giovedì 5 agosto 2010

Università(2): flussi migratori fra le regioni



Nel precedente articolo sull’università ho cercato di mettere in evidenza gli svantaggi economici (e, qui ora aggiungo, anche organizzativi e psicologici) degli studenti che, per frequentare le lezioni, si iscrivono all’università in una regione diversa da quella in cui essi risiedono con la propria famiglia.
Quanti sono? Difficile stabilirlo con esattezza (dovremmo sapere dalle singole università il luogo di provenienza degli studenti iscritti), però con l’aiuto di alcuni dati ufficiali possiamo almeno desumere quali sono i flussi fra le varie regioni italiane e fare delle interessanti considerazioni.

Per fare ciò ho riunito in un’unica tabella i dati forniti separatamente dal sito del miur. In essa la prima colonna indica il numero di studenti universitari “residenti” in una certa regione (a prescindere dal fatto che essi studino nella stessa regione o in un’altra), mentre la seconda indica gli studenti “iscritti” negli atenei di una certa regione (a prescindere dalla loro provenienza geografica). Lo scarto fra studenti residenti e iscritti è indicativo di come vanno le cose in ogni regione.
Ad esempio, cosa significa che gli "iscritti" negli atenei lombardi sono più numerosi dei “residenti”? Significa che il flusso in entrata è maggiore di quello in uscita: abbiamo una prevalenza di “immigrati” rispetto agli “emigrati”. Esattamente il contrario di quello che avviene per la regione Puglia, dove il probabile afflusso dalla Basilicata e dalla Calabria è inferiore al deflusso verso il Lazio e altre regioni del centro e del nord.

Studiare questi flussi nei dettagli è difficile quasi come studiare quelli fra i vari partiti politici dopo ogni tornata elettorale. Tuttavia, da un breve sguardo alla tabella, alcuni dati sui movimenti complessivi saltano agli occhi con sufficiente chiarezza e immediatezza:

1) Fra le regioni del nord, eccezion fatta per la Lombardia, i movimenti sono molto modesti, sull’ordine di centinaia o poche migliaia di studenti. In queste regioni evidentemente la presenza di numerosi atenei con una certa tradizione e i facili collegamenti stradali e ferroviari fanno sì che gli spostamenti siano tendenzialmente limitati all’ambito regionale. Le lunghe distanze, d’altro canto, limitano le loro capacità attrattive nei confronti del Sud e delle isole: gli immigrati si fermano perciò a 23.389.

2) Gli atenei dell’Italia centrale sono i più gettonati: dall’Emilia al Lazio e all’Abruzzo ci sono 128.060 studenti “immigrati”. Essi esercitano un forte richiamo sui giovani del Sud e delle isole, regioni dalle quali infatti nel 2009 sono partiti 147.826 studenti, una popolazione quasi pari a quella di una città come Parma.

3) Se consideriamo il saldo positivo del centro e del nord e quello negativo del sud e delle isole (ma non i 3.623 universitari di cui mancano i dati: ultima riga della tabella), i conti tornano: 128.060 + 23.389 – 3.623 = 147.826.

Analizziamo adesso il risvolto economico di tale fenomeno.
Ogni anno 147.826 famiglie del sud e delle isole inviano il denaro occorrente per le tasse universitarie, l’alloggio e le bollette, i pasti, gli autobus, le telefonate, bar, cinema, benzina per l’auto o il motorino, qualche capo di abbigliamento ecc. ecc. Naturalmente ci sono ragazzi che per tutto ciò se la cavano anche con 600-700 euro mensili, e ci sono poi quelli provenienti da famiglie più agiate e accondiscendenti che arrivano a spendere 1.200 euro mensili o più. Facciamo dunque conto che, in media, ci vogliano 1.000 euro al mese e cioè 12.000 euro all’anno.

Ora, per meglio calcolare il costo economico delle famiglie, facciamo una precisazione sul numero degli studenti “emigrati”. Possiamo supporre che fra questi 147.826 ragazzi ce ne sia un dieci per cento, che fruisca ogni anno dell’alloggio e della mensa o di un assegno in denaro con cui coprire parzialmente le spese, e che un altro dieci per cento si aiuti con lavori sporadici o part-time. C’è dunque un venti per cento che non è completamente a carico dei genitori, ma solo in parte.
Sul totale degli studenti ce ne sarebbero, seguendo queste ipotesi, circa 118.261 che spendono 12.000 euro l’anno e circa 29.564, assegnatari di borse di studio o studenti-lavoratori, che richiedono alla famiglia uno sforzo inferiore, diciamo la metà.
Facciamo adesso un po’ di conticini: (118.261 x 12.000) + (29.564 x 6.000) = euro 1.596.516.000. Quasi unmiliardoseicentomilioni di euro ogni anno viene dunque trasferito dal sud verso l’Italia centrale e il nord con vaglia, bonifici, bancomat ecc.

Denaro ben speso? Non so. Alle industrie occorrono operai, preferibilmente con un livello culturale abbastanza basso da limitarne le possibili pretese (gli imprenditori predicano tanto contro gli immigrati ma sono quelli, i lavoratori da essi preferiti). Gli enti pubblici bloccano il turnover. Le libere professioni passano di padre in figlio o da zio a nipote, portandosi dietro la clientela e il nome. Cosa resta per i neolaureati?
A destra come a sinistra c’è grande retorica sul valore dell’istruzione, ma, in pratica, sembra che questa società non abbia bisogno di intellettuali: sono inutili e pericolosi. C’è solo da chiedersi se, a lungo andare, siano più pericolosi dentro i circuiti lavorativi, oppure fuori di essi.
Comunque, sarebbe almeno auspicabile che, d’ora in avanti, le famiglie cercassero di limitare questi flussi di studenti. Forse col denaro speso nelle proprie regioni si creerebbe qualche posto di lavoro in più.
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mercoledì 28 luglio 2010

Università(1): reddito, merito e residenza

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Il Corriere online dell’11 luglio dava notizia del fatto che il governo tedesco ha deciso di dare sostegno economico agli studenti universitari unicamente secondo il principio del merito e non anche delle condizioni economiche familiari. La notizia mi ha riportato alla mente due episodi.

Primo. Nel 1976 – ero al sesto anno di insegnamento e al secondo nella scuola dove avrei lavorato ancora per altri ventinove anni – mi venne dato l’incarico di formare le graduatorie per l’assegnazione dei buoni libro. Dovetti analizzare circa duecento domande, assegnando un punteggio in base al reddito e un altro in base al numero dei familiari a carico; se ben ricordo, non si faceva alcun cenno ai voti ottenuti dagli alunni. Da giovane insegnante mi trasformai in zelante burocrate e, per i dati sul reddito, dovetti esaminare le copie dei modelli presentati al fisco. Risultato: poiché commercianti, artigiani e imprenditori agricoli dichiaravano redditi bassissimi, furono queste categorie a fare la parte del leone. A impiegati e operai, niente buoni libro.


Secondo. Siamo nel 1998. Un ragazzo è al secondo anno di università e nell’anno precedente ha dato i primi esami con ottimi risultati. Telefona in segreteria per sapere se ha ottenuto l’assegno di studio in base a un mix fra merito e coefficiente reddituale e si sente rispondere che per i voti ne avrebbe avuto diritto, ma era stato poi escluso per il reddito. Ma come, i suoi genitori, due impiegati, senza altre proprietà se non quella del modesto appartamento in cui abitavano e con due figli all’università, erano da considerare “benestanti”?

Morale delle due favolette: il principio della solidarietà è sacrosanto, però in Italia non funziona.
Funzionerà allora quello del solo merito, come proposto in Germania dal governo conservatore? Ribaltando il giudizio precedente direi che, come unico criterio, quello del merito non è accettabile, perché dare cinque o seimila euro a chi, pur se bravissimo, ha già tanto denaro, non è moralmente corretto. Tuttavia, se tale criterio non è giusto, ha almeno il pregio di basarsi su dati meno manipolabili di quello del reddito: anche all’università ci saranno i raccomandati, ma voglio credere che un accademico si lasci corrompere meno facilmente e frequentemente di quanto non accada per altre categorie.
Visti i grossi difetti di entrambi i criteri esaminati, ne esiste qualcun altro che sia, nel contempo, giusto e seriamente applicabile? Per dare una risposta, partiamo dal ragionamento su quanto costi alle famiglie mantenere un figlio agli studi.

In Italia ci sono grosso modo cinquanta città che sono anche sedi universitarie, e non tutte con tutte le facoltà, e non tutte ben organizzate e con un valido corpo docente (molte sono di recentissima istituzione, e la storia anche in questo caso conta molto!).
Per gli studenti che già risiedono in queste città il costo degli studi è rappresentato unicamente dalle tasse e dall’acquisto dei libri. Per quelli che abitano in centri dai quali queste sedi universitarie sono facilmente raggiungibili con i mezzi pubblici o con l’auto, c’è il costo aggiuntivo del trasporto. Infine, per quelli che abitano nei centri dai quali non è possibile spostarsi quotidianamente – per la lontananza o la mancanza di rapidi collegamenti – ai precedenti costi si sommano quelli dell’alloggio, dei pasti fuori casa, lavanderia, telefono ecc. Per questi ultimi il costo complessivo è almeno il quadruplo rispetto a quello delle prime due categorie.

Quanti sono questi ragazzi, che per studiare devono fittarsi una stanza e farsi da mangiare o andare in una modesta tavola calda? Da alcune tabelle, pubblicate sul sito del miur, si possono ricavare elementi quasi certi in relazione ai flussi da una regione all’altra – argomento su cui mi riservo di indagare più minuziosamente in seguito – ma è difficile poi avere i dati relativi agli spostamenti all’interno della stessa regione. Credo comunque che questi “emigranti della cultura” siano in numero ragguardevole: ci sono intere città, e non solo in Italia, che su questo fenomeno fondano buona parte della loro economia. Basti pensare a Padova, Pavia, Bologna, Pisa, Siena, Perugia, Urbino, Salerno, ed ora anche Lecce e Cosenza, dove statisticamente si riscontra la presenza di uno studente universitario ogni quattro o cinque abitanti! Per altre città l’apporto economico dei fuori sede è forse meno determinante, ma per nulla irrilevante.

Bene, cosa ne direbbero i nostri politici, tanto quelli al governo quanto quelli dell’opposizione, di dare - in omaggio al principio di solidarietà - un aiutino prima di tutto a questi ragazzi che partono con uno “svantaggio consistente e dimostrabile”, sempre a patto che - in omaggio al principio del merito - ogni anno essi dimostrino anche di essere in regola con gli esami? A me sembra una buona idea. Si può discutere di questo, anziché dei capelli di Berlusconi? Mettiamo da parte le questioni di lana caprina.
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venerdì 23 luglio 2010

Questo è mio fratello

Il fatto che la massoneria in via ordinaria coopti nel suo seno le categorie sociali più privilegiate sotto il profilo della professione e del reddito, fa di essa una organizzazione settaria e antidemocratica. Ciò rende poco coerente l'affiliazione ad essa da parte di intellettuali che nel contempo svolgono attività politica in quei partiti che rappresentano tutte le categorie sociali.
Mi viene piuttosto difficile pensare che la stessa persona che un certo giorno partecipa all’assemblea di un partito politico, dove si dibattono i problemi della città e dello Stato, possa il giorno seguente chiudersi segretamente in un locale insieme ad altre persone, indossando strani abiti e paramenti, per fare qualcosa che rassomiglia fortemente alla celebrazione di riti medioevali di dubbio gusto.

Non ho avuto notizia di queste associazioni fino al clamoroso caso della Loggia P2 e - ritenendo poi, erroneamente, che la condanna della struttura e degli scopi di quest'ultima costituisse ormai un solido baluardo contro la sua ingerenza negli affari pubblici - non ho più dedicato attenzione al fenomeno. Ne sentii riparlare dopo circa dieci anni, quando qualche giornale svelò che personaggi, che occupavano alte cariche istituzionali dello Stato, erano stati membri di quella particolare associazione segreta, e si seppe inoltre che alcuni noti personaggi erano vicini alla massoneria regolare. All'inizio fui incredulo, ma le voci erano diffuse e concordi e, secondo qualcuno, la cosa trovava parziale conferma negli elenchi di cui era venuto in possesso il procuratore Agostino Cordova, che - come il Capitano Bellodi nel libro di Sciascia "Il giorno della civetta" - per l'eccessivo zelo fu presto trasferito dalla sua sede in modo che non potesse più nuocere.

Conscio della mia ignoranza sul fenomeno, durante le vacanze chiesi al mio amico Antonio R., uomo in cui la saggezza fa a gara con l'intelligenza, cosa ne pensasse. La risposta fu lapidaria, e mi fece capire perché, per tanti secoli, la religione cristiana si fosse opposta alla massoneria.
“Vede quella signora che ora sta attraversando la strada? Quella, è mia sorella. – disse - E vede quell'uomo che sta entrando in quel negozio? Quello, è mio fratello. Io, i miei fratelli, non li cerco fra le persone iscritte in un elenco”. E, trasformando il suo consueto sorriso aperto in una smorfia quasi di disgusto, sillabò la parola “e-len-co”.

Qualche anno fa, indagando sul web, fra i tanti articoli in cui si enunciano i bei principi illuministici e patriottici a cui le logge dichiarano di ispirarsi, trovai una breve indagine, fatta nel '92 dall’Eurispes nell'ambito dell'annuale Rapporto Italia, dal titolo "Capitolo II, Legalità/Illegalità, Scheda 19, La massoneria in cifre". Lo studio veniva pubblicato oltre che dall'Eurispes dallo stesso sito del Grande Oriente, ma di esso oggi rimane traccia solo in un libero forum alla pagina
http://www.exibart.com/forum/leggimsg.arte~iddescrizione~68657~pagina~19~filter~
e dovrebbe comunque essere reperibile, previa iscrizione, sul sito dell'Eurispes.

La scheda citata offre dei dati numerici interessanti, tratti dall'inchiesta del procuratore Cordova (numero delle logge, incidenza degli iscritti su 100.000 abitanti, distribuzione geografica e professione), ma a questi premette interessanti considerazioni sulla natura e gli scopi della massoneria in generale e di quella "deviata" in particolare (Cordova nel corso di un'indagine parlamentare dichiarò, fra l'altro, che non è sempre facile distinguere fra massoneria deviata e logge regolari).

Ecco quanto affermato dagli studiosi dell'Eurispes circa la massoneria in generale:

- "Solitamente coloro che si iscrivono alla massoneria sono professionisti affermati o persone che comunque godono di status socioeconomico alto e medio-alto".
-"Cordova lamenta la parzialità degli elenchi sequestrati in quanto (...) numerosi libero muratori sarebbero stati affiliati all'orecchio del maestro; in altri termini, la loro appartenenza alla massoneria non risulterebbe da alcun documento".
- "Le relazioni che si stabiliscono all'interno delle logge prevedono la presenza di un capo e di una gerarchia che non tiene conto delle attività professionali dei singoli libero muratori. Ciò può creare pericolose interferenze nel momento in cui, ad esempio, il magistrato massone si trova a dover giudicare l'imprenditore suo maestro".

Sulla massoneria "deviata" l'Eurispes è ovviamente ancora più severa:

-"La massoneria deviata si pone spesso al centro di intrecci tra politica, mafia, magistratura, imprenditoria¬”
-"La massoneria deviata storicamente si è contraddistinta per due caratteristiche: primo, per la grande capacità di sviluppare profitti grazie all'elaborazione di fitte interrelazioni clientelari e affaristiche. Secondo, per la capacità di canalizzare il complesso di tali relazioni (...) entro un progetto unico e finalizzato, non di rado, a influire sulle dinamiche politico-istituzionali".

Il 6 febbraio 2004 in un articolo rintracciabile sul sito "Carmilla", alla pagina http://www.carmillaonline.com/archives/2004/02/000606.html si legge una interessantissima considerazione:

"Una cosa va chiarita: l'adesione ad una loggia massonica non è reato (lo era nel caso della P2, strutturata come segreta, oggetto di innumerevoli inchieste, i cui affiliati sono stati coinvolti in vicende di eversione, stragi, tentati colpi di Stato, depistaggi). Al di là di questa fondamentale precisazione, é assodato che buona parte degli italiani che non contano niente (... ) si chiedano quale sia il motivo che spinge un individuo ad aderire ad una loggia massonica, se non la speranza di assicurarsi favori che non sarebbero ottenibili per vie legali o con l'ausilio del solo sudore della fronte."

Si dirà che queste sono considerazioni inattuali: il rapporto Eurispes è del 1992, l'articolo di Carmilla è del 2004 e le indagini di Cordova ovviamente non sono approdate a nulla. Ma nel 2007 il pm John Woodcock avvia un’indagine su una loggia massonica deviata e il giornalista Ferruccio Pinotti, nel libro "Fratelli d'Italia", in copertina si chiede: “Quanto conta la massoneria?”. In quarta di copertina risponde con la citazione degli atti dell'inchiesta del pm De Magistris: “Gli intrecci affaristici tra politica, imprenditori, massoneria e poteri occulti rappresentano, ormai, un sistema collaudato (... ) Emerge da esso la spartizione del denaro pubblico, il finanziamento ai partiti, il ruolo di lobby e poteri occulti deviati”.
Ma anche De Magistris, come Cordova, è stato subito rimosso dalla sua sede.
Ed ecco oggi spuntare la loggia P3.
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(Nella foto: "Le bon samaritain" di Francois-Leon Sicard - Parigi)
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lunedì 28 giugno 2010

Sul Po, dai mulini alle armi

Quando su google si inizia a digitare un nome, già alle prime lettere il motore di ricerca ne suggerisce alcuni fra quelli più noti. Ad esempio, non appena componete le lettere“umbe”, google lo trasformerà subito in “Umberto” e a fianco appariranno in ordine i cognomi di Saba, Bossi, Eco, Galimberti e Veronesi. Fatto salvo il poeta, vedere questi ultimi tre essere preceduti da Bossi, lì per lì m’ha fatto un po’ senso, ma subito mi sono dato una ragione del fatto che quest’ultimo fosse più “cliccato”: chi non prova una certa curiosità a saperne qualcosa di più, di quanto non emerga oggi sui media, sul profilo del politico? Al momento dell’exploit della Lega, i giornali avevano fatto trapelare qualcosa sul suo passato ma, con l’incalzare degli eventi, l’occhio della stampa si rivolse maggiormente al quotidiano, e alle sue imprevedibili sortite. Di quelle prime indagini biografiche, ricordo qualche accenno a una sua precedente iscrizione al partito comunista e poi un curriculum degli studi, per il quale neppure il figlio-trota ha motivo di provare invidia.

Non disponendo in casa di una sua biografia (di Berlusconi ce ne sono tante, di suo invece c’è poco o nulla) e rinunciando, per ovvi motivi, alla consultazione della vecchia Treccani ereditata dalla suocera, proseguo dunque la mia ricerca su google, accontentandomi di quanto dice Wikipedia. Bene, dall’enciclopedia “volatile” risulta che oggi egli ha sessantotto anni (gliene davo di più!) e su di essa trovo anche conferma di quanto ricordavo circa la sua prima militanza politica e gli studi. Si aggiunge poi che a 34 anni si sposa mentre è ancora iscritto alla Facoltà di Medicina. Quando di anni ne ha 38, la moglie, la prima, gli dà però un ultimatum: un lavoro fisso è necessario per portare avanti la famiglia. Ma dopo tre anni si vede costretta a chiedere il divorzio: al marito, ormai quarantunenne, per la laurea mancano ancora 11 esami!

Ma proprio in quell’anno il nostro moderno Brancaleone scopre le sue nuove radici etniche, si dà arie di moralizzatore della vita pubblica, ritrova nel proselitismo quell’occupazione stabile verso la quale la moglie lo aveva inutilmente spinto, e in Italia trasforma il conflitto sociale in conflitto territoriale. “Melàno” dice storcendo la sua larga bocca, per ridicolizzare i suoi primi nemici, gli immigrati provenienti dalla “terronia”. E su questa scia trova in fretta i primi seguaci: evidentemente la cultura non serve molto per far politica, visto che l’unico suo titolo di studio è ancora quello di perito tecnico, ottenuto nella scuola per corrispondenza RadioElettra.

A 43 anni conosce poi Manuela Marrone, che sposa, però, solo quando di anni ne avrà 53. Cosa abbia indotto questa maestrina siciliana a sposare, oltre che lui, anche la passione antimeridionale del marito, è cosa che sul momento lascia alquanto perplessi; ma una spiegazione sociologica è possibile: un ribaltamento di status che la sottrarrà stabilmente alla subalternità subìta e la farà salire sul “carroccio”. E lei non è l’unica a farlo fra i terroni del nord: avranno tutti avuto la loro bella convenienza!

Questo è il personaggio che precede, su google, i proff. Eco, Galimberti e Veronesi, e che dice di poter disporre di dieci milioni di uomini pronti ad imbracciare il fucile ad un suo cenno. La prima cosa che mi si affaccia alla mente è l’ingratitudine di quest’uomo: nel 2004, dopo due mesi di coma, il Padreterno lo tira su per i capelli, e subito dopo lui parla di fucili. Il secondo pensiero riguarda un enigma: come farà a trasformare tre milioni di voti in dieci milioni di fucili? Le tre regioni in cui la Lega è presente contano 19 milioni di abitanti. Tolte le donne, che probabilmente e saggiamente preferiscono continuare a fare il risotto, tolti vecchi e ragazzi, che solo Hitler nel mondo occidentale mandò a combattere, e tolto infine quel 75% di persone che, la Lega, neppure la vota - è ancora possibile, mi chiedo, trovare dieci milioni di persone disposte a imbracciare il fucile? Al massimo si potrebbe trovarne due milioni e dare ad ognuno di esse cinque fucili, ma ciò comporterebbe uno spreco troppo deprecabile per uno che antepone l’economia a tutto il resto. E chi li imbraccerebbe poi questi fucili? Non lui, mi pare, data l’età e le condizioni psico-fisiche. Chi altri allora, se non i giovani padani? Felici, lui pensa, lasceranno in massa le fabbriche e le aziende familiari, diranno addio alla moto e alle discoteche, daranno un bacio alla morosa e alla mamma e s’inerpicheranno su per l’Appennino tosco-emiliano, per sparare. Cosa c’è di più esaltante per un signor perito, quasi settantenne, del vedere il sangue delle camicie rosse e delle camicie verdi bagnare le dolci colline toscane e i lembi della fertile pianura padana?



Forse sono troppo pessimista, ma io temo che, se si continuerà a fare orecchio da mercante, o a dire che si tratta solo di scherzi e malintesi, le scene qui paventate possano anche diventare realtà. Perché se Bossi veramente disponesse di tanti fucili, anche gli altri potrebbero armarsi. Forse lo farebbero i nipotini di quelli che nel 1915 dalle città e dalle campagne di Palermo, Bari, Napoli, Roma e Firenze risalirono su per le Alpi per sparare contro gli Austriaci. Ma a sparare forse sarebbero anche i bolognesi e i genovesi, che poco hanno da spartire, per tradizioni e cultura, con la Lega. E a questo punto, forse, Austriaci e Tedeschi, aiutati dalle teorie leghiste, si ricorderebbero che in Alto Adige si è sempre parlato il tedesco e che il principio di autodeterminazione vale anche per loro. E forse gli Sloveni potrebbero pensare che sulle Alpi carniche e giulie qualche cocuzzolo potrebbe far comodo anche a loro. Ci saranno fucili anche a nord del nord e ad est dell’est? Insomma tante cose potrebbero essere rimesse in discussione, finchè non spuntasse un nuovo Metternich o non si tornasse a fare due chiacchiere a Yalta. Peccato che le letture del sig. Bossi si siano fermate ai manuali di Scuola RadioElettra ed ai riti celtici: una buona infarinatura di storia patria avrebbe evitato a tutti noi alcuni pericoli, e a lui tante, ma tante, figuracce.
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mercoledì 2 giugno 2010

Grecia, la piccola madre


Da cosa si giudica oggi un uomo? Dai vestiti, la casa, la macchina, la facilità con cui può spendere. E da cosa si giudica oggi uno Stato? Dal debito pubblico e dal Pil. Solo e sempre, il denaro.
E’ per questo che la madre della civiltà mediterranea è oggi considerata solo un piccolo Stato. Che l’Europa dei “grandi” ha a malapena ammesso nell’Unione, e comunque è sempre pronta ad allontanare come si farebbe con un vecchio barbone che ha cercato di fregarvi cinquanta centesimi.
La storia ormai non conta più, si sbriciola in giorni, mesi ed anni, e lo sguardo non si allunga più ai secoli e ai millenni. E così la Grecia è oggi solo un paese di dieci milioni di abitanti, con poche industrie e poche strade. Il fatto che ci abbia insegnato l’abc del ragionamento e dei canoni estetici, non è più nella memoria collettiva e, se anche vi fosse, non varrebbe a nulla perché, quando l’unico valore che guida l’azione è l’arricchimento, non esiste più il sentimento della gratitudine, capace di legare il presente al passato.
E’, ormai, la Grecia, simile a una piccola madre che ha generato, allattato, insegnato a stare in piedi e a correre, fatto capire la realtà con le favole e i discorsi e indicato la via della virtù. Ma, adesso, vecchia, povera, malandata, incapace di tenere il passo dei più giovani, viene rimproverata, derisa e minacciata di essere cacciata via.
Io ne provo vergogna. E lei, signora Merkel?
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lunedì 17 maggio 2010

Film da rivedere: Un uomo da marciapiede, usa, 1969

Ad una signora russa, venuta in Italia per fare la badante, che vedo quasi tutti i giorni a casa di mia madre e con cui s’è creato un simpatico rapporto di amicizia, spesso mi capita di puntualizzare, su sua richiesta, il significato di alcune parole o modi di dire italiani. Un giorno le spiegavo che, quando una persona si ritrova di colpo in un paese ricco o un ambiente agiato, usiamo l’espressione “Ha trovato l’America”. E lei mi ha detto: “Anche noi diciamo così”. E’ dunque opinione abbastanza diffusa in tutto il mondo che negli States si viva bene: il paese dell’abbondanza e delle pari opportunità, dove gli “ascensori sociali” sono sempre ben oliati e continuamente in funzione. Ma, questo, corrisponde poi pienamente alla verità?

Io non ho ormai né tanta voglia né la possibilità di fare viaggi molto lunghi, perciò, con tutti i limiti che ciò comporta, sono portato a conoscere il mondo attraverso le notizie e alcune forme d’arte: soprattutto la letteratura e il cinema. E, a dire il vero, attraverso queste fonti ho avuto l’impressione che negli Stati Uniti non si viva poi così bene come comunemente si crede.
A un amico che aveva il mito degli States ho proposto poco tempo fa di guardare un film americano che nel ‘70 ottenne tre Oscar (miglior film, migliore regia, migliore sceneggiatura), un Nastro d’Argento (migliore regia), due David di Donatello (migliore film straniero, migliore attore straniero per D. Hoffman) e che nel ‘94 fu scelto per la preservazione nel National Film Registry: Un uomo da marciapiede.
E’ la storia di un giovane texano che lascia il lavoro in un ristorante per fare fortuna a New York, perché è convinto che lì le ricche signore siano disposte a pagare profumatamente le sue prestazioni amorose.
La New York reale non si dimostrerà però come quella che lui immaginava: la gente non cammina per le strade, ma corre senza prestare attenzione a chi gli sta intorno; quartieri degradati fanno da contraltare ai grattacieli; gente emarginata fa fatica persino a sfamarsi; persone apparentemente benestanti si ritrovano spesso con pochi dollari in tasca; un italo-americano, che vive nell’indigenza e che, gravemente malato, non può permettersi le cure mediche, muore durante un lungo viaggio verso quella Florida che sia pur vagamente gli ricorda il suo paese d’origine.

Sono trascorsi quarant’anni dalla produzione di quel film e certamente molte cose sono cambiate: i neri non sono più cacciati dagli autobus ed uno di essi è diventato Presidente degli Stati Uniti. Credo però che ancora oggi persistano vaste fasce di povertà e che, rispetto a quell’epoca, il cambiamento più significativo in campo sociale sia di segno negativo: oggi la precarietà colpisce, oltre che i lavoratori, anche i dirigenti d’azienda. Retribuiti in genere con stipendi favolosi, comprano ville e auto molto costose e si abituano ad un livello di consumi altissimo, ma quando l’azienda è in difficoltà vengono licenziati nell’arco di un giorno e, non potendo più far fronte agli impegni finanziari presi, cadono in uno stato di povertà estrema.
Nel suo complesso si tratta pur sempre di una società ricca e dinamica: record di brevetti, industrie efficienti, università che attirano i migliori cervelli da tutto il mondo. Però non è proprio l’Eden di cui si favoleggia. I ricchi sono molto ricchi, i poveri sono molto poveri …e facilmente licenziabili.

Un uomo da marciapiede è un film di denuncia sociale la cui visione è consigliabile per gli ottimi interpreti, l’ambientazione, la colonna sonora, il ritmo incalzante delle immagini, il tratteggio psicologico del protagonista ottenuto anche attraverso suggestivi flashback, il crudo realismo di certe situazioni. Naturalmente bisogna guardarlo senza essere troppo prevenuti sull’anno di produzione: bisogna tener presente che i film di buona fattura, col passare del tempo, possono persino risultare migliori. Sicuramente c’è comunque molto da imparare.


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venerdì 7 maggio 2010

Lingua, dialetto e identità

Qualche giorno fa ho letto su Leccoprovincia.it l’articolo della signora Irene Riva sull’importanza dell’uso del dialetto.
La lettera, contrassegnata da uno stile asciutto e una logica rigorosa, tocca anche le corde emotive e morali, quando, a un certo punto, la signora si augura che la nipotina, figlia di una lecchese e di un campano, possa “fare l’esperienza di tutti i suoi dialetti e non per marcare il suo territorio, ma per capire chi è, nel profondo”.
Di fronte a questo suggestivo messaggio ho avvertito il desiderio di esprimere la mia ammirazione per l’autrice e di aggiungere sullo stesso giornale qualche mia considerazione sulla complementarietà fra dialetto e lingua nazionale, il primo essendo espressione dell’identità di una “comunità” e la seconda di un “popolo”. Concetti per noi importanti, non solo perché fra un anno si celebrerà il 150° anniversario della formazione dello Stato italiano, ma anche perché parliamo, e soprattutto scriviamo, nella lingua italiana da più di sette secoli.
Ripropongo qui di seguito entrambe le “Lettere al Direttore” di Leccoprovincia, Prof. Enrico Baroncelli, verso il quale nutro sentimenti di profonda stima per la sensibilità e il costante impegno civile.

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Dialetto e identità
di Irene Riva - 26 aprile 2010

Egregio Direttore,
un vecchio documento, mai andato in prescrizione, assegna alla mia e ad altre tre famiglie di Pescarenico il diritto di uso di un tratto di lago.
E’ un segno tangibile delle mie profonde radici lombarde e lecchesi. I miei genitori parlavano tra loro in dialetto: suoni familiari mi permettono ancora oggi di capire due persone che si esprimono in vernacolo e di seguire con curiosità e interesse la rubrica di Gianfranco Scotti sul quotidiano locale.
Non so invece parlare in dialetto. Mio padre e mia madre me lo impedivano. Pensavano che più correttamente dovessi sforzarmi di esprimermi in italiano e temevano che parlare abitualmente come loro facevano me lo avrebbe impedito. Oggi ne sono rammaricata e vorrei spiegarne il perché dopo aver letto il parere di Umberto Aondio nella rubrica “Le lettere” de “La Provincia di Lecco”.

Condivido l’eliminazione del “Va’ Pensiero” dal telefono del Comune di Lecco. L’appropriazione da parte di un gruppo politico di un’aria così intensa, che esprime il profondo amore per la terra natia, è fuorviante in quanto le assegna un valore di parte. Decidano i Cittadini lecchesi cosa vogliono sentire quando telefonano in Comune. L’inno di Mameli sarebbe sicuramente più appropriato perché è un simbolo che ci appartiene e ci rappresenta come nazione.
Condivido anche l’eliminazione dei cartelli in dialetto, ma solo per il motivo per il quale sono stati posti: la demarcazione di un territorio, un po’ come fanno gli animali per ragioni di gerarchia. Come a dire: qui ci siamo noi, padroni a casa nostra, gli altri valgono di meno e …stanno sotto.
Ecco, questo è il dialetto che non mi piace.
Me ne piace un altro: quello che sta scritto nei miei ricordi più cari e nella mia tradizione, quello di cui anch’io sono impastata, quello a cui faccio riferimento per trovare modi più efficaci per esprimere un concetto, quello che mi piacerebbe continuasse a restare impresso non sui cartelli stradali, ma nel profondo della nostra identità.

Ho una nipotina, figlia di una lecchese che ha studiato a Milano, che vive a Bergamo con un Vicano, cioè nativo di Vico Equense, che ha scelto un Comune del bergamasco per studiare prima, per lavorare poi e per far crescere sua figlia. Che crogiuolo di identità e quanta ricchezza!
Quale sarà il dialetto della mia nipotina? Quali saranno i suoni e le sensazioni che le arriveranno dalla molteplicità delle sue appartenenze?
Vorrei che potesse fare l’esperienza di tutti i suoi dialetti e non per marcare il suo territorio, ma per capire chi è, nel profondo, perché, come dice una colta pubblicità, “…ti accorgi che per essere veramente liberi occorre avere radici”.
E questo vale per tutti, qualunque sia il paese natio dal quale si proviene.
Ne tenga conto il nuovo Assessore alla Cultura del Comune di Lecco, favorendo, anche attraverso un nuovo approccio al dialetto, il dialogo tra donne e uomini…liberi.

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Lingua e dialetto
di Aldo - 4 maggio 2010

Egregio Prof. Baroncelli, mi sono chiesto varie volte in quale modo potesse interagire, con i lettori del suo quotidiano, una persona che come me vive nel Sud, a così tanti chilometri di distanza. Diversi i problemi, pensavo, e diversa la mentalità, per poterne discutere insieme.
La lettera della signora Irene Riva del 26 aprile (“Dialetto e identità”) mi ha invece fatto capire che avevo torto, che certe barriere sono artificiose, e comunque mai da considerare insormontabili. Una lettera “di testa e di cuore” che contrappone la ragionevolezza agli impulsi, la fiducia alla diffidenza, il coraggio alla paura. Ha ragione la signora Irene ad amare il dialetto. Come pure, però, avevano ragione i suoi genitori nel loro invito a non usarlo “abitualmente”. Sembra una contraddizione, ma entrambe le tesi sono giuste e fra loro compatibili.

I dialetti sono diffusi, pur se in misura diversa, in tutte le nazioni. Non ne conosco esattamente il motivo, ma ognuno di noi può cercare di immaginarselo. Io credo che anche in questo caso, come in tutti gli altri aspetti della realtà sociale, le forme di aggregazione si possano pensare come un numero indefinito di cerchi concentrici. Il punto, che ne segna il centro, è l’identità del singolo essere umano; il cerchio più piccolo e prossimo ad esso include gli amici a lui più affini (qui il linguaggio è comune quasi al 100%), il cerchio successivo include anche la famiglia (e qui ci sono significativi elementi di differenziazione per età e sesso), un cerchio più ampio comprende poi i compagni di scuola o di lavoro (fra i quali in genere vengono meno le differenze di età, ma subentrano quelle di natura sociale e culturale).

Ad un livello organizzativo ancora più ampio, anche gli abitanti di un villaggio o una città hanno qualcosa in comune: nella comunicazione verbale esso consiste nel dialetto di quella città particolare, che in sé contiene tutte le differenziazioni delle sottoaggregazioni prima elencate, ma in una certa misura unifica i suoi membri. Man mano che si ampliano i limiti geografici della zona considerata (dalla città al distretto, alla regione, all’intera nazione), le differenziazioni però si accentuano, e per poter comunicare diventa indispensabile una lingua ufficiale.
Non conosco il dialetto di Lecco, ma capisco benissimo perché la signora Irene vi rimanga affezionata. I lemmi dialettali sono carichi di forza emotiva, evocano sentimenti oltre che idee; le costruzioni grammaticali dialettali, d’altro canto, sono espressione di un modo particolare di ragionare. Col dialetto insomma la comunicazione, caricandosi di forza emotiva e reggendosi su presupposti culturali condivisi, diventa più immediata ed efficace.

Se il dialetto segna l’appartenenza ad una comunità ristretta, la lingua nazionale è anch’essa un fattore identitario ed offre, rispetto al primo, altri tipi di vantaggi.
Innanzitutto agevola gli scambi ed i rapporti interpersonali a distanza, arricchendo le economie e la cultura degli aggregati sociali più piccoli di cui si compone. Ma, soprattutto, le lingue nazionali sono più ricche e favoriscono costruzioni logiche più ordinate. Provino i lettori a tradurre in un qualunque dialetto un brano di un’opera scientifica o letteraria di un certo livello: ci si accorgerà che, spesso, per tradurre una parola si dovrà ricorrere ad una circonlocuzione, perché nel dialetto quella parola non esiste. Il Dizionario della Treccani (non l’Enciclopedia) comprende circa 500.000 lemmi, molti altri dizionari circa 200.000, mentre le parole che usiamo di frequente nella comunicazione quotidiana sono circa 7.000.

E’ di queste 7.000 parole che troviamo facilmente il corrispondente dialettale, per gli altri 193.000 lemmi siamo costretti a ricorrere a un “giro di parole”.
Da qui l’importanza delle raccomandazione dei genitori della signora Irene. Se l’avessero spinta ad usare abitualmente il dialetto, così come taluni oggi stoltamente suggeriscono, la signora Irene non avrebbe potuto scrivere una lettera così ordinata e incisiva, le sue riflessioni sull’argomento si sarebbero forse fermate a pochi chilometri da Lecco …ed io avrei perso l’occasione di conoscere le idee di una donna, madre e nonna, tanto saggia e sensibile. Ringrazio Leccoprovincia di avermene offerto l’opportunità.
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