venerdì 25 novembre 2016

Italicum 2015 e Referendum 2016: l’oscura strategia di Renzi

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A circa dieci giorni dallo svolgimento del Referendum Costituzionale relativo alla riforma della seconda parte della Costituzione, mi prudono le mani e, poiché non le ho mai usate né mai le userò per manifestare la mia indignazione verso qualcosa o qualcuno, mi limiterò a scaricare il prurito sulla tastiera del computer.
Matteo Renzi, il giovanotto della ‘Ruota della fortuna’ e dall’incedere spavaldo, ha fatto approvare da un Parlamento dichiarato illegittimo una riforma della Costituzione che in pratica cambia la composizione e le attribuzioni del Senato della Repubblica.
Dal punto di vista giuridico poteva farlo perché la Corte costituzionale, pur bocciando il sistema elettorale con cui i deputati sono stati eletti, stranamente non ha inficiato la loro permanenza in carica. Non poteva farlo però dal punto di vista politico, perché la maggioranza che ha approvato la norma in questione è costituita da persone che alle elezioni non hanno avuto la maggioranza dei voti.
Ciò premesso, vado ora a contestare due scelte, particolarmente subdole, connesse a questa riforma.

1) La Legge Costituzionale è stata preceduta da una Legge sul sistema elettorale, che in pratica ripropone il Porcellum e assegna una maggioranza parlamentare del 54% a quella forza politica che, al netto del crescente astensionismo, potrebbe raggiungere al primo turno anche un risultato elettorale del 15-20% (data la frammentazione partitica italiana, l’ipotesi è largamente plausibile!).
Il fatto che la riforma della Costituzione sia stata strategicamente preceduta da una legge elettorale - che elimina i partiti piccoli e assegna ai partiti più forti quasi il doppio dei seggi ottenibili col sistema proporzionale - mette in pericolo gli equilibri democratici.
Se il Senato non può più votare le leggi ordinarie ed esprimere eventualmente la sfiducia al Governo, anche una piccola forza politica - che oggi è il PD, ma domani potrebbe essere un partito di ispirazione più marcatamente autoritaria – avrebbe la possibilità di governare a suo piacimento, senza alcun controllo istituzionale e popolare.

2) Per correttezza formale e sostanziale, la domanda che si pone al cittadino in un Referendum non dovrebbe mai essere formulata in modo tendenzioso. E invece ciò che ogni elettore leggerà il 4 dicembre sulla scheda col SI e col No, tendenzioso lo è, e non di poco.
Nel Referendum del 2001, ad esempio, il testo era asciutto, giuridicamente corretto: "Approvate il testo della legge costituzionale concernente "Modifiche al titolo V della parte seconda della costituzione"?".
In quello del 2005 il testo era: "Approvate il testo della legge costituzionale concernente modifiche alla parte II della costituzione?".
Nel Referendum confermativo del 4 dicembre 2016 il testo è purtroppo ben diverso: "Approvate il testo della legge costituzionale concernente "disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del Titolo V della parte II della Costituzione"?". La differenza e la tendenziosità di quest’ultima formulazione salta anche agli occhi della persona più sprovveduta.

Per evitare ciò si poteva formulare il quesito in modo simile a quelli del 2001 e del 2005. Si dirà che, in questo modo, il cittadino poco politicizzato non avrebbe capito bene di cosa si trattasse. Ma ciò non corrisponde alla realtà, perché da molti mesi ormai tv, giornali e social network hanno trattato il tema abbondantemente.
Il problema vero è che in questo caso sarebbe mancata l’espressione ‘superamento del bicameralismo’, che implica logicamente che ‘la norma proposta è migliore di quella in vigore’; e sarebbero mancate le espressioni ‘riduzione del numero dei parlamentari’ e ‘contenimento dei costi’ che, prive di più approfondite spiegazioni, sono per gli Italiani come per le mosche il miele.
Non possiamo valutare in anticipo quanti voti farà guadagnare questo gioco politicamente e moralmente scorretto. Se, a questi voti, si dovessero poi sommare quelli guadagnati col sorriso immutabile e ipocrita delle showgirl di cui Renzi si circonda, il 5 dicembre potremmo avere delle brutte sorprese.
Facciamo informazione e… gli scongiuri di rito ritenuti più efficaci. Ognuno in modo ‘personale, libero e segreto’ (art. 48 della Costituzione). Per questi non ci sono premi di maggioranza!
c.m.

venerdì 30 settembre 2016

Diego Fusaro: Marx, l’immigrazione e l’esercito industriale di riserva

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E’ la seconda volta che ‘sbobino’ un’intervista di Diego Fusaro; che io ricordi, il solo autore per il quale ho usato tale metodo di divulgazione del pensiero. Il ‘parlato’ è più fruibile, lo scritto lascia il tempo necessario per meditare, la trascrizione del ‘parlato’ forse somma entrambi i pregi.

La prima volta l’ho fatto quattro anni fa, in occasione della presentazione del suo libro ‘Minima mercatalia’. Ne condividevo appieno il nucleo centrale, cioè la ‘fine del pensiero dialettico’ - concetto che a me ricordava tanto Marcuse (1) - ma mi dissociai dall’imputare tale involuzione al movimento studentesco del Sessantotto, figlio ideologico dello stesso Marcuse, vedendone invece la causa nel trionfo del neoliberismo e nella dissoluzione dell’URSS, realizzatisi nel corso degli anni Ottanta.(2) Una vicinanza temporale non casuale!

Sull’intervista, che oggi riporto per iscritto qui di seguito,(3) non posso invece che essere totalmente d’accordo, anche perché contiene molte considerazioni analoghe a quelle che nel 2012 avevo esposte in un articolo dal titolo quasi identico: “Marx: l’esercito industriale di riserva"(4)
La differenza consiste nella diversa angolazione dello stesso fenomeno: io denunciavo allora la convenienza del capitalismo a delocalizzare le attività produttive nei paesi a basso costo di manodopera; il Prof. Fusaro – dopo l’incremento dei flussi migratori causati dalla nascita dell’Isis e dalla fuga massiccia e costante dai luoghi di guerra e di povertà – denuncia invece l’interesse del capitalismo europeo a stimolare e favorire l’immigrazione di quei lavoratori che si accontentano di un più basso salario. Credo che le due ipotesi non siano per nulla in contraddizione, ma facce della stessa medaglia.
Cataldo Marino

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<< Quando si parla di immigrazione occorre riflettere sulla cosa stessa, evitando i due poli opposti, in realtà segretamente complementari, dell’idiotismo xenofobo delle destre e del buonismo acefalo delle sinistre. Occorre dunque tenersi a debita distanza sia dall’odio programmatico verso i migranti sia dall’elogio, a priorico e lacrimevole, dell’immigrazione. Occorre invece ragionare sulla cosa stessa in termini filosofici, e un buon punto di partenza per comprendere i processi migratori di massa oggi in atto può essere costituito dalle riflessioni che sull’esercito industriale di riserva dei lavoratori viene svolgendo Carlo Marx nel Primo Libro del Capitale, dove sostiene espressamente che il capitale vive di una sovrappopolazione di lavoratori, di modo che sia sempre presente un esercito industriale di riserva, di non lavoratori pronti ad essere integrati nella filiera della produzione e dunque tali da esercitare una pressione al ribasso sui contratti dei lavoratori concretamente impiegati nella filiera della produzione.

Il capitale ha bisogno, dunque, sempre di nuovi sfruttati, ha bisogno nella fattispecie degli immigrati, non certo per integrarli, bensì per usarli nella lotta di classe, per usarli come carne da cannone, potremmo dire senza riserve; per tenere bassi i costi della forza lavoro; per esercitare una pressione al ribasso sui lavoratori autoctoni; per creare - complici le retoriche xenofobe delle destre - l’ennesimo conflitto fra gli ultimi, fra lavoratori autoctoni e lavoratori stranieri, di modo che, anziché crearsi la coscienza di classe e la verticalizzazione del conflitto verso il capitale, si crei un’ennesima guerra fra gli ultimi, fra chi sta in basso. 

 Ecco cosa scrive Marx nel Primo Libro del Capitale a proposito dell’esercito industriale di riserva: “Ma se una sovrappopolazione operaia è il prodotto necessario dell’accumulazione, ossia dello sviluppo della ricchezza su base capitalistica, questa sovrappopolazione diventa viceversa la leva dell’accumulazione capitalistica, e addirittura una della condizioni di esistenza del modo di produzione capitalistico; essa costituisce un esercito industriale di riserva disponibile, che appartiene al capitale in maniera così completa come se quest’ultimo l’avesse allevato a sue proprie spese, e crea per i mutevoli bisogni di valorizzazione di esso il materiale umano sfruttabile, sempre pronto, indipendentemente dai limiti del reale aumento della popolazione”. 

 Cosa intende dire con ciò Marx? Egli ci suggerisce che è l’esito necessario della produzione capitalistica la creazione di una sovrappopolazione proletaria, di potenziali lavoratori salariati a cui estorcere il plusvalore. Perché? Perché il capitale getta nella massa dei diseredati, dei salariati, quelli che un tempo erano, all’interno della struttura feudale; potevano godere delle terre comuni, potevano godere di beni comuni. Il capitale produce una sovrappopolazione lavoratrice e, al tempo stesso, necessita di questa sovrappopolazione per tenere sotto ricatto costante la classe lavoratrice tramite quella sovrappopolazione, quel materiale umano sempre sfruttabile, sempre pronto a essere integrato nella produzione. 

 Ecco allora che il capitale utilizza i migranti e in generale la sovrappopolazione, non per integrarli, come ipocritamente dice, bensì per disintegrarli sempre più, utilizzandoli come materiale sfruttabile, ricattabile e sempre pronto a essere inserito nella produzione, e di più li utilizza in un duplice senso: in primis per creare conflitto fra gli ultimi, per creare un conflitto stupido e ignorante fra chi sta in basso, fra i lavoratori autoctoni e quelli stranieri, che invece dovrebbero solidarizzare e combattere insieme contro il nemico che sta in alto, che occupa il vertice della produzione; in secundis utilizza l’esercito industriale di riserva degli immigrati per fare pressione costante sul salario, giacchè i migranti, in forza delle terre da cui provengono, in forza della realtà storica altra da cui provengono, sono disposti a tutto pur di sopravvivere; sono disposti a fare per due euro all’ora, poniamo, ciò che i lavoratori autoctoni - complice la coscienza di classe, il sindacato, la storia particolare della lotta servo-signore – mai farebbero a meno di dieci euro all’ora. E in questo modo non viene innalzato anche il costo del lavoro dei migranti, non vengono portati anche loro al livello di diritto, come giusto sarebbe, dei lavoratori autoctoni; viceversa viene abbassato il costo dei lavoratori autoctoni, al ribasso verso quello degli immigrati; ecco in che senso è uno strumento della lotta di classe. 

 Dice ancora Marx a questo proposito che la sovrappopolazione, l’esercito industriale di riserva “incatena l’operaio al capitale in maniera più salda che i cunei di Efesto non lo incatenassero alla montagna”. Ecco in che senso trionfa la logica del capitale. Già nel 1845 – ricordo che Il Capitale di Marx, il Primo Libro, è del 1867 – Engels, quando pubblica La condizione della classe lavoratrice in Inghilterra, frutto di un suo viaggio nella condizione operaia inglese, nota già questo uso di classe dell’immigrazione, allorchè dice che l’operaio irlandese emigrato serve al capitale per abbassare i costi della forza lavoro dell’operaio inglese. E’ già compresa nitidamente da Engels questa valenza di classe, di sfruttamento intensificato dell’immigrazione. Engels dice testualmente “E’ questo il concorrente contro cui è costretto a lottare l’operaio inglese, un concorrente che si trova sul più basso gradino possibile in un paese civile e che appunto per questo ha bisogno di un salario minore di chiunque altro”. 

 Ecco perché per un verso la destra del denaro, l’élite finanziaria, il ‘nuovo signore’ diremmo con la grammatica di Hegel, ha bisogno degli immigrati, di nuovi schiavi da sfruttare illimitatamente, a cui estorcere pluslavoro a prezzi sempre più bassi. E, per un altro verso, la sinistra del costume, che è sovrastruttura ideologica della destra del denaro, fa continuamente l’elogio a priorico dell’immigrazione, senza mai comprendere invece che si tratta di un momento della lotta di classe in cui i migranti non vengono integrati, com’è giusto che sarebbe, ma vengono invece disintegrati, utilizzati come carne da macello nel conflitto di classe. Per questo non ha senso oggi prendersela con gli immigrati, a cui devono invece essere riservate quelle che Derrida chiamava ‘le politiche dell’ospitalità’. Occorre invece attaccare l’immigrazione e il capitale o, più precisamente, combattere il capitale come fonte da cui scaturisce anche il fenomeno dell’alienazione e dello sfruttamento del traffico umano ad essa connessa. 

 Potremmo anche dir così, sintetizzando: il nemico oggi non è chi ha fame, ma chi affama; il nemico oggi non è chi fugge, ma chi costringe i popoli a fuggire; il nemico non è chi è disperato, ma chi getta nella disperazione i popoli; il nemico è ancora una volta il capitale, per cui quelli che combattono gli immigrati sono dalla parte del capitale, alimentano questo idiotismo xenofobo tutto interno al capitale. Occorre invece, ripeto, verticalizzare il conflitto, creare un conflitto verso l’alto, verso il vertice, verso il potere capitalistico, che secerne a propria immagine e somiglianza i processi migratori, funzionali alla sua stessa logica di iper-sfruttamento dell’umano. >>

Diego Fusaro


Note

(1) Di tale affinità trovo un riscontro proprio nel tratteggio che lo stesso Diego Fusaro fa del libro di Herbert Marcuse “L’uomo a una dimensione”: 
L'uomo a una sola dimensione è l'individuo alienato della società attuale, è colui per il quale la ragione è identificata con la realtà. Per lui non c'è più distacco tra ciò che è e ciò che deve essere, per cui al di fuori del sistema in cui vive non ci sono altri possibili modi di essere. Il sistema tecnologico ha, infatti, la capacità di far apparire razionale ciò che è irrazionale e di stordire l'individuo in un frenetico universo cosmico in cui possa mimetizzarsi. Il sistema si ammanta di forme pluralistiche e democratiche che però sono puramente illusorie perché le decisioni in realtà sono sempre nelle mani di pochi.”  D. Fusaro http://www.filosofico.net/onedimensionman1.htm

“Il capitalismo non dice mai di essere ‘il miglior mondo possibile’, dice però di essere fatalmente ‘il solo mondo possibile’, squalificando le alternative, la possibilità di essere altrimenti” 
D. Fusaro https://www.youtube.com/watch?v=j6lf_1DFyyg

(2) http://ilsemedellutopia.blogspot.it/2012/08/diego-fusaro-minima-mercatalia.html

(3) https://www.youtube.com/watch?v=HfDsX7CLVIg

(4) http://ilsemedellutopia.blogspot.it/2012/10/marx-lesercito-industriale-di-riserva.html

martedì 12 luglio 2016

Activia 2016: analisi di uno spot televisivo (divagazioni estive)


Scrivere di uno spot pubblicitario è una cosa che sconcerta me stesso. Se a questo aggiungo poi il timore di sconcertare anche altri (immagino già mia moglie un po’ accigliata e le amiche internaute prendere le distanze), forse sarebbe opportuno rinunciare. E invece, nonostante tutto, mi faccio guidare dal desiderio di farlo.
Guardo la tv quasi ogni giorno dalle 13.30 alle 14.30 e dalle 21.30 alle 23.30. Di quello che si vede durante gli intervalli pubblicitari, non mi accorgo neppure: li vedo, ma la mia coscienza se ne distacca, e quando mia moglie ne commenta qualcuno – per la piacevolezza o, più spesso, per il cattivo gusto – rispondo: “Sì, cosa? Ahhh, non ho visto”. Insomma, di un tg, di un film o di un talkshow seguo tutto, o quasi tutto, mentre durante gli stacchetti pubblicitari subisco una momentanea perdita di coscienza. Forse è perché li rifiuto; un rifiuto che mi spinge addirittura a non comprare quasi mai il prodotto che ne è oggetto.

Tutto ciò non toglie che una volta su mille qualche spot mi colpisca. E’ il caso dell’ultimo spot di Activia Danone.
Un giorno mia moglie stava cambiando canale e io ho detto: “Aspetta, aspetta, fammi vedere”.
Cosa c’era da vedere? Una ragazza, sulla riva di un lago, che si tuffa, si ritrova sott’acqua con una orchestra che suona Vivaldi, riemerge, assaggia due cucchiaini di yogurt, siede sul davanzale di una finestra continuando a gustarsi lo yogurt.
Direte: “Sei stato colpito dalla bellezza della ragazza”. Beh, io quello spot l’ho cercato persino su YouTube, per rivederlo e capire cosa veramente mi avesse colpito, e non dico che la ragazza non sia carina. Dico anche però che c’è dell’altro: la maestria del regista. Proviamo ad esaminare le immagini più rappresentative per vedere se è vero.

Fotogramma 1
Fotogramma 1 bis
Nella foto grande e in quella piccola si vede sempre la stessa modella, ma l’effetto mi sembra molto diverso. Nella Figura 1 la modella si vede riflessa nello specchio d’acqua in modo perfettamente simmetrico, ed è questo che la rende molto diversa dalle tante altre modelle carine che appaiono in tv. Nella Figura 1bis (ritagliata dalla figura grande) - priva del lago, del riflesso, delle montagne sullo sfondo e dell’alberello sulla sinistra – la modella sembra una Barbie qualunque.



Fotogramma 2
Qui colpisce la nitidezza dell’immagine e i tratti belli del volto; forse un po’ anonimi, ma perfetti.



Fotogramma 3

Fotogramma 4
Per queste foto vale quanto detto a proposito della foto n. 1. Senza quello sfondo, prima le gambe e poi il corpo della modella sarebbero uguali a quelli di una qualunque nuotatrice che si tuffa dal bordo di una piscina.


Fotogramma 5
Un fotomontaggio suggestivo arricchito da un breve brano di Vivaldi

Fotogramma 6
Questo fotogramma me ne ricorda un altro: quello di Bo Derek in un film. Una ‘Nascita di Venere’?


Fotogramma 7

Qua non si vedono né il volto né le gambe per intero. Protagonista del fotogramma è il costume da bagno, che a mio giudizio è veramente bello.


Fotogramma 8
Qua i due elementi della regia – bellezza della modella e sfondo – si intrecciano.
Il viso della modella non ha nulla di particolare, ma le gambe…

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Lo spot (https://www.youtube.com/watch?v=-ywjqi65pUw)  dura in tutto 30 secondi:
7’’ per il tuffo in acqua (immagini 1, 2, 3, 4)
6’’ per il nuoto in acqua (immagine 5)
3’’ per l'emersione (immagini 6, 7)
6’’ per l’immagine dello yogurt e dei vasetti che lo contengono (qui scartata per ovvi motivi) e per un commento che invita al consumo,
3’’ per l’assaggio dello yogurt (immagine n. 8)
3’’ per l’immagine degli yogurt (vasetti di color verde, come il costume da bagno)

Cè equilibrio nei tempi e nei temi. Se l’uso del corpo femminile risulta utile alle aziende commerciali, lo si faccia almeno con garbo e con rispetto per la femminilità.

Il caldo eccessivo a volte può dare alla testa.
Buon bagno a tutte e a tutti!
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martedì 28 giugno 2016

“Stanno tutti bene” di Giuseppe Tornatore, con Marcello Mastroianni, 1990

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Scena seconda

Scena prima. Matteo Scuro (Marcello Mastroianni), settant’anni circa, ex impiegato dell’ufficio anagrafe del comune siciliano di Castelvetrano, dà inizio al film con un breve monologo - per lui un dialogo - rivolto alla moglie, o meglio alla sua foto, che sta di fronte al tavolo su cui sta cenando. Da solo.

“Angela, lo vuoi sapere perché sono contento, eh? Avanti, fammi questa domanda.
Come? Mi prendono per pazzo? No, no, a Matteo Scuro nessuno lo prende per pazzo, puoi stare tranquilla. Io lo dico a tutti di farmi le domande, perché non ho paura di rispondere, qualunque sia la domanda. Noi ci chiamiamo Scuro, ma… non abbiamo niente da nascondere, tutto alla luce del sole. E allora, avanti, fammi la domanda.
Perché sono contento, eh? E te lo dico io perché sono contento. Perché sento nell’aria il profumo della zagara, che viene dalla campagna. Senti, senti pure tu? E quando la zagara è nell’aria, significa che poco ci vuole, e arriva l’estate.
Che c’entra l’estate? Eh, c’entra, c’entra. Ho affittato cinque… cinque… come li chiamano? Aiutami. E’ una parola russa… bungalow. Cinque bungalow al nuovo stabilimento balneare. Così facciamo una bella sorpresa ai ragazzi, quando vengono a passare le ferie. Chi lo sa, forse questa volta ci riusciamo a metterli tutti attorno a un tavolo come ai vecchi tempi. 
Ti piace? Sei contenta? Mi pare di sentire pure le cicale. Zitti, zitti, zitti. Cicale sono! Buon segno.”

Scena seconda. L’estate è passata, e nessuno dei figli è andato a trovarlo. Matteo Scuro va sulla scogliera, dove il gestore del lido sta facendo smantellare i bungalow, e dall’alto lo chiama a gran voce

- Lopiparooo! (Lopiparo risale il costone) Signor Lopiparo, ci restituisco le chiavi.
- Mi dispiace, don Matteo. Soldi buttati al vento.
- Che ci volete fare. Le sorprese sono così: c’è quando riescono, e quando non riescono.
- Che ci putimo fare, don Matteo? Padre mio!
- Grazie, tante belle cose.
- Arrivederci, don Matteo. Arrivederci.
(Matteo ritorna sui suoi passi e, urlando, richiama il signor Lopiparo, che intanto è ridisceso lontano, nella parte bassa della scogliera)
- Lopiparooo! Lei, lo vuole sapere perché non sono venutiiii?
- Mahhh?
- Me lo do-man-di, me lo do-man-di, per-ché non so-no ve-nu-ti.
- Perchè non sono venutiii?
- Il lavoro. Troppo lavorooo.
- Meglio cosiiii! Allora aspettiamo che arrivi la prossima estateeee.
- Lei si, caro Lopiparo. Io, nooo!

Scena terza. Mentre sta preparando le valige per andare a trovare i figli, in continente, Matteo si rivolge di nuovo alla foto della moglie.

“Domanda: Possono, un padre e una madre, stare in pace, se hanno i figli lontani, e li vedono ad ogni morte di papa? Ma possono, un padre e una madre, stare in pace, se non sanno manco dove immaginarseli, questi figli? Se non hanno mai visto la casa dove vivono, il letto dove dormono, il palazzo dove vanno a lavorare, il bar dove vanno a prendere il caffè? Risposta: No, cento volte no!
(Sistemando le camicie nella valigia) Non scordare le mutande lunghe. E la cravatta di cashmere, che mi hai regalato tu. E le gocce per la pressione, che… non si sa mai. E non mi fare il muso, poi ti racconto tutto. Ti porto pure le fotografie.”

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Il film forse è già quasi tutto in queste premesse. Resta da chiarire solo perché i figli durante l’estate non sono venuti. Matteo giustamente ha creduto in quello che gli dicevano, ma la verità che verrà progressivamente a scoprire nelle tappe del lungo viaggio dalla Sicilia a Torino, non è il “troppo lavoro”; è altra, diversa, e romperà progressivamente le sue illusioni.
Di Alvaro egli sa che lavora a Napoli nel settore amministrativo dell’Università; di Canio, sa che vive a Roma, che è sposato, che ha un bambino e che è destinato a una brillante carriera politica; di Tosca, che è nubile e lavora a Firenze nel campo dell’alta moda; di Guglielmo, che si fa onore in un’orchestra di Milano; di Norma, che occupa un posto dirigenziale in un’azienda telefonica.
Le bugie, per non essere scoperte, non devono mai allontanarsi troppo dalla realtà, e così i figli hanno sempre detto a Matteo qualcosa di vero, mescolato a qualcosa di non vero o di… non detto.
Alvaro a Napoli non è rintracciabile; tutti cercheranno di far credere a Matteo che egli sia in vacanza, ma, alla fine della storia, devono confessare che è morto tragicamente. Canio non è un politico, ma il portaborse di un parlamentare, per il quale fra l’altro scrive i discorsi che questi poi pronuncerà in assemblea. Tosca lavora sì nel campo della moda, ma è una delle tante ragazze che fanno le fotomodelle per biancheria intima, e qualcosa fa supporre che occasionalmente accetti anche di ‘far compagnia’ a persone facoltose dell’ambiente di lavoro; è ancora nubile, ma ha un bambino. Guglielmo fa veramente parte di un’orchestra, ma con un ruolo diverso da quello che aveva lasciato intendere: dà qualche colpo alla grancassa ogni cinque o dieci minuti; è sposato ed ha un figlio adolescente che da poco ha messo incinta una sua coetanea. Norma ha lasciato il marito e nell’azienda telefonica non dirige nulla: è un’operatrice che riceve e trascrive i telegrammi. Volendo riassumere, tutti hanno un impiego modesto e situazioni familiari fallimentari.

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Colgo nella diaspora dei figli una piccola ingenuità sociologica: le famiglie meridionali emigrate al nord tendono in genere a raggrupparsi nella stessa città (come in “Rocco e i suoi fratelli”) o almeno in città vicine. Qui forse l’idea delle cinque città importanti è stata suggerita, in un film destinato anche all’estero, dall’opportunità di far vedere il nostro… bel paese. Ma, a parte gli scorci bellissimi della costa settentrionale della Sicilia nella prima parte del viaggio, delle varie città che il treno infila una dopo l’altra, si vedono solo i posti più simbolici, quelli che tutti gli Italiani già conoscono: Montecitorio, Basilica di Santa Croce, una puntatina fuori programma alla spiaggia di Rimini e al suo parco delle miniature e, infine, La Scala e la Mole Antonelliana; fa eccezione Napoli, con i suoi uffici caotici e i suoi vicoletti anonimi e trascurati.

Ma il film “Stanno tutti bene” si riscatta ampiamente da queste piccole e un po’strane ingenuità per via di un Mastroianni ormai maturo, che al disincanto degli anni Sessanta fa subentrare una tenerezza infinita, e per il modo in cui Tornatore, in un’intelaiatura realistica, riesce ad inserire momenti surreali di alto livello artistico.
Mi riferisco al fatto che, nei rispettivi incontri coi figli, Matteo non li vede per come sono, ormai adulti, ma per come erano da bambini; e mi riferisco poi agli incubi che, via via che egli intuisce o scopre la realtà, turbano il suo sonno: una strana, gigantesca piovra che scende sulla spiaggia e rapisce i suoi bambini; e poi sua madre che lo partorisce sdraiata sui grossi mucchi di sale marino di una salina.

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Ma andiamo alla parte conclusiva della storia di Matteo, perché in questa si colgono dei risvolti importanti. Quando a Torino, ultima tappa del suo viaggio, Matteo è indotto ad origliare una agitata discussione notturna fra Norma e suo marito e capisce che, per evitargli un’altra delusione, non hanno piacere che lui si trattenga ancora da loro, egli sguscia via di casa senza neppure avvertire.
E’ notte fonda, e si ritrova sperduto in una periferia buia e nebbiosa; i binari della ferrovia sono vicini, ma non si vedono passare treni né automobili; non capisce in che punto si trova né cosa fare esattamente. Si ferma, stanco, sul bordo di una grande strada, si siede accanto alla sua valigia e, mentre aspetta non si sa cosa, sente la voce straniera di qualcuno che lo invita a passare la notte in uno scatolone libero, uno dei tanti che di volta in volta ospitano gli immigrati senza dimora. Dopo un attimo di perplessità, si accuccia nello scatolone indicatogli. Dalla nebbia gli sembra di vedere arrivare Norma e, nell’allucinazione, le parla:

- Norma, cosa è successo con tuo marito?
- Non sono innamorata di lui. Noi non andiamo d’accordo, però non abbiamo divorziato. Tu sei troppo attaccato al matrimonio, e soffriresti. Divorzieremo dopo, tanto non ho ancora incontrato una persona che mi capisce. Vivo da sola, con mio figlio.
(Arrivano lentamente dal buio gli altri quattro figli, anche loro piccoli come Norma, che rispondono a turno alle sue domande)
- Pure voi mi avete imbrogliato. Ma perché?
- La verità? E’ che non volevamo darti dispiacere, ora che sei vecchio, ammalato e ti resta poco.
- Tosca, quel bambino è tuo, vero?
- Sì, avevo paura a dirtelo, perché non so chi è il padre. Non sapevo come l’avresti presa. Ci sono tante altre cose che non ti abbiamo mai detto.
- Ma perché?
- Perché tu volevi che fossimo sempre più bravi. E gridavi, gridavi. Te lo sei scordato che ci picchiavi?
- Ma io, io, lo facevo per il vostro bene; perché crescevate forti. Alvaro, dove sei? Ma quanto devo aspettare per rivederti? Nella testa ci ho un pensiero brutto. Io ti vedo in un posto dove finisce la gente disonesta.
- Eh, ma anche se fosse: è pieno di innocenti. Ma non posso dirtelo dove sono.
- Di te, a casa, mi è rimasta solo la fionda. La brucio. (I bambini ridono) Ora che volete che faccia?
- Fai finta di niente papà. Fai finta di niente. E’ meglio per tutti.
- Ma cosa ci racconto a vostra madre?
- (in coro) Bohhhh!

E’ stata un’allucinazione, ma Matteo da quella ha imparato alcune cose importanti.
Durante il viaggio di ritorno, in treno ha un malore e viene ricoverato in ospedale, dove adesso vengono veramente tutti. Qui, chiama vicino a sé il nipotino adolescente di Milano e nell’orecchio gli sussurra “Tu e la tua ragazza, il bambino, tenetevelo. […] E poi un’altra cosa: non educatelo a diventare qualcuno, insegnategli a diventare uno qualsiasi”. Quasi la stessa autocritica a cui arriva Willy Loman in “Morte di un commesso viaggiatore”. (http://ilsemedellutopia.blogspot.it/2015/09/arthur-miller-e-la-storia-di-un.html)
Arrivato a Castelvetrano, Matteo va in cimitero a parlare alla moglie, morta da quattro anni:
“Adesso che sono tornato, fammi per favore questa domanda: “Com’è andata?”.(Pausa) Angela, ma che fai? Hai paura, a chiedermelo? E io… ti rispondo lo stesso. 
E’ stato un viaggio importante. Mi dispiace che non posso farti vedere le fotografie. Ho camminato assai. Ho scoperto tante cose. Per esempio, che la nostra terra non è bella di per sé, come dicono tutti. E’ bella perché, standoci dentro, le cose lontane sembrano migliori. 
Come? I nostri figli? I nostri figli stanno tutti bene.”

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“La nostra terra non è bella di per sé, come dicono tutti. E’ bella perché, standoci dentro, le cose lontane sembrano migliori.”
L’ultima frase di Matteo, messa nel momento conclusivo e più emozionante del film, può anche passare inosservata, e invece è frutto di una riflessione che forse merita qualche tentativo di approfondimento.
Qui la qualità della bellezza assume due diversi significati: uno puramente estetico e un altro relativo alla qualità del vivere. E’ il secondo significato, quello che porta alla conclusione, forse non limpida come un sillogismo, ma abbastanza congruente con la sua premessa.
Se si abita in un posto, pensando che - non in cielo dopo la morte, ma solo a poche centinaia di chilometri - ci sia una specie di paradiso, si vive sempre con la speranza di poterlo raggiungere, quando e se lo si vuole, senza grandi difficoltà e di poterci vivere felicemente.
Chi invece in quel paradiso sognato ha trovato, se non l’inferno, qualcosa che tutto sommato è peggiore della terra in cui vive, perde questa speranza. E la sua terra diventa a questo punto... meno bella.
Non so se ho interpretato nel modo giusto il concetto che Tornatore mette, in chiusura, nel copione. A me sembra l’interpretazione più probabile.

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Da segnalare, oltre quella di Mastroianni, la particolare interpretazione di Salvatore Cascio, l’enfant prodige di Nuovo cinema Paradiso, e di Michèle Morgan (nel ruolo di una anziana ma ancora bella e affascinante signora, che Matteo incontra casualmente in treno e con la quale ha un breve, tenero, casto flirt).

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Stanno tutti bene è un film drammatico del 1990. È stato presentato al 43º Festival di Cannes, ottenendo il Premio Ocic della Critica Ecumenica Internazionale e il Nastro d’argento del SNGCI (Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani) per il miglior soggetto originale.
Nel 2009 ne è stato realizzato un remake statunitense, Everybody’s Fine, e la parte che fu di Mastroianni venne affidata a Robert De Niro.
Il film è attualmente disponibile in versione integrale su YouTube
https://www.youtube.com/watch?v=vF5dPeqexiY

domenica 22 maggio 2016

Rossano-Corigliano. Dal campanilismo alla conurbazione.

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Fig. 1

Articolo anomalo, questo, che viene dopo quattro mesi di silenzio sul blog, forse spia impietosa dell’inizio di un lento declino.
Non ho mai parlato finora dei problemi della città in cui sono nato ed ho trascorso quasi tutta la vita, perché penso che in linea di massima quello che succede in periferia è quasi sempre il riflesso di ciò che accade nelle grandi città, e ciò che accade nelle grandi città quasi sempre dipende da ciò che accade nelle grandi capitali di tutto il mondo. I percorsi economici e culturali si irradiano insomma - lo sappiamo tutti – dai centri più popolosi e ricchi verso quelli piccoli e poveri, quasi mai accade il contrario.
Ci sono però dei margini ristretti entro i quali ogni città, come ogni persona, è artefice del proprio destino. E allora qualche volta vale la pena di occuparsene.

I luoghi di cui qui parlo si trovano su quel lembo di costa che racchiude la parte meridionale del Golfo di Taranto. Lì sorgeva 2.500 anni fa la città magnogreca di Sibari, della quale gli storici valutano in 300.000 il numero di abitanti e dal cui nome deriva l’aggettivo ‘sibarita’, cioè ‘raffinato e amante delle comodità e del lusso’; il che non è un gran bel complimento (!), ma dà un’idea della centralità di una volta in contrapposizione alla marginalità attuale.
Pochi chilometri a sud del luogo dove vissero i Sibariti (Fig. 1) sorsero, a partire dall’alto medioevo, vari centri urbani di diversa dimensione, fra i quali emergevano - per numero di abitanti, per attività economiche e per vivacità culturale – quelli di Rossano e Corigliano.
Poste un tempo su due diverse collinette per motivi di difesa, queste due cittadine non ebbero mai dei fini e delle strategie comuni. In linea d’aria esse erano lontane non più di dieci chilometri ma, ai fini dei commerci e degli scambi culturali, le comunicazioni erano rese difficili dalle tante piccole valli che l’altopiano della Sila, come in una serie di piccoli e grandi graffi, forma lungo tutte le pendici ioniche, e perciò anche fra le due città.

Da circa quaranta anni la situazione è però cambiata in modo radicale. I due centri storici si sono svuotati a favore dei nuovi nuclei urbani sorti in pianura; anche questi distano fra loro circa dieci chilometri, ma in automobile sono ora raggiungibili reciprocamente in pochi minuti e il territorio circostante è disseminato di numerose contrade di varia dimensione (dai 200 ai 1.500 abitanti). Si è così venuto a creare un tessuto urbano, non molto fitto ma continuo, che lascia immaginare possibilità di convergenze e integrazioni una volta impossibili. Cercherò qui di seguito, attraverso le immagini dei luoghi e alcune tabelle, di dimostrare come questo progetto possa trovare attuazione e quali ne siano i modi auspicabili.
L’esposizione del tema sarà forse meno geometrica rispetto agli articoli finora pubblicati. Per ora mi limito a gettare il sasso nello stagno, riservandomi in futuro di riprendere le mie considerazioni in modo più organico ed esaustivo.

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Visto più da vicino, il territorio compreso nel rettangolo sopra indicato si presenta come nella immagine sottostante ripresa da Google Earth.

Fig. 2


I nuclei urbani più importanti della zona sono, in ordine secondo il numero di abitanti, Rossano Stazione (23.000), Corigliano Scalo (13.000), Corigliano Centro (12.000), Rossano Centro (9.000) e Schiavonea (8.000). Le contrade dei due comuni hanno in totale circa 11.000 abitanti. La tabella che segue li evidenzia più in dettaglio (Dati Istat del 2013)

Tab. 1

Tornando alla figura 2, si può notare un piccolo cerchio giallo che evidenzia il punto equidistante di una strada in parte immaginaria, di circa 10 km, che potrebbe collegare i due nuclei abitativi principali e che segna pressappoco il baricentro dell’intera zona. (1)
In tale punto non è ipotizzabile progettare un nuovo nucleo residenziale per due importanti ragioni: 1) metterebbe in discussione la forte identità dei nuclei abitativi preesistenti; 2) implicherebbe la distruzione di vasti agrumeti su cui si regge una parte cospicua dell’economia locale.
E’ però ipotizzabile utilizzare una piccola parte di questo territorio per creare delle infrastrutture e dei servizi amministrativi e commerciali condivisi:
1) strade di collegamento rapido fra i nuclei principali
2) uffici municipali comuni per le due città
3) strutture sanitarie (ospedale unico completo di tutti i reparti)
4) enti previdenziali e tributari (Inps, Inail, Agenzia delle Entrate, ecc.)
5) uffici giudiziari (riapertura del Tribunale, istituito a Rossano nel 1861)
6) strutture sportive, ricreative e culturali (cinema-teatro e biblioteca)
7) strutture commerciali di vaste dimensioni (centro commerciale)

La creazione di un centro amministrativo e culturale unico non gioverebbe solo ai due Comuni interessati alla conurbazione, ma getterebbe le basi per lo sviluppo dell’intera zona circostante, politicamente ed economicamente succube da oltre un secolo degli interessi di Cosenza, capoluogo di provincia. (2)
La seguente immagine evidenzia come il baricentro dei due comuni coincida anche col baricentro di una vasta zona che va da Trebisacce a Cariati.

Fig. 3

I vantaggi di tutti i comuni della zona ad avere strutture amministrative ed economiche collocate fra i comuni di Rossano e Corigliano sono evidenziati nella tabella che segue.
Nella colonna n. 2 è riportata la distanza fra tutti i comuni interessati e il baricentro individuato fra Rossano-Corigliano (in media 30 km); nella colonna n. 3 la distanza fra i comuni interessati e il capoluogo di provincia (in media 100 km). Nella colonna n. 4 è stata calcolata la differenza fra la colonna n. 2 e la colonna n. 3 (la media fra tali differenze è ovviamente di 70 km). (3)

Tab. 2

Per una più precisa conoscenza del territorio, nella tabella n. 3 viene indicata la popolazione dei comuni sopra menzionati. Fra questi, in un primo momento, era stato incluso il comune di Acri (21.303 abitanti); è stato però successivamente escluso perché l’attuale vicinanza all’autostrada SA-RC fa sì che esso tenda a gravitare su Cosenza più che sulla Piana di Sibari.

Tab. 3
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A questo punto vorrei fare qualche considerazione personale sul destino dei nuclei abitativi collinari dei due comuni interessati alla conurbazione, Rossano e Corigliano.
Per motivi storici tanto le popolazioni quanto gli amministratori delle due città hanno finora perseguito l’obiettivo di rivitalizzare i rispettivi centri storici localizzandovi quasi tutti gli uffici, compresi quelli che sono a servizio dell’intero distretto della Piana di Sibari. Per tale motivo, ad esempio, Rossano vi ha ubicato la sede dell’Inps e del Tribunale e Corigliano il suo Ospedale Civile.
Tali scelte, fatte con spirito campanilistico, hanno contribuito a mantenere vivi antichi rancori e non hanno giovato in alcun modo all’economia dei vecchi nuclei abitativi. Per penuria di suolo edificabile in collina, questi uffici vennero situati ai margini della città, per cui l’utente residente in altri comuni era, ed è, costretto a maggiori tempi di percorrenza, senza che ciò abbia mai portato alcun contributo agli scambi economici e culturali.

I centri storici non si rivitalizzano con gli uffici ma con il risanamento edilizio, la tutela del patrimonio storico, inteso in senso lato, e la costituzione di attività commerciali ed artigianali favorite da consistenti, cioè convincenti, sgravi fiscali ed altre forme di incentivazione. Dagli anni Sessanta oltre ventimila persone si sono trasferite dai centri storici di Rossano e Corigliano nelle nuove strutture edilizie sorte in pianura, per godere di abitazioni più confortevoli e fruire delle più vaste ed economiche offerte della piccola e grande distribuzione; per frenare lo spopolamento dei vecchi centri è necessario creare le stesse opportunità.

Note

(1) Le cinque rette in rosso, da me tracciate nella figura, indicano la distanza in linea d’aria dei centri principali dal baricentro: 5 km da Rossano Scalo e Corigliano Scalo e circa 10 km dai rispettivi centri storici e da Schiavonea.

(2) Il problema della provincia di Cosenza si pone in modo serio se si considera che essa conta 735.000 abitanti e comprende 155 comuni, sparsi in un territorio montuoso di 6.700 kmq, la qual cosa rende difficili i collegamenti stradali. A questo si aggiunga il fatto che, mentre il capoluogo è collegato in 23 minuti alla linea ferroviaria tirrenica e in 50 minuti all’aeroporto di Lamezia, l’alto Ionio cosentino resta ancora privo di adeguati collegamenti ferroviari ed aerei. La creazione di un polo urbano di una certa consistenza serve anche ad avere un maggiore peso politico nella scelte regionali e nazionali.

(3) In alcuni casi la distanza per Cosenza attraversando l’altopiano silano è minore, ma i tempi di percorrenza sono maggiori e il percorso molto disagevole.

lunedì 21 dicembre 2015

Lidia Grimaldi: “Letterina di Natale al Padreterno”




Caro Padreterno, ho in mente da tempo di dirti un paio cose a proposito di Natale e poiché sono divenuta un po’… grandicella per scrivere la solita letterina a Gesù Bambino, che oltretutto non mi risponde mai, quest’anno ho deciso di scrivere a Te, giusto per togliermi qualche sassolino dalle scarpe che si fanno via via più strette.

Qui sul pianeta terra, come tu sai, ogni anno, all’avvicinarsi del venticinque dicembre, prepariamo il presepe, ognuno a modo proprio, cercando di ricostruire la scena della nascita di tuo figlio per filo e per segno come ce la raccontano da duemila e passa anni. Ora non sto a tediarti con gli ultimi dibattiti che hanno animato questa coda del 2015 intorno all’opportunità o meno della preparazione di questa sorta di teatrino, nel senso più sacro del termine eh!, anche perché dovresti conoscere bene le questioni dell’intercultura, delle emigrazioni, delle lingue e delle religioni che ora ci affliggono, avendoci messo proprio tu nei guai quando ti venne il ghiribizzo della torre di babele, ormai di ben misera altezza al confronto di certi grattacieli multilingue contro cui vanno a schiantarsi alcuni aerei, comunque non divaghiamo. E’ che prima ti trastulli a dividere - pure le acque, ti ricordi? - e poi ti dimentichi, e ora fra globalizzazione e internet le acque si richiudono su milioni di uomini donne e bambini in cerca della terra promessa ma senza la guida di quel Mosè che ben conosci e ti assicuro che la babele che avevi fatto tu è niente al confronto di quella che ci stiamo costruendo con le nostre mani.

Ma non stiamo ora a parlare di questioni utili solo a chi tira la solita acqua al suo mulino prendendo le solite posizioni da guerre stellari, la questione che mi preme è un’altra: la neve, ovvero il freddo che attanaglia molti popoli del pianeta terra in questo preciso periodo dell’anno in cui ricorre il genetliaco del tuo figliolo ultramillenario.

Ogni volta mi dico: ma è possibile che doveva farlo nascere in pieno inverno? Quando si dice che uno ce la mette tutta per rendere difficile la vita a un figlio sin dall’inizio!

Volevi farlo nascere povero, lo posso capire. Faceva parte del piano, ché si doveva essere chiari da subito con i fatti e non solo a chiacchiere su quella cosa che gli ultimi saranno i primi. E pure su quell’altra che anche se non si nasce re uno poi lo può diventare, sia pure con molti sacrifici e sofferenza (che poi ti posso garantire che non è mica vera per tutti questa cosa dei sacrifici e della sofferenza per diventare qualcuno, ci siamo fatti furbi e abbiamo scoperto che basta una raccomandazione e qualche bustarella per passare da sotto a sopra, e infatti è tutto sottosopra).

Ma non divaghiamo, torniamo a tuo figlio. Sai dirmi perché ci hai messo il carico del freddo di dicembre? Come ha fatto a non prendersi una polmonite è un vero miracolo. Uno di quelli di cui nessun vangelo parla. Avevano voglia a fiatare i due poveri animali della stalla! Il freddo è freddo, non si scappa. E non c’erano nemmeno gli antibiotici.

Insomma, diciamocelo, come padre non sei stato un granché. Lo hai messo in difficoltà sin da prima che nascesse. A lui e a quei poveri genitori terrestri. Cominciando dalla storia dello spirito santo che nessuno si voleva bere neanche a quel tempo che pure i miracoli erano all’ordine del giorno, come quello della manna che cadde dal cielo.

A proposito di questa manna, perché non ne fai piovere più da nessuna parte? Guarda che ce n’è ancora molto bisogno in moltissimi posti di questo pianeta. Terra. Te lo ricordi? E che, non lo so che ce ne sono tanti che devi controllare? E’ per questo che ci tengo a darti qualche coordinata specifica. Mi sa che ti sei messo a guardare troppa televisione e hai perso il senso della realtà. Lo sai o no che in televisione è tutto finto? Ti fanno credere che va tutto bene, dalle ragazze con la sesta misura ai panettoni sotto i camini, dal grande fratello al politico di turno che sistema le cose a chiacchiere. Spegni la tv e guarda quaggiù, qui dove nasce l’erba e aumenta la spazzatura.

Vedi quante cose ti stanno sfuggendo di mano? E quante te ne sono sfuggite negli ultimi duemila anni di storia? Su quelli prima, non stiamo a rivangare. Torniamo a tuo figlio.

Non ti sei accontentato di farlo nascere in povertà né di aver messo in difficoltà quel povero falegname di Nazareth. Hai voluto strafare e l’hai fatto nascere pure al freddo e al gelo di dicembre. Un vero e proprio accanimento. E non solo verso quel povero innocente del bambino Gesù, che non ne aveva affatto bisogno, considerato quel po’ po’ di programmino che avevi in serbo per lui, povero figlio. Ma anche verso l’intera umanità che a tuo dire amavi così tanto al punto da voler sacrificare per lei la vita del tuo stesso figlio.

Che poi questa storia del sacrificio dei figli tu ce l’avevi per vizio, diciamocelo francamente, e ci avevi pure provato diverso tempo prima col povero Isacco. Pensa se l’angelo fosse arrivato in ritardo per un improvviso guasto all’ala. Comunque non ti sei dato una calmata, nemmeno dopo Gesù. Li vedi o no tutti questi bambini che muoiono sulla terra ogni giorno e nemmeno un angelo a fermare la mano del boia prima che sia troppo tardi? Che cosa è successo agli angeli? Sono entrati in sciopero?

Tornando a questa cosa d’aver fatto nascere tuo figlio a dicembre, ti rendi conto che per festeggiare la ricorrenza della sua nascita tutti gli uomini di questo pianeta - la terra, guarda di qua, non ti distrarre, ci sei? - allora dicevo la gran parte degli uomini della terra sono costretti a festeggiare la ricorrenza della nascita del bambinello nei giorni più freddi dell’anno? Questo significa che se vogliono andare alla messa di mezzanotte minimo minimo devono avere un cappotto. E secondo te tutti hanno un cappotto?

Prendi poi i mercatini di natale. Lo sai il freddo che avevano domenica scorsa quei poveri diavoli degli ambulanti sotto i loro gazebo a vendere tutta quella mercanzia di angeli, pastori e cianfrusaglie varie?

Tu pensa se lo facevi nascere a luglio. Ce ne andavamo tutti al mare e i mercatini si facevano sulla spiaggia. Le vendite si sarebbero raddoppiate e se ne sarebbero avvantaggiati anche i migranti che invece di essere rispediti a casa loro o rinchiusi nei campi di Lampedusa avrebbero avuto spiagge affollatissime in cui sistemare banchetti per la vendita delle più inutili chincaglierie che riusciamo a inventarci in questo periodo dell’anno.

E comunque il discorso è anche più ampio. Tu considera che col caldo si mangia meno, anche perché la gente deve indossare i costumi da bagno e quaggiù ci tengono quasi tutti a mostrarsi magri e belli. E infatti ti risulta che per la festa di San Pietro e Paolo o per l’Assunzione qualcuno si abbuffi di abbacchio? Pensa quanti agnelli e capretti risparmiati, come quello che lo stesso Gesù non ebbe il coraggio di portare al tempio, stando alla testimonianza del vangelo di Saramago che secondo me è uno dei più belli in circolazione.

E poi secondo me l’estate è la stagione del massimo grado di uguaglianza: si va tutti svestiti allo stesso modo, ricchi e poveri, le collane d’oro si lasciano a casa perché col caldo ti lascerebbero ustioni intorno al collo e le pellicce non servono così pure le volpi i visoni e tutte le creature amiche di quella grande anima di San Francesco sarebbero più felici.

Dammi retta, sarebbe stato meglio per tutti se tu avessi fatto nascere il Bambin Gesù col caldo. D’estate certe diversità si notano di meno.

E poi, padreterno, che ti devo dire? a me l’estate piace più di più. Vedessi che tristezza è l’inverno! Hai voglia a mettere luminarie! Alle quattro del pomeriggio quaggiù da noi - pianeta terra, ricordati! - è già buio e le riserve per la produzione di energia elettrica sono in esaurimento. Voglio vedere come faranno fra altri duemila anni. Anzi, toglimi una curiosità, tu che sai tutto, ci sarà ancora questo pianeta fra duemila anni?

Dici che sono tanti e non si può fare un pronostico, e quindi mi sto ponendo un problema inutile?

No, padreterno, non è un problema per me. Pensi che non lo sappia che il massimo che mi riguarda è un arco di tempo variabile fra la prossima ora e un paio di decenni?

Me lo domandavo così, per curiosità.

Lidia Grimaldi

Copyright Lidia Grimaldi 2015 - all rights reserved

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Di Lidia Grimaldi su questo blog c’è già un breve profilo, da me scritto in occasione della pubblicazione di “Ritorno”, un ‘racconto poetico’ – non so e non voglio definirlo diversamente – in cui ricorda la sua mamma e la sua bellissima città d’origine, Cefalù. *
Oggi, in prossimità delle feste natalizie, ho avuto il piacere di poter pubblicare una sua speciale “Letterina di Natale al Padreterno”, fatta di rimproveri insidiosi, ma così ragionevoli che forse persino l’attuale Papa Francesco la sottoscriverebbe. Almeno in parte.
Poiché una lettera non contempla delle risposte immediate, questa pagina letteraria, venata di pungente ironia, si configura come un monologo. Un monologo del quale mi è venuto spontaneo immaginare una possibile interpretazione, nel tono e nella mimica, da parte di un attore - Troisi - che ha, anche lui, osato rivolgersi al Padreterno col tono confidenziale che un figlio moderno potrebbe usare verso il suo papà.

Le domande poste sono di carattere etico, non bisogna leggere il testo con pretese storiche o esegetiche. Che Gesù sia nato a dicembre o in primavera, non è in fondo importante; l’ipotesi tradizionale di dicembre, qui accolta, serve solo da filo conduttore per poter porre altre, più importanti questioni, molte delle quali di estrema attualità.
Lidia Grimaldi è poeta e narratrice e i riferimenti particolari al testo sacro sono dunque solo lo spunto per mettere in discussione alcune scelte che nel corso della storia i rappresentanti ufficiali della cristianità hanno operato in aperta contraddizione con i principi ispiratori della Buona Novella.

Dell’autrice ho letto vari racconti scritti alcuni anni fa e devo dire che, confrontandoli con quelli più recenti, trovo una qualche discontinuità di stile, direi una evoluzione. Da forme quasi architettoniche, in cui la logica e la punteggiatura fanno rispettivamente da pilastri e muri separatori, si passa a forme quasi scultoree in cui a prevalere è la libertà espressiva, e il fluire dei pensieri non tollera pastoie formali di alcun genere.
Ci sono esempi illustri di questo genere di scrittura: al vertice James Joyce e, a livello nazionale, il nostro Giuseppe Berto.
Lidia è ancora nel sottobosco degli inediti, ma in quel sottobosco… emerge di parecchie spanne.

Cataldo Marino

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Altri scritti di Lidia Grimaldi su questo blog:

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martedì 8 dicembre 2015

Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Racconti: “La gioia e la legge”


La gioia e la legge

Quando salì in autobus infastidì tutti. La cartella stipata di fogli altrui, l'enorme involto che gli faceva arcuare il braccio sinistro, il fasciacollo di felpa grigia, il parapioggia sul punto di sbocciare, tutto gli rendeva difficile l'esibizione del biglietto di ritorno; fu costretto a poggiare il paccone sul deschetto del bigliettaio, provocò una frana di monetine imponderabili, tentò di chinarsi per raccattarle, suscitò le proteste di coloro che stavano dietro di lui e cui le sue more incutevano il panico di aver la falde dei cappotti attanagliate dallo sportello automatico. Riuscì ad inserirsi nella fila di gente aggrappata alle passatoie; era esile di corporatura ma l'affardellamento suo gli conferiva la cubatura di una suora rigonfia di sette sottane. Mentre si slittava sulla fanghiglia attraverso il caos miserabile del traffico, l'inopportunità della sua mole propagò il malcontento dalla coda alla testa del carrozzone: pestò piedi, gliene pestarono, suscitò rimproveri e quando udì perfino dietro di sé tre sillabe che alludevano a suoi presunti infortuni coniugali, l'onore gl'ingiunse di voltare la testa e s'illuse di aver posto una minaccia nell'espressione sfinita degli occhi.
Si percorrevano intanto strade nelle quali facciate di un rustico barocco nascondevano un retroterra abbietto che per altro riusciva a saltar fuori ad ogni cantone; si sfilò davanti alle luci giallognole di negozi ottuagenari.
Giunto alla sua fermata suonò il campanello, discese, incespicò nel parapioggia, si ritrovò finalmente isolato sul suo metro quadrato di marciapiede sconnesso; si affrettò a constatare la presenza del portafoglio di plastica. E fu libero di assaporare la propria felicità.

Racchiuse nel portafoglio erano trentasettemiladuecentoquarantacinque lire, la "tredicesima" riscossa un'ora fa, e cioè l'assenza di parecchie spine: quella del padrone di casa, tanto più insistente in quanto bloccato ed al quale doveva due trimestri di pigione; quella del puntualissimo esattore delle rate per la giacca di "lapin" della moglie ("Ti sta molto meglio di un mantello lungo, cara, ti snellisce"); quella delle occhiatacce del pescivendolo e del verduraio. Quei quattro biglietti di grosso taglio eliminavano anche il timore per la prossima bolletta della luce, gli sguardi affannosi alle scarpette dei bambini, l'osservazione ansiosa del tremolare delle fiammelle del gas liquido; non rappresentavano l'opulenza certo, no davvero, ma promettevano una pausa dell'angoscia, il che è la vera gioia dei poveri; e magari un paio di migliaia di lire sarebbe sopravvissuto un attimo per consumarsi poi nel fulgore del pranzo di Natale.
Ma di "tredicesime" ne aveva avute troppe perché potesse attribuire all'esilarazione fugace che esse producevano l'euforia che adesso lo lievitava, rosea. Rosea, sì, rosea come l'involucro del peso soave che gli indolenziva il braccio sinistro. Essa germogliava proprio fuori del panettone di sette chili che aveva riportato dall'ufficio. Non che egli andasse pazzo per quel miscuglio quanto mai garentito e quanto mai dubbio di farina, zucchero, uova in polvere e uva passa. Anzi, in fondo in fondo, non gli piaceva. Ma sette chili di roba di lusso in una volta sola! una circoscritta ma vasta abbondanza in una casa nella quale i cibi entravano a etti e mezzi litri! un prodotto illustre in una dispensa votata alle etichette di terz'ordine! Che gioia per Maria! che schiamazzi per i bambini che durante due settimane avrebbero percorso quel Far-West inesplorato, una merenda!
Queste però erano le gioie degli altri, gioie materiali fatte di vaniglina e di cartone colorato, panettoni insomma. La sua felicità personale era ben diversa, una felicità spirituale, mista di orgoglio e di tenerezza; sissignori, spirituale.

Quando poco prima il Commendatore che dirigeva il suo ufficio aveva distribuito buste-paga e auguri natalizi con l'altezzosa bonomia di quel vecchio gerarca che era, aveva anche detto che il panettone di sette chili che la Grande Ditta Produttrice aveva inviato in omaggio all'ufficio sarebbe stato assegnato all'impiegato più meritevole, e che quindi pregava i cari collaboratori di voler democraticamente (proprio così disse) designare il fortunato, seduta stante.
Il panettone intanto stava lì, al centro della scrivania, greve, ermeticamente chiuso, "onusto di presagi" come lo stesso Commendatore avrebbe detto venti anni fa, in orbace. Fra i colleghi erano corse risatine e mormorii; poi tutti, e il Direttore per il primo, avevano gridato il suo nome. Una grande soddisfazione, un'assicurazione della continuità dell'impiego, un trionfo, per dirlo in breve; e nulla poi era valso a scuotere quella tonificante sensazione, né le trecento lire che aveva dovuto pagare al "bar" di sotto, nel duplice lividume del tramonto burrascoso e del "neon" a bassa tensione, quando aveva offerto il caffè agli amici, né il peso del bottino, né le parolacce intese in autobus; nulla, neppure il balenare nelle profondità della sua coscienza che si era trattato di un attimo di sdegnosa pietà per il più bisognoso fra gli impiegati; era davvero troppo povero per permettere che l'erbaccia della fierezza spuntasse dove non doveva.
Si diresse verso casa sua attraverso una strada decrepita cui i bombardamenti quindici anni prima avevano dato le ultime rifiniture. Giunse alla piazzetta spettrale in fondo alla quale stava rannicchiato l'edificio fantomale. Salutò gagliardamente il portinaio Cosimo che lo disprezzava perché sapeva che percepiva uno stipendio inferiore al proprio. Nove scalini, tre scalini, nove scalini: il piano dove abitava il cavaliere Tizio. Puah! Aveva la millecento, è vero, ma anche una moglie brutta, vecchia e scostumata. Nove scalini, tre scalini, uno sdrucciolone, nove scalini: l'alloggio del dottor Sempronio: peggio che mai! Un figlio scioperato che ammattiva per Lambrette e Vespe, e poi l'anticamera sempre vuota. Nove scalini, tre scalini, nove scalini: l'appartamento suo, l'alloggetto di un uomo benvoluto, onesto, onorato, premiato, di un ragioniere fuoriclasse.

Aprì la porta, penetrò nell'ingresso esiguo già ingombro dell'odore di cipolla soffritta; su di una cassapanchina grande come un cesto depose il pesantissimo pacco, la cartella gravida d'interessi altrui, il fasciacollo ingombrante. La sua voce squillò: "Maria! vieni presto! Vieni a vedere che bellezza!"
La moglie uscì dalla cucina, in una vestaglia celeste segnata dalla fuliggine delle pentole, con le piccole mani arrossate dalle risciacquature posate sul ventre deformato dai parti. I bimbi col moccio al naso si stringevano attorno al monumento roseo, e squittivano senza ardire toccarlo.
"Bravo! e lo stipendio lo hai portato? Non ho più una lira, io." "Eccolo, cara; tengo per me soltanto gli spiccioli, duecento quarantacinque lire. Ma guarda che grazia di Dio!"
Era stata carina, Maria, e fino a qualche anno fa aveva avuto un musetto arguto, illuminato dagli occhi capricciosi. Adesso le beghe con i bottegai avevano arrochito la sua voce, i cattivi cibi guastato la sua carnagione, lo scrutare incessante di un avvenire carico di nebbie e di scogli spento il lustro degli occhi. In lei sopravviveva soltanto un'anima santa, quindi inflessibile e priva di tenerezza, una bontà profonda costretta ad esprimersi con rimbrotti e divieti; ed anche un orgoglio di casta mortificato ma tenace, perché essa era nipote di un grande cappellaio di via Indipendenza e disprezzava le non omologhe origini del suo Girolamo che poi adorava come si adora un bimbo stupido ma caro.
Lo sguardo di lei scivolò indifferente sul cartone adorno. "Molto bene. Domani lo manderemo all'avvocato Risma, al quale siamo molto obbligati."

L'avvocato, due anni fa, aveva incaricato lui di un complicato lavoro contabile, e, oltre ad averlo pagato, li aveva invitati ambedue a pranzo nel proprio appartamento astrattista e metallico nel quale il ragioniere aveva sofferto come un cane per via delle scarpe comprate apposta. E adesso per questo legale che non aveva bisogno di niente, la sua Maria, il sua Andrea, il suo Saverio, la piccola Giuseppina, lui stesso, dovevano rinunziare all'unico filone di abbondanza scavato in tanti anni!
Corse in cucina, prese il coltello e si slanciò a tagliare i fili dorati che un'industre operaia milanese aveva bellamente annodato attorno all'involucro; ma una mano arrossata gli toccò stancamente la spalla: "Girolamo, non fare il bambino. Lo sai che dobbiamo disobbligarci con Risma."
Parlava la Legge, la Legge emanata dai cappellai intemerati.
"Ma cara, questo è un premio, un attestato di merito, una prova di considerazione!"
"Lascia stare. Bella gente quei tuoi colleghi per i sentimenti delicati! Una elemosina, Girì, nient'altro che un'elemosina." Lo chiamava col vecchio nome di affetto, gli sorrideva con gli occhi nei quali lui solo poteva rintracciare gli antichi incanti.
"Domani comprerai un altro panettone piccolino, per noi basterà; e quattro di quelle candele rosse a tirabusciò che sono esposte alla Standa; così sarà festa grande."

Il giorno dopo, infatti, lui acquistò un panettoncino anonimo, non quattro ma due delle stupefacenti candele e, per mezzo di un'agenzia, mandò il mastodonte all'avvocato Risma, il che gli costò altre duecento lire.
Dopo Natale, del resto, fu costretto a comprare un terzo dolce che, mimetizzato in fette, dovette portare ai colleghi che lo avevano preso in giro perché non aveva dato loro neppure un briciolo della preda sontuosa.
Una cortina di nebbia calò poi sulla sorte del panettone primigenio.
Si recò all'agenzia "Fulmine" per reclamare. Gli venne mostrato con disprezzo il registrino delle ricevute sul quale il domestico dell'avvocato aveva firmato a rovescio. Dopo l'Epifania però arrivò un biglietto da visita "con vivissimi ringraziamenti ed auguri."
L'onore era stato salvato.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa

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Giuseppe Tomasi, Principe di Lampedusa, è autore conosciuto per “Il gattopardo”, suo primo ed unico romanzo, iniziato nel 1954 e portato a termine nel 1956, quando egli aveva già sessanta anni.
Nel ‘58, cioè un anno dopo la sua morte, mentre la Mondadori e l’Einaudi ne rifiutarono la pubblicazione (sic!), il libro venne pubblicato dalla Feltrinelli; nel ‘59 vinse il Premio Strega e nel ‘63, per la regia di Luchino Visconti, se ne trasse uno dei più bei film. Non infrequenti, in campo artistico, le inutili rivincite post mortem!
Tutto ciò è già ben noto agli amanti della letteratura e della cinematografia. Meno numerosi probabilmente sono invece coloro che hanno avuto occasione di leggere anche i suoi “Racconti”. Forse perché pochi! Ma, pur se pochi, quei Racconti (La gioia e la legge, La sirena* e I gattini ciechi) - pubblicati ancora dalla Feltrinelli insieme ad alcuni appunti autobiografici (Ricordi d’infanzia) - fatte le dovute proporzioni con il celebre romanzo, sono di una raffinatezza letteraria non facilmente riscontrabile. La gioia e la legge ne è una dimostrazione incontrovertibile.

Girolamo è un impiegatuccio, un Monsù Travet, impacciato e maldestro, che dedica tutta la sua vita con zelo e devozione a un modesto lavoro per un stipendio da sussistenza, con l’aspirazione di dare qualche soddisfazione alla sua famigliola.
Per attenuare lo scompenso fra quanto nel lavoro dà e quanto ne riceve in termini monetari e di considerazione sociale, egli vuole illudersi che l’assegnazione unanime di un modesto premio natalizio da parte dei colleghi sia il simbolo di un significativo riconoscimento (la gioia). Sarà compito della moglie-madre riportarlo, pur con una certa compassione, alla dura realtà, imponendogli la rinuncia al grande panettone ricevuto in regalo, per poterlo 'girare', come un assegno, a persona cui le sembrava opportuno dimostrare riconoscenza (la legge).

E’ una storia un po' triste, cucita però in modo tale che, già dall'incipit, non la si possa leggere senza accennare qualche lieve sorriso; anche a costo di sentirsi poi, per questo, un po’ in colpa col protagonista. Un delicato intreccio che spinge il lettore ad andare con curiosità al rigo e, poi, alla pagina successiva. Non era forse questo stesso tipo di intreccio che per decenni spinse intere generazioni a riempire le sale cinematografiche per assistere alle tragicomiche sequenze di Charlie Chaplin?

In questi giorni sto lavorando sul capitolo di un libro di economia in cui, esattamente due secoli fa, già si denunciavano i danni economici e ambientali prodotti delle mode effimere e dallo spreco. Ma è un lavoro lunghetto e… dall'esito incerto, e perciò, nel frattempo, mi sono voluto concedere il piacere di una pausa, per riproporre questo breve ma gustoso racconto a tre internaute amiche, che rincorro quotidianamente sui social network per via della loro intelligenza, della loro sensibilità e della loro coraggiosa franchezza. 

c.m.