosi dell'Eurispes circa la massoneria in generale:

- "Solitamente coloro che si iscrivono alla massoneria sono professionisti affermati o persone che comunque godono di status socioeconomico alto e medio-alto".
-"Cordova lamenta la parzialità degli elenchi sequestrati in quanto (...) numerosi libero muratori sarebbero stati affiliati all'orecchio del maestro; in altri termini, la loro appartenenza alla massoneria non risulterebbe da alcun documento".
- "Le relazioni che si stabiliscono all'interno delle logge prevedono la presenza di un capo e di una gerarchia che non tiene conto delle attività professionali dei singoli libero muratori. Ciò può creare pericolose interferenze nel momento in cui, ad esempio, il magistrato massone si trova a dover giudicare l'imprenditore suo maestro".

Sulla massoneria "deviata" l'Eurispes è ovviamente ancora più severa:

-"La massoneria deviata si pone spesso al centro di intrecci tra politica, mafia, magistratura, imprenditoria¬”
-"La massoneria deviata storicamente si è contraddistinta per due caratteristiche: primo, per la grande capacità di sviluppare profitti grazie all'elaborazione di fitte interrelazioni clientelari e affaristiche. Secondo, per la capacità di canalizzare il complesso di tali relazioni (...) entro un progetto unico e finalizzato, non di rado, a influire sulle dinamiche politico-istituzionali".

Il 6 febbraio 2004 in un articolo rintracciabile sul sito "Carmilla", alla pagina http://www.carmillaonline.com/archives/2004/02/000606.html si legge una interessantissima considerazione:

"Una cosa va chiarita: l'adesione ad una loggia massonica non è reato (lo era nel caso della P2, strutturata come segreta, oggetto di innumerevoli inchieste, i cui affiliati sono stati coinvolti in vicende di eversione, stragi, tentati colpi di Stato, depistaggi). Al di là di questa fondamentale precisazione, é assodato che buona parte degli italiani che non contano niente (... ) si chiedano quale sia il motivo che spinge un individuo ad aderire ad una loggia massonica, se non la speranza di assicurarsi favori che non sarebbero ottenibili per vie legali o con l'ausilio del solo sudore della fronte."

Si dirà che queste sono considerazioni inattuali: il rapporto Eurispes è del 1992, l'articolo di Carmilla è del 2004 e le indagini di Cordova ovviamente non sono approdate a nulla. Ma nel 2007 il pm John Woodcock avvia un’indagine su una loggia massonica deviata e il giornalista Ferruccio Pinotti, nel libro "Fratelli d'Italia", in copertina si chiede: “Quanto conta la massoneria?”. In quarta di copertina risponde con la citazione degli atti dell'inchiesta del pm De Magistris: “Gli intrecci affaristici tra politica, imprenditori, massoneria e poteri occulti rappresentano, ormai, un sistema collaudato (... ) Emerge da esso la spartizione del denaro pubblico, il finanziamento ai partiti, il ruolo di lobby e poteri occulti deviati”.
Ma anche De Magistris, come Cordova, è stato subito rimosso dalla sua sede.
Ed ecco oggi spuntare la loggia P3.
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(Nella foto: "Le bon samaritain" di Francois-Leon Sicard - Parigi)
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lunedì 28 giugno 2010

Sul Po, dai mulini alle armi

Quando su google si inizia a digitare un nome, già alle prime lettere il motore di ricerca ne suggerisce alcuni fra quelli più noti. Ad esempio, non appena componete le lettere“umbe”, google lo trasformerà subito in “Umberto” e a fianco appariranno in ordine i cognomi di Saba, Bossi, Eco, Galimberti e Veronesi. Fatto salvo il poeta, vedere questi ultimi tre essere preceduti da Bossi, lì per lì m’ha fatto un po’ senso, ma subito mi sono dato una ragione del fatto che quest’ultimo fosse più “cliccato”: chi non prova una certa curiosità a saperne qualcosa di più, di quanto non emerga oggi sui media, sul profilo del politico? Al momento dell’exploit della Lega, i giornali avevano fatto trapelare qualcosa sul suo passato ma, con l’incalzare degli eventi, l’occhio della stampa si rivolse maggiormente al quotidiano, e alle sue imprevedibili sortite. Di quelle prime indagini biografiche, ricordo qualche accenno a una sua precedente iscrizione al partito comunista e poi un curriculum degli studi, per il quale neppure il figlio-trota ha motivo di provare invidia.

Non disponendo in casa di una sua biografia (di Berlusconi ce ne sono tante, di suo invece c’è poco o nulla) e rinunciando, per ovvi motivi, alla consultazione della vecchia Treccani ereditata dalla suocera, proseguo dunque la mia ricerca su google, accontentandomi di quanto dice Wikipedia. Bene, dall’enciclopedia “volatile” risulta che oggi egli ha sessantotto anni (gliene davo di più!) e su di essa trovo anche conferma di quanto ricordavo circa la sua prima militanza politica e gli studi. Si aggiunge poi che a 34 anni si sposa mentre è ancora iscritto alla Facoltà di Medicina. Quando di anni ne ha 38, la moglie, la prima, gli dà però un ultimatum: un lavoro fisso è necessario per portare avanti la famiglia. Ma dopo tre anni si vede costretta a chiedere il divorzio: al marito, ormai quarantunenne, per la laurea mancano ancora 11 esami!

Ma proprio in quell’anno il nostro moderno Brancaleone scopre le sue nuove radici etniche, si dà arie di moralizzatore della vita pubblica, ritrova nel proselitismo quell’occupazione stabile verso la quale la moglie lo aveva inutilmente spinto, e in Italia trasforma il conflitto sociale in conflitto territoriale. “Melàno” dice storcendo la sua larga bocca, per ridicolizzare i suoi primi nemici, gli immigrati provenienti dalla “terronia”. E su questa scia trova in fretta i primi seguaci: evidentemente la cultura non serve molto per far politica, visto che l’unico suo titolo di studio è ancora quello di perito tecnico, ottenuto nella scuola per corrispondenza RadioElettra.

A 43 anni conosce poi Manuela Marrone, che sposa, però, solo quando di anni ne avrà 53. Cosa abbia indotto questa maestrina siciliana a sposare, oltre che lui, anche la passione antimeridionale del marito, è cosa che sul momento lascia alquanto perplessi; ma una spiegazione sociologica è possibile: un ribaltamento di status che la sottrarrà stabilmente alla subalternità subìta e la farà salire sul “carroccio”. E lei non è l’unica a farlo fra i terroni del nord: avranno tutti avuto la loro bella convenienza!

Questo è il personaggio che precede, su google, i proff. Eco, Galimberti e Veronesi, e che dice di poter disporre di dieci milioni di uomini pronti ad imbracciare il fucile ad un suo cenno. La prima cosa che mi si affaccia alla mente è l’ingratitudine di quest’uomo: nel 2004, dopo due mesi di coma, il Padreterno lo tira su per i capelli, e subito dopo lui parla di fucili. Il secondo pensiero riguarda un enigma: come farà a trasformare tre milioni di voti in dieci milioni di fucili? Le tre regioni in cui la Lega è presente contano 19 milioni di abitanti. Tolte le donne, che probabilmente e saggiamente preferiscono continuare a fare il risotto, tolti vecchi e ragazzi, che solo Hitler nel mondo occidentale mandò a combattere, e tolto infine quel 75% di persone che, la Lega, neppure la vota - è ancora possibile, mi chiedo, trovare dieci milioni di persone disposte a imbracciare il fucile? Al massimo si potrebbe trovarne due milioni e dare ad ognuno di esse cinque fucili, ma ciò comporterebbe uno spreco troppo deprecabile per uno che antepone l’economia a tutto il resto. E chi li imbraccerebbe poi questi fucili? Non lui, mi pare, data l’età e le condizioni psico-fisiche. Chi altri allora, se non i giovani padani? Felici, lui pensa, lasceranno in massa le fabbriche e le aziende familiari, diranno addio alla moto e alle discoteche, daranno un bacio alla morosa e alla mamma e s’inerpicheranno su per l’Appennino tosco-emiliano, per sparare. Cosa c’è di più esaltante per un signor perito, quasi settantenne, del vedere il sangue delle camicie rosse e delle camicie verdi bagnare le dolci colline toscane e i lembi della fertile pianura padana?



Forse sono troppo pessimista, ma io temo che, se si continuerà a fare orecchio da mercante, o a dire che si tratta solo di scherzi e malintesi, le scene qui paventate possano anche diventare realtà. Perché se Bossi veramente disponesse di tanti fucili, anche gli altri potrebbero armarsi. Forse lo farebbero i nipotini di quelli che nel 1915 dalle città e dalle campagne di Palermo, Bari, Napoli, Roma e Firenze risalirono su per le Alpi per sparare contro gli Austriaci. Ma a sparare forse sarebbero anche i bolognesi e i genovesi, che poco hanno da spartire, per tradizioni e cultura, con la Lega. E a questo punto, forse, Austriaci e Tedeschi, aiutati dalle teorie leghiste, si ricorderebbero che in Alto Adige si è sempre parlato il tedesco e che il principio di autodeterminazione vale anche per loro. E forse gli Sloveni potrebbero pensare che sulle Alpi carniche e giulie qualche cocuzzolo potrebbe far comodo anche a loro. Ci saranno fucili anche a nord del nord e ad est dell’est? Insomma tante cose potrebbero essere rimesse in discussione, finchè non spuntasse un nuovo Metternich o non si tornasse a fare due chiacchiere a Yalta. Peccato che le letture del sig. Bossi si siano fermate ai manuali di Scuola RadioElettra ed ai riti celtici: una buona infarinatura di storia patria avrebbe evitato a tutti noi alcuni pericoli, e a lui tante, ma tante, figuracce.
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mercoledì 2 giugno 2010

Grecia, la piccola madre


Da cosa si giudica oggi un uomo? Dai vestiti, la casa, la macchina, la facilità con cui può spendere. E da cosa si giudica oggi uno Stato? Dal debito pubblico e dal Pil. Solo e sempre, il denaro.
E’ per questo che la madre della civiltà mediterranea è oggi considerata solo un piccolo Stato. Che l’Europa dei “grandi” ha a malapena ammesso nell’Unione, e comunque è sempre pronta ad allontanare come si farebbe con un vecchio barbone che ha cercato di fregarvi cinquanta centesimi.
La storia ormai non conta più, si sbriciola in giorni, mesi ed anni, e lo sguardo non si allunga più ai secoli e ai millenni. E così la Grecia è oggi solo un paese di dieci milioni di abitanti, con poche industrie e poche strade. Il fatto che ci abbia insegnato l’abc del ragionamento e dei canoni estetici, non è più nella memoria collettiva e, se anche vi fosse, non varrebbe a nulla perché, quando l’unico valore che guida l’azione è l’arricchimento, non esiste più il sentimento della gratitudine, capace di legare il presente al passato.
E’, ormai, la Grecia, simile a una piccola madre che ha generato, allattato, insegnato a stare in piedi e a correre, fatto capire la realtà con le favole e i discorsi e indicato la via della virtù. Ma, adesso, vecchia, povera, malandata, incapace di tenere il passo dei più giovani, viene rimproverata, derisa e minacciata di essere cacciata via.
Io ne provo vergogna. E lei, signora Merkel?
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